Conoscete Carcosa?

Ovvero: di come anche il vostro cinefilo reietto abbia imparato a non temere, ed anzi ad amare, True Detective. Perchè il problema è sempre quello che affligge un po’ tutti noi: quando un prodotto inizia ad essere additato come “di culto”, “eccezionale”, “memorabile”, allora siamo combattuti tra il guardare la gente dall’alto in basso con l’aria “di chi ne ha già viste di tutti i colori” e quindi non può farsi sorprendere da nulla; oppure si può cedere, sempre mantenendo quell’inconscia punta di snobismo che ci permette di tirare avanti in mezzo alla folla. Ma prima, sigla:

Giusto se ve lo state chiedendo, no la sigla non c’entra niente con True Detective ma era tanto per mantenere quell’atteggiamento snob e un poco hypster cui accennavo poco fa (e sempre per essere chiari, Barry Lindon puoi puppare la fava perchè d’ora in poi Handel appartiene a The Raid). Comunque, si diceva dell’eterno dubbio del cinefilo e di come esso debba o meno cedere alla tentazione di seguire il flusso delle masse. Ecco, diciamolo subito: nel caso di True Detective ne vale assolutamente la pena.

Raramente si è visto su piccolo schermo (ma anche su quello grande, via), una serie con una simile perfezione nello sviluppo di trama e personaggi e nel contempo una compattezza che ne esalta i pregi senza dar troppo sfogo agli eventuali difetti. Otto puntate sono il numero esatto che serve per sviluppare tutte le trame, creare una mitologia coerente, impostare tutte le sottotrame e poi chiuderle in modo dignitoso, senza che la serie muoia per l’eccessivo desiderio di cibarsi di sè stessa (malattia questa nota come Sindrome di Twin Peaks o del perchè ti servono altre quattordici puntate se l’assassino di Laura Palmer l’hai svelato alla sedicesima).

Leggendo qua e là per il web, mille paragoni sono stati fatti riguardo a True Detective. Lo si è accostato a Twin Peaks, proprio, a Lost, si è tirato in ballo David Foster Wallace (ancora? che sia un’ossessione del vostro cinefilo reietto e di questi tempi strani?) più le mille altre allusioni a Carcosa e Ambrose Bierce e a Robert Machen e al suo The King in Yellow. Ma veniamo ad analizzare in modo più schematico ed organizzato il perchè True Detective sia una serie come poche ne sono state fatte.

Ambientazione

Che ve lo dico a fare? Si tratta della Louisiana, luogo magico ed evocativo degli Stati Uniti per eccellenza. Per l’intera durata della serie avvertiamo un senso di claustrofobia, le immagini non si aprono mai realmente ad ampi squarci e quando questo succede, solitamente per mostrare delle riprese dall’alto della macchina dei due detective diretti verso una qualche meta d’investigazione, comunque se ne traggono sensazioni di solitudine e isolamento, con la macchina che corre in mezzo a campi ampi e desolati e con sullo sfondo delle ciminiere fumanti e minacciose. Trattandosi poi della Louisiana non manca quel miscuglio di bigottismo religioso e musica blues pagana, retaggio di riti ancestrali e inquietanti.

Le indagini

Benchè True Detective abbia uno sfondo da vicenda horror/thriller (si parla di sacrifici umani e di una setta di ricchi uomini devoti a Satana), la resa delle indagini compiuta dai due agenti è comunque estremamente realistica nella maggior parte del loro svolgimento. Infatti per lungo tempo non facciamo che assistere che a lunghe chiacchierate, viaggi in macchina, interrogatori che non portano da nessuna parte e un continuo affastellamento di indizi e false piste che rischiano di portare all’abbandono dell’indagine stessa. Quando poi la serie decide di prendere un aspetto più da intrattenimento e meno visceralemente documentaristico, ci regala comunque soluzioni di regia da urlo, quali ad esempio il famigerato piano sequenza di sei minuti alla conclusione della quarta puntata:

La scena viene gestita benissimo, con una costante crescita della tensione e uno sviluppo estremamente realistico, una felice commistione tra il Cuarón di Children of the men (da cui ad esempio può essere tratto il ronzio post-sparo) e la compattezza delle scene di battaglia del Ridley Scott di Black Hawk Down. Interessante poi da notare come la soluzione delle indagini e la scoperta del vero assassino avvenga grazie alla rivalutazione di un singolo dettaglio, esattamente come predetto da Cohle nella prima puntata, ma che non sia il geniale Cohle a notarlo ma il di solito più ottuso Marty.

Gli attori protagonisti

In semplice stato di grazia. Matthew McConaughey e Woody Harrelson forniscono per otto episodi una recitazione degna di un film d’altissimo livello. McConaughey in particolare è in forma da Oscar e il suo fisico reca ancora le tracce del precedente Dallas Buyers Club. I due detective che vengono dipinti sono sì basati sugli stereotipi di ogni film noir che si rispetti e sì, hanno anche alcune delle caratteristiche tipiche dei buddy cop movie, ma al contempo ci vengono regalate anche delle scene di vita reale che ce li rendono umani, a tutto tondo. Cohle è un genio ai limiti dell’autismo, sulla falsariga di Gregory House per intenderci, ma è anche un uomo tormentato da un passato familiare tragico e devastato da un lavoro sotto copertura nella narcotici che ne ha minato profondamente la psiche. Dall’altro lato, Martin Hart è un poliziotto che vorrebbe essere un buon padre di famiglia, ma che a causa di quanto vede al lavoro deve trovare valvole di sfogo quali donne e birra. I due formano una coppia male assortita che però, in qualche modo, riesce a lavorare assieme e a portare a compimento l’indagine.

La mitologia

Veniamo adesso alla tanto famigerata mitologia che coinvolge True Detective e che tanto ha esaltato gli spettatori e che tanti fiumi di inchiostro ha fatto scorrere. Ovviamente i riferimenti più immediati sono alle già citate opere di Ambrose Bierce e Richard Machen, il primo con i continui riferimenti all’immaginaria città di Carcosa, il secondo con la citazione del libro The King in Yellow. Sebbene True Detective sia una serie fortemente ancorata alla realtà e in cui uno dei due protagonisti è un ateo dichiarato che rifugge da ogni forma di misticismo, religione o superstizione, in sottofondo resta sempre una traccia di soprannaturale solitamente pronta a deflagrare con dei riferimenti oscuri fatti da alcuni personaggi. Un esempio può essere questo:

Ma anche questo:

La bellezza del gioco sta però appunto in come tutto rimanga sempre sotto traccia. Mentre la già citatas Twin Peaks faceva esplodere il soprannaturale rendendolo esplicito, per quanto criptico, qui è tutto in potenza. Non avviene nulla di realmente soprannaturale, nulla di magico o scollegato dalla realtà. I morti sono morti, gli assassini sono esseri umani. Non ci sono demoni o esseri soprannaturali. Ma i discorsi delle persone coinvolte ci fanno intendere come potrebbero esserci e questo è, francamente, mille e mille volte meglio. Per inciso, Carcosa è una città immaginaria che nel racconto di Bierce viene descritta e vista solo in lontananza da uno dei suoi vecchi abitanti. La città è andata distrutta e lo stesso abitante si ritroverà di fronte alla propria tomba. Egli quindi è come intrappolato fuori dal tempo e questo sembra voler essere rispecchiato nella struttura della serie, in cui storie vengono raccontate dentro altre storie su piani temporali sfalsati, come appunto a ricreare uno scollamento temporale. Il Re in Giallo, invece, o The King in Yellow, è una inesistente opera teatrale citata da Machen nell’omonima raccolta di racconti da lui composta. Tale opera sarebbe talmente potente da rendere pazzo chiunque la legga. Da qualche parte nell’Internet, infine, ho letto di associazioni tra True Detective e l’opera di David Foster Wallace. Se da un lato i deliranti e apprezzabilissimi monologhi di Cohle possano ricordare i personaggi di Wallace, manca l’ironia che permea l’opera dello scrittore americano. Anche il voler accomunare il video inguardabile ritrovato da Cohle e il video killer di Infinite Jest mi sembra francamente eccessivo.

Il finale

Solitamente più una serie è buona, più il finale rischia di deludere. In questo caso per fortuna abbiamo solo otto puntate, quindi la trama è ancora sufficientemente compatta e non troppo tirata per le lunghe, consentendo una conclusione naturale e senza troppi MACCOSA in agguato. Come detto l’assassino viene scoperto grazie ad un piccolo particolare che già si conosceva dalla prima puntata. Il regolamento di conti finale, sempre girato alla perfezione, rispecchia comunque una struttura estremamente convenzionale nell’ambito del genere thriller con il classico salvataggio all’ultimo minuto. Non si tratta però di uno scontro banale e, in fondo, non rovina quanto si è visto nelle puntate precedenti. Anche il discorso finale in ospedale tra Cohle e Martin, seppure creda che sia un parziale tradimento dello spirito originale di Cohle personaggio, è uno dei più originali e ispirati che si siano sentiti da molto tempo ad oggi.

Ed usciron a riveder le stelle
Ed usciron a riveder le stelle

Se insomma tutti i fenomeni di costume fossero come True Detective non ci vedrei nulla di male nell’esistenza dei fenomeni di costume. Lunga vita al Re in Giallo!

PS: Trattandosi di una serie della HBO, un altro motivo valido per vedere True Detective sono tette e culi.

Meanwhile (tra 25 anni)

Twin Peaks è uno strano posto di cui in futuro parlerò più approfonditamente. Si tratta di un luogo al confine con il Canada, in cui ci sono Logge Nere e Logge Bianche, Nani e Altri Spiriti, gente che spaccia, che tradisce, gente che finisce ad infestare il legno di un mobile, amori traditi, agenti dell’FBI con la passione per il caffè e la torta di mele, una piccola setta segreta che si occupa di tenere sotto controllo le manifestazioni misteriose che puntualmente avvengono in paese, un bordello poco oltre confine e decine di altre storie e stranezze.

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Siamo giunti ormai a 25 anni da quando Dale Cooper è rimasto intrappolato nella Loggia Nera e, come promesso da Laura Palmer, passati i fatidici 25 anni avremmo dovuto rivederlo. David Lynch ha più o meno sempre dichiarato che il progetto Twin Peaks era morto, visto anche il trattamento riservatogli dalla ABC (primo su tutti, l’imposizione agli autori di rivelare l’identità dell’assassino di Laura Palmer a metà della seconda stagione).

Mentre si aspetta la ricomparsa dello sfortunato agente Cooper, cominciano le prime manifestazioni celebrative del 25° anniversario. A Londra, in occasione dell’annuale Twin Peals UK Festival del 29 e 30 Marzo, si terrà una maratona in cui verranno proiettati tutti i 30 episodi della serie tv e il film prequel, Fire Walk With Me. Alla fine della maratona, uno ci si aspetterebbe di vedersi circondato da Nani e Giganti. E David Bowie. QUI il link per il Festival.

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E ricordate: i gufi non sono quello che sembrano.

The walking dead, so far

Strana vicenda, quella di The walking dead. La serie tv del canale AMC ha inanellato sin dalla prima stagione una serie di record di ascolti da far impallidire concorrenti ben più blasonati e rappresenta insieme a Mad Men il fiore all’occhiello dell’emittente. Eppure, nonostante la seconda stagione sia stata un crescendo di spettatori, è stata anche duramente criticata e al suo termine lo showrunner Frank Darabont è stato sostituito da Glen Mazzara. Quest’ultimo ha inaugurato la terza stagione e nella sua prima metà ha saputo eliminare quei difetti che erano stati portati alla luce fino a quel momento, eppure la AMC ha annunciato la sua defenestrazione e il conseguente nuovo showrunner per la season numero quattro: Scott M. Gimple. Questo, nonostante il continuo crescere degli ascolti e gli apprezzamenti unanimi per il nuovo corso dato allo show. Non a caso, forse, nella seconda metà della terza stagione si noterà una involuzione e un ritorno agli stilemi della season 2.

Ma vediamo la faccenda più in dettaglio. The walking dead viene tratta dall’omonima serie a fumetti di Robert Kirkman, qui anche in veste anche di produttore esecutivo. La serie racconta di un mondo post-apocalittico in cui i morti sono tornati in vita e si cibano dei pochi vivi sopravvissuti. Contrariamente a tanti film e storie dell’orrore del
passato con protagonisti gli zombi, Kirkman nel suo fumetto ha cercato di sfruttare i morti viventi come pretesto per raccontare invece le interazioni sociali di gruppi di
persone più o meno ristretti, quando gli stessi vengono sottoposti a situazioni estreme e in cui ogni forma di controllo istituzionale viene meno. In parole povere: se togli alle persone ogni forma di controllo, se le spingi a fondo in una situazione in cui gli scrupoli morali possono essere pericolosi come, se non più, delle armi stesse, cosa
succede? Quando la civiltà organizzata collassa, le persone che la componevano possono mantenere un barlume di decenza, o diventano delle bestie, primitive quanto gli zombi stessi?

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Per raccontare questa deriva, Kirkman si affida principalmente al suo protagonista principale, lo sceriffo Rick Grimes. Nel primo numero del fumetto lo troviamo appena
risvegliatosi dal coma in un ospedale deserto. Scopriamo subito che è stato gravemente ferito durante un’azione di polizia poco prima che il mondo crollasse a seguito dell’invasione degli zombi. Grimes al suo risveglio è quindi inconsapevole della situazione e si trova in una situazione di svantaggio rispetto a tutti gli altri
sopravvissuti: mentre gli altri hanno avuto modo di affrontare la situazione, venendone più o meno trasformati, Rick è ancora “integro”, ancora perfettamente ancorato ai valori di un mondo che non esiste più. Anzi, ancor peggio: da ex-difensore di una legge che non ha più motivo di esistere, è doppiamente svantaggiato poichè ora concetti quali legge, ordine, onore, sono non solo svaniti, ma addirittura pericolosi. Nel corso della serie a fumetti, lo sceriffo riuscirà a ritrovare la sua famiglia, composta dal figlio Carl e dalla moglie Lori, unitasi ad un piccolo gruppo di sopravvissuti capitanati dall’ex collega ed amico di Rick, Shane. Al di là di svariati elementi “di distrazione” che servono a rendere la trama avvincente, quali una notte di passione passata da Lori con Shane quando ancora loro credevano che Rick fosse morto, e la conseguente rivalità tra i due uomini che sfocierà nella morte di Shane per mano del piccolo Carl, la serie a fumetti si distingue per la magnifica descrizione psicologica che viene fatta dei personaggi. Chi non mostra capacità di adattamento finisce per soccombere e in questo la trasformazione graduale di Rick è emblematica e perfettamente descritta: dal paladino del bene che è all’inizio della storia, sempre alla ricerca della soluzione migliore per salvare tutti, lentamente l’ormai non più tutore dell’ordine diventa un dittatore e un uomo dal senso pratico, che non sprecherebbe una pallottola per salvare uno sconosciuto e che non esita a sparare a sangue freddo ad un ex detenuto che si frappone fra la salvezza, rappresentata dalla permanenza in una prigione semi-abbandonata, e il gruppo. Il fumetto si contraddistingue anche per la sua crudezza e la sua imprevedibilità: chi è inutile o inadatto, come detto, muore, ma non solo. Anche personaggi che in una normale serie a fumetti sarebbero intoccabili, qui se l’evento è utile alla narrazione muoiono. Esempio clamoroso è la morte della moglie Lori e del bambino appena nato, uccisi dal Governatore al termine del ciclo dedicato alla prigione (numero 48 della serie). Nessun fumetto seriale avrebbe mai osato tanto, prima d’ora.

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La serie televisiva ricalca grosso modo le vicende raccontate nel fumetto e la conclusione della terza serie ci porta allo scontro tra Rick e il Governatore. Anche la serie televisiva vuole sfruttare gli zombi come pretesto e affrontare l’apocalisse da un punto di vista maggiormente intimista. Per portare a termine il compito si sceglie di
puntare su Frank Darabont, un ottimo regista che ha dimostrato più volte di essere in grado di avere questi temi nelle proprie corde. Sue sono ad esempio alcune delle migliori trasposizioni di romanzi del Re Stephen King: Le ali della libertà, Il miglio verde e The mist. Da notare come Le ali della libertà e Il miglio verde siano due opere dal profondo carico emozionale ed umano, mentre The mist sia la storia di un gruppo di persone assediata all’interno di un piccolo supermercato da un’orda di mostri . Tutti temi e atmosfere che possiamo trovare in The walking dead, insomma. La mano di Darabont si vede anche nella scelta di alcuni elementi del cast, tra cui possiamo trovare Laurie Holden nella parte di Andrea, già vista in The mist e The majestic (altro film strappalacrime sull’America delle persecuzioni maccartiste con protagonista un serissimo Jim Carrey) e Jeffrey DeMunn, quasi un attore feticcio per il regista visto che lo troviamo in Le ali della libertà, Il miglio verde, The mist e The majestic.

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Mentre la prima serie, composta da soli sei episodi, frantuma ogni aspettativa in fatto di ascolti e di ricezione, pone le basi nella descrizione del mondo post-apocalittico e
si interessa dell’introduzione dei suoi protagonisti, (aggiungendo peraltro alcuni personaggi non presenti nel fumetto originale) i problemi cominciano a sorgere con la seconda stagione. Si passa per prima cosa da sei a tredici episodi. La lunghezza quindi raddoppia e questo non sarebbe un grosso problema, se non si decidesse di ambientare l’intera stagione all’interno della fattoria degli Hershel dove i nostri fuggiaschi si rifugiano. Nella serie originale, questa storia occupa un arco di tre soli numeri, mentre le vicende raccontate nella prima serie ne occupavano nove. La matematica non mente: il doppio degli episodi, per un terzo delle vicende. La seconda stagione può essere divisa in due tronconi: i primi sei episodi raccontano delle ricerche di una bambina scomparsa, Sophia, e dell’uso della fattoria come campo base provvisorio, mentre gli ultimi sette episodi raccontano della accettazione definitiva del proprietario della fattoria Hershel del gruppo e della distruzione della fattoria per mano di un’orda gigante di zombi. Visto il numero elevato di episodi e il numero limitato di eventi che viene raccontato, l’attenzione viene spostata da Darabont dalla lotta contro gli zombi alle lotte intestine del gruppo, dove vigono molteplici punti di vista su come confrontarsi con gli zombi e con gli altri sopravvissuti. Si creano così molteplici schieramenti formati da chi vuole seguire vie d’azione più esplicite, a chi vuole semplicemente restarsene nascosto, a chi non vuole abbandonare la propria umanità rifiutandosi di eliminare preventivamente chiunque possa spifferare l’esistenza della fattoria ad altri gruppi di sopravvissuti. Il problema è che tredici episodi di drammi morali e di discussioni filosofiche sono eccessive e il ritmo ne soffre altamente. Fortunatamente non mancano momenti gore di altissimo livello e la tensione che viene accumulata per svariati episodi alla fine deflagra con violenza: è il caso dell’epurazione degli zombi presenti nel fienile al termine del ciclo dedicato a Sophia e della battaglia finale contro l’orda di zombi. Ma far dire qualcosa ai protagonisti in modo esplicito è molto meno potente rispetto a farlo capire tramite le azioni.

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Gli ascolti salgono, ma si vede che ai dirigenti della AMC e a Robert Kirkman la piega che stanno prendendo gli eventi non piace più di tanto e così prima che la seconda
stagione finisca si annuncia il successore di Darabont: Glen Mazzara, già autore di alcuni script interessanti per la serie.

Mazzara, sin dal primo episodio, mette in chiaro la sua personale opinione di come vada gestita la serie: via i tanto temuti pistolotti filosofici, dentro più azione e
praticità. La storia riprende mesi dopo l’ecatombe che ha chiuso la serie precedente. I protagonisti sono sopravvissuti all’inverno girovagando per l’America devastata e hanno imparato che per sopravvivere devono agire velocemente e in silenzio. Perfetto contrappunto alla precedente gestione è l’incipit del primo episodio, muto, in cui i fuggiaschi si impadroniscono di una catapecchia senza dirsi una parola, sparando agli zombi con pistole equipaggiate con rudimentali silenziatori. Praticità ed ingegno. Nel corso della prima metà della stagione Mazzara fa piazza pulita dei personaggi che per intere puntate si sono trascinate senza uno scopo o che ormai non avevano più nulla da dire e si occupa di descrivere la trasformazione di Rick e dei suoi compagni. In questo spicca ulteriormente la metamorfosi di Carl, che da ragazzetto irritante diventa uno spietato giustiziere: non si farà infatti scrupoli ad ammazzare un ragazzo arresosi durante l’attacco alla prigione nel season finale.

Successo di critica e di ascolti sembrano un toccasana e una protezione sufficiente e invece a sopresa arriva l’annuncio della AMC: a causa di divergenze artistiche anche Mazzara a fine stagione verrà sostituito. Voci dicono che non sia piaciuta a Kirkman la sua idea di far morire Andrea, personaggio che nella serie a fumetti è ancora vivo e vegeto (per altre differenze tra serie tv e fumetto potete guardare QUI). Comunque, la serie prosegue e nuovamente ci ritroviamo nella situazione di avere i protagonisti che girano a vuoto per molti episodi, in attesa dell’evento finale, lo scontro tra gli abitanti della prigione e gli abitanti della cittadina-fortezza Woodbury.

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Nonostante nel corso della seconda metà della stagione vi siano alcuni degli episodi migliori della serie, tra cui il sottoscritto vorrebbe mettere Clear, quello che nasce dalla sua visione è un senso di frustrazione: tante cose potrebbero accadere, viste le premesse, e poco in realtà accade. Il disappunto maggiore poi è per il season finale, quando la tanto attesa battaglia viene mostrata come una scaramuccia di pochi minuti e lo scontro tra il Governatore e Rick non si consuma, con il Governatore in fuga e disperso nel nulla. Un bel dito medio alla nostra attesa, insomma.

Con adesso il dubbio di quello che potrebbe succedere, nel prosieguo della storia per quanto, unica nota positiva, il nuovo showrunner sarà l’autore del già menzionato Clear. Ma tra lo scrivere un buon episodio e il gestire uno show la differenza è molta. Se poi si parla di una serie in cui gli showrunner hanno la stessa longevità degli zombi di cui stanno raccontando, allora c’è poco di cui essere ottimisti.

Per inciso, contrariamente a tante critiche che ho letto, ritengo comunque migliore la seconda serie rispetto alla terza (o meglio, alla seconda metà della terza). Nonostante il ricorrere a discorsi moralistici e a un continuo avvitamento su se stesso degli eventi, il lavoro degli attori è nettamente più interessante (Shane su tutti) e la presenza delle scene madri a metà e fine stagione sono comunque più soddisfacenti per lo spettatore di quanto non sia lo scialbo finale di questa ultima stagione. Non possiamo fare altro che aspettare e sperare (da qualche parte c’è una mano che deve essere ancora amputata, come i lettori del fumetto ben sanno).

La lunga vita dell’Annibale Cannibale

Mamma mia che serie che è Hannibal! E mamma mia quanto sono folli questi Americani, che l’hanno spinta sull’orlo della cancellazione, quando in altri casi hanno permesso la sopravvivenza per anni di serie che avevano poco da dire dopo poche stagioni (sì, CSI: Miami, sto dicendo proprio a te).

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Comunque, tutto è bene quel che finisce bene e a quanto pare una seconda stagione si farà. Notizia che giunge quanto mai gradita, visto il gradevole cliffhanger finale che ha chiuso poco tempo fa la prima stagione dedicata al più elegante dei cannibali.

Tredici episodi, partiti un po’ in sordina e che via via hanno fornito alla serie un bacground e un ritmo fantastici, che servono a descrivere una parte delle vicende che porteranno poi agli eventi di Red Dragon (o Manhunter), Il silenzio degli innocenti e Hannibal. Questa prima serie prende spunto da alcuni elementi del primo libro di Thomas Harris I delitti della terza luna, dove compare un Hannibal già incarcerato per mano di Wil Graham e sulle cui indagini che portarono al suo arresto sono presenti alcuni deboli accenni.

Ad interpretare il folle serial killer c’è Mads Mikkelsen, fresco vincitore del premio come miglior attore a Cannes 2012 per la sua interpretazione nel film Il sospetto di Thomas VInterberg (protetto di Lars von Trier, ex Dogma 95). Scelta quanto mai azzeccata, che pur non cancellando nelle nostre menti sir Anthony Hopkins (una interpretazione come la sua resterà per sempre nell’immaginario collettivo), riesce comunque a fornire una interpretazione alternativa ed affascinante di un personaggio che conosciamo benissimo sin dal primo momento in cui lo vediamo. Mikkelsen offre un ritratto affascinante di una personalità assolutamente distaccata dalla società civile, priva di qualsiasi forma di empatia verso il prossimo, postasi su una sorta di piedistallo morale e culturale che la eleva al di sopra di chiunque altro. Misurato, freddo, distaccato, eppure quando è necessario Mikkelsen mostra anche il lato più oscuro e sanguinario di Hannibal senza però, almeno per adesso, mostrare quella specie di violenza animalesca a cui sembrava cedere invece Anthony Hopkins (la scena in cui il “vecchio” Hannibal ammazzava le due guardie carcerarie per esempio). Elemento inedito di questa rappresentazione, è il fatto che Hannibal non mostra alcun piacere nell’uccidere. Uccidere è un mezzo per arrivare alla preparazione in cucina. Le scene ambientate durante le preparazioni dei pasti sono le uniche in cui finalmente Hannibal sembri mostrare una sorta di felicità, una spaccatura in quella armatura che lo difende dal resto del mondo. L’omicidio è solo un mezzo per ottenere un fine, l’equivalente del nostro andare al mercato a comprare della carne per l’arrosto. La felicità risiede in altro.

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Suo antagonista è Will Graham, interpretato altrettanto splendidamente da Hugh Dancy. In questo caso siamo di fronte all’esatto opposto di Hannibal: emotivo, fragile, con un senso empatico talmente sviluppato da permettergli di entrare nella testa degli assassini e di pensare come loro, Graham viene reclutato dall’FBI per fornire aiuto nelle indagini sull’Averla del Minnesota, un serial killer di giovani studentesse. Già dall’inizio ci viene presentata come una personalità instabile ed Hannibal gli verrà affiancato come psicoterapeuta di sostegno per evitare che la vicinanza ai casi di omicidio possa spezzare la sua già fragile sanità mentale.

Tutta la prima serie è una sorta di esperimento che Hannibal compie su Graham, spingendolo sempre più avanti sulla strada della follia per vedere “quello che succederà”, tra un serial killer ed un altro (e tra parentesi questo è uno dei pochi punti deboli della serie: mentre la trama orizzontale, con Hannibal, il Chesapeake Reaper e l’averla del Minnesota è eccezionale, dei cosiddetti “casi della settimana” si ha un ricordo nebuloso, in quanto assolutamente privi di nota). Uccidendo le persone imitando altri serial killer e sfruttando la malattia di Will, una encefalite che renderà per lui sempre più difficile capire cosa sia reale e cosa no, Hannibal porterà in lui il dubbio di non essere solo in grado di pensare come un assassino, ma di essere diventato un assassino a tutti gli effetti.

La scena finale della stagione, con Will Graham imprigionato nel manicomio criminale di Baltimora ed Hannibal che gli fa visita è una fantastica immagine speculare della scena in cui Clarice Starling incontra per la prima volta Hannibal Lecter. Hugh Dancy sembra imitare alla perfezione Anthony Hopkins, nel modo di alzarsi dalla branda e di dirigersi verso le sbarre, con quello sguardo fisso e ipnotico che il grande attore aveva donato al suo personaggio anni fa. In quel momento gli appassionati della saga non possono non sentire un tuffo al cuore e iniziare ad aspettare con ansia la seconda stagione. Che, nonostante i bassi ascolti, grazie al fatto di essere una coproduzione internazionale si farà.

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Incrociamo le dita, affinchè la lunga saga del cannibale possa continuare, magari con un miglioramento nella gestione del caso della settimana.