Il concetto di violenza in Funny Games di Michael Haneke

Forse tra tutti i film di Michael Haneke, Funny Games è quello che maggiormente ha urtato e spaccato critica e pubblico a causa della sua estrema violenza e della sua totale ostinazione nel negare a chi lo guarda ogni forma di soddisfazione. L’intento evidente del regista è quello di criticare e teorizzare al tempo stesso quella che è la rappresentazione della violenza nella cinematografia americana. Già il titolo è una chiara manifestazione di intenti: i giochi divertenti sono ovviamente quelli dei due sadici protagonisti e già da questo si capisce come il regista condanni la visione leggera e divertita che il cinema americano ha da sempre avuto. 
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Il necrologio del giornalismo critico

Il 7 Giugno Christopher Lee è deceduto portando lo sconforto negli amanti del cinema. Mentre i giornali di mezzo mondo affrontano con serietà la dipartita di quello che è indubbiamente uno dei monumenti del Cinema apparso in qualcosa come 280 film, Maurizio Porro, collaboratore di quello che sarebbe il primo quotidiano italiano, ovvero il Corriere della Sera, affronta l’argomento così:

Per anni ha resistito all’aglio , ai paletti e alle croci, ma alla fine Christopher Lee, in arte Conte Dracula, è stato vinto da infarto.

In pratica mandando a quel paese qualsiasi forma di analisi critica o perlomeno di rispetto nei confronti di una persona appena deceduta, la butta in caciara. Questo perchè ovviamente Lee è stato un attore di film prevalentemente di serie B e che quindi non può godere dello stesso status che si deve invece garantire ad altri giganti del cinema. Almeno questo è il pensiero che vige in Italia.

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Questo è solo un esempio della superficialità con cui si muove la critica cinematografica in Italia, perlomeno quella legata al mondo più generalista e mainstream. Un altro esempio, legato sempre al Corriere e in questo caso al critico Mereghetti riguarda Mad Max: Fury Road. Sin dalla strategia di promozione del film ci si rende conto di come ci si trovi di fronte ad un prodotto particolare lontano dai soliti canoni che imperversano nei cinema ultimamente. Nessuna cover eterea nei trailer, rifiuto di presentare il prodotto con sottotesti filosofici seriosi ed artefatti e una onestà nei confronti del pubblico veramente rara. Quando il film esce tutti vanno in visibilio, dal pubblico alla critica mondiale. Il film è maestoso, la trama viene minimizzata in pochi punti cardine permettendo la creazione di quello che può essere definito un piano sequenza teorico di due ore (teorico in quanto in pratica non è un piano sequenza ma potrebbe esserlo benissimo). Dal punto di vista della tecnica assistiamo a magie, sia dal punto di vista del montaggio che a quello delle tecniche di ripresa e della costruzione delle immagini. Il tutto senza sacrificare la descrizione dei personaggi che risultano comunque vivi e credibili, o l’aggiunta di un sottotesto ecologico e politico comunque importante. Insomma, un capolavoro che ridefinisce un intero genere, quello action, riuscendo in un’impresa difficilissima. Ma Mereghetti all’indomani dell’uscita del film decide di trattare il film con quelle quattro frasi da blogger di seconda categoria, riferendosi ad un’estetica da videogame.

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Lo stesso Mereghetti in passato aveva regalato un’altra perla quando recensendo l’ultimo capitolo della trilogia de Lo Hobbit, iniziando il suo pezzo narrando di come Tolkien avesse scritto Lo Hobbit come prequel del Signore degli Anelli per sfruttarne il successo.

Ora, è vero che nel caso de Lo Hobbit non siamo di fronte ad un’opera imprescindibile, ma l’atteggiamento mostrato in questi esempi è di chi si ritiene superiore rispetto a certi prodotti, con la conseguenza che questi vengono affrontati con una superficialità imperdonabile la cui conseguenza è l’impossibilità di cogliere quegli elementi di interesse che invece sono presenti ed importanti. Questo diventa poi un problema perchè nega ai lettori quella analisi critica che permetterebbe una maggiore comprensione dell’arte cinematografica, slegandola contemporaneamente da quell’immaginario polveroso da salotto bene che qui in Italia si trova a sopportare. Se poi lo stesso discorso può essere applicato ad ogni altra forma culturale in Italia, dalla letteratura, al fumetto, alla musica, dove preconcetti e superficialità la fanno da padroni, con una costante mortificazione dell’ambiente culturale, possiamo allora renderci conto di come realmente stiamo vivendo in tempi tristi. Mentre nel resto del mondo si tenta di uscire dalla crisi anche attraverso le Arti, in italia preferiamo continuare a piangerci addosso, rimpiangendo un passato in cui “noi eravamo i migliori”, gli anni di Fellini e Monicelli. Una notizia: quegli anni sono finiti e a meno che non si abbandonino questi atteggiamenti snob, non torneranno mai.

Ma in fondo di cosa dobbiamo stupirci? Dopo settant’anni siamo ancora qui a rimpiangere di quando c’era Lui e di quando i treni arrivavano in orario.

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Gli intrecci tra il mondo del cinema mainstream e quelli più underground in cui si muove invece l’industria del porno sono tra le materie più interessanti e vive della storia della Settima Arte. Dagli esordi hard di Stallone, alle incursioni nel regno della pornografia da parte di registi famosi come Michael Winterbottom (9 songs) o le scene estreme nei film di Bernardo Bertolucci e Gaspar Noè tanto per citare qualche esempio, passando dall’exploit di Deep Throat, film porno diventato un caso unico nella storia del Cinema, grazie ai suoi incassi stratosferici degni di un blockbuster per famiglie.

Ora questa intricatissima storia si arricchisce di un nuovo capitolo grazie a quanto dichiarato da Josh Karp nel suo libro Orson Welle’s Last Movie, dedicato alla realizzazione del film The Other Side of the Wind, rimasto incompiuto. Secondo quanto affermato da Karp, Welles avrebbe contribuito al montaggio di una scena lesbo nel film 3 AM Time of Sexuality. La motivazione è molto semplice: il regista di questo porno sarebbe Gary Graver, ovvero il direttore della fotografia dell’ultimo film di Welles che stava praticamente lavorando gratis per il grande regista. Questi avrebbe allora aiutato il suo collaboratore nella realizzazione dell’altra opera, in una sorta di scambio di favori.

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Ora per gli amanti del Cinema e per gli studiosi dell’opera di Welles, questa scena è tornata alla luce e disponibile. Protagoniste sono Georgina Spelvin e Judith Hamilton.

Come scrissi tempo addietro, magnifica è la vita del cinefilo reietto.

Un salto nel passato vivendo nel presente

Il 2015 sarà sicuramente ricordato come l’anno dei grandi ritorni cinematografici. Che l’industria cinematografica americana contemporanea sia in grosse difficoltà creative non è notizia per iniziati, tutti quelli che un poco masticano di cinema se ne sono resi conto. A quella che era stata una prima grossa ondata di remake e reboot di opere più o meno recenti, dai remake dei successi horror asiatici dei primi anni del Duemila, fino ai remake dei classici slasher horror degli anni ‘Ottanta, si è passati ora al recupero e al proseguimento di vecchi franchise che hanno fatto la Storia del Cinema.

Il discorso è sempre quello, la crisi non permette più di correre grossi rischi e così gli Studios preferiscono puntare su progetti da nomi già consolidati e con una base di pubblico pronta a sborsare i soldi del biglietto, piuttosto che tentare nuove strade.

Così quest’anno assisteremo al ritorno sui grandi schermi di tre tra le serie più amate dai cinefili di tutto il mondo: Terminator, Mad Max e Star Wars. Dei tre, il meno interessante e probabilmente il più a rischio è certamente Terminator con il suo Genisys, appesantito già in partenza da una linea temporale incasinata da sequel e serie tv e di cui questo episodio vorrebbe essere un mezzo per spezzare tutte le catene narrative che gravano su di essa. La scelta degli attori e un Arnold visibilmente troppo vecchio fanno poco sperare.

Se di Star Wars invece basta una spada laser leggermente modificata per scatenare il delirio mondiale, lasciandoci solamente il dubbio relativo alla gestione Disney, il vero outsider del trio sembra Mad Max: Fury Road, lanciato genialmente con una serie di trailer magistrali che stanno costruendo piano piano una massa critica d’attenzione che potrebbe portare ad un successo incredibile.

Il tutto mentre la CIna ha superato l’America, diventando il primo mercato cinematografico mondiale. Stanno arrivando tempi interessanti.

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1 – Sono ufficialmente iniziate le riprese di 31, il nuovo film di Rob Zombie in cui vedremo all’opera uno squadrone di clown killer. Tra di essi, il buon Malcolm McDowell.

2 – Dopo aver annunciato di essere presente nel sequel di Blade Runner, Harrison Ford quasi ci lascia le penne in un incidente aereo. Che voglia dire qualcosa?

3 – A proposito di sequel, a quanto pare il tanto atteso e tanto richiesto seguito di Zoolander si farà. Lo hanno annunciato Ben Stiller e Owen Wilson così:

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1 – Qualcuno dovrebbe spiegarmi il perchè di un film come Pompeii. Il problema non sta tanto nel suo protagonista, il legnoso Jon Snow di A Game of Thrones, o nella realizzazione tecnica raffazzonata. Il regista è lo stesso Anderson autore di svariati Resident Evil, quindi non è che ci si debba aspettare Kubrick; ma qual è il senso di riproporre la trama di Gladiator con intere scene e personaggi copiati dal film di Scott? Sembra di assistere ad un pessimo remake di cui si è spostata l’ambientazione da Roma a Pompei così perchè si voleva dare un tocco di originalità. Bah.

2 – Siamo nel 2015 e questo è l’anno che appartiene ai pazzi. Almeno secondo George Miller, il cui Mad Max: Fury Road è in procinto di giungere nelle sale cinematografiche. Nel frattempo, noi ci lustriamo gli occhi con uno dei migliori trailer degli ultimi anni.

3 – Parlando di trailer, un esempio di come non creare interesse in un film ce lo fornisce invece il reboot di Fantastic 4. Se già i primi due film dedicati ai personaggi Marvel sono venuti e andati nel totale disinteresse e tu pensi bene di rilanciare il marchio stravolgendo i protagonisti e in aggiunta presenti un trailer che non dice niente, fornendo solo quelli che sono divenuti i clichè dei teaser (cover eterea al pianoforte, atmosfera lugubre e seriosa che urla “Nolan” ai quattro venti), allora il disastro sembra annunciato.

4 – Infine una nota triste: è morto questa settimana Ade Capone, uno dei maggiori fumettisti italiani, collaboratore con la Sergio Bonelli Editore e creatore di Erinni (la miniserie italiana con il maggiore successo in fumetteria) e Lazarus Ledd.

#MereghettiQuanteNeSai

Da ieri il mondo è stato scosso da uno scoop di importanza fondamentale, che mina e distrugge le certezze di studiosi Tolkeniani i quali ora possono tranquillamente buttarsi da un ponte, a fronte di una vita spesa nell’inutilità.

Autore dello scoop è Paolo Mereghetti, uno dei più importanti critici cinematografici italiani, che scrive sul Corriere della Sera, il più importante quotidiano cartaceo d’Italia, una recensione al terzo capitolo della saga dello Hobbit diretta da Peter Jackson. La recensione inizia così:

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Pensare che io avevo sempre creduto il contrario, ovvero che Tolkien avesse pubblicato The Hobbit nel 1937 e The Lord of the Rings nel 1954. Meno male che c’è Mereghetti il quale ci aiuta a comprendere come la moda del prequel l’abbia creata il grande scrittore inglese.

Adesso aspettiamo con ansia altre mirabolanti scoperte, tutte da twittare con l’hashtag #MereghettiQuanteNeSai. Ad esempio, quando scoprirà che Omero ha pubblicato l’Iliade per fornire un background più corposo al protagonista dell’Odissea, narrando le vicende accadute prima del suo travagliato ritorno a casa.

La Famiglia che tutti vorremmo

Quella di Fast and Furious è una ben strana tendenza: solitamente quando da un film iniziale di successo si arriva al settimo sequel, se non si è ancora arrivati al direct-to-video, se non al direct-to-cestone-delle-offerte, allora poco ci manca. Questa regola aurea sembrava essere confermata con i primi tre film: il primo pone le basi (pur non essendo un capolavoro,  diciamolo), il secondo sfrutta (male) il successo del primo, il terzo perde ogni punto di contatto con i predecessori sfruttando spudoratamente il marchio e rischiando di sputtanare definitivamente il franchise. Con il quarto film, però, succede quello che si credeva impossibile: rientrano i protagonisti originali del primo film, si recupera qualcosa dagli altri due, si aggiunge una storia ben congegnata e si realizza un film solido che rilancia alla grande la serie. Il quinto, con l’ingresso di Sua Maestà The Rock, entra direttamente nell’Olimpo dei film action di tutti i tempi e il sesto pur stando un gradino sotto è comunque meglio di un Expendables qualsiasi.

Ritorna adesso la saga con il settimo capitolo e già dal trailer c’è di che ben sperare: delle macchine paracadutate da un aereo, Toni Jaa intravisto per una frazione di secondo e macchine distrutte come se non esistesse un domani.

Mocha Dick

Nel 1851 Herman Melville pubblica il romanzo Moby Dick o La Balena e in un solo colpo prende di peso la letteratura americana, ma non solo quella, la solleva di peso, gli rifila quattro ceffoni (due diritti e due rovesci) e gli urla in faccia: “Tempo di crescere!”. Da quel Moby Dick si passerà poi come evoluzione all’Ulysses di Joyce e a tutto quello che questo comporterà per la letteratura mondiale.

Parlando di Moby Dick si parla di conseguenza dell’Inizio, è l’Alfa, il grado zero da cui tutto il resto discende e se pensiamo che in Italia la controparte storica viene rappresentata da I Promessi Sposi, un romanzo in cui i bergamaschi parlano toscano ed è tutto un affidarsi alla Provvidenza non possono non cascare le braccia. Diventa quindi logico drizzare le antenne quando al nome della famigerata Balena Bianca viene affiancato quello di Ron Howard, uno dei più efficaci (ma anche più classici e meno virtuosistici) registi statunitensi oggi sulla piazza.

Il buon regista si cimenta nel suo nuovo film non con la trasposizione del celebre romanzo melvilliano, ma con una delle storie realmente accadute che hanno fornito l’ispirazione di base allo scrittore per il suo capolavoro.

Ecco a voi il trailer fresco fresco, mentre incrocio le dita e accarezzo la mia copia della Folio Society di Moby Dick:

It is happening again in 2016

Se siete cinefili e siete attenti frequentatori della Rete, non vi sarà potuto sfuggire l’enorme rumore di fondo che si è concretizzato in una serie infinita di articoli e post tutti ruotanti ad un unico epicentro: Twin Peaks.

Il 2014 è diventato definitivamente l’anno perfetto per il fan di Twin Peaks. Dopo l’uscita questa estate del sontuoso cofanetto che raccoglieva in un’unica soluzione l’intera serie televisiva e il prequel Fire walk with me con in aggiunta l’orgasmica proposizione di oltre novanta minuti di scene tagliate da quest’ultimo, ora il secondo sogno umido degli appassionati della Loggia Nera si è avverato: dopo anni di dinieghi e rifiuti, David Lynch e Mark Frost sono capitolati e hanno annunciato ufficialmente che ci sarà una terza stagione del serial, probabilmente da trasmettersi nel 2016.

Tutto inizia incredibilmente al Lucca Film Festival, dove alla solita domanda su una eventuale nuova serie di Twin Peaks, David Lynch anzichè rispondere con il più classico dei no, risponde con un sibillino: “Just wait and see.” Se già a quella risposta gli animi sono autorizzati a scaldarsi, solo pochi giorni dopo Lynch e Frost pubblicano un tweet gemello: “Dear twitter friends: That gum you like is going to come back in style.” A questo punto i motori sono caldi, la stampa di settore annusa la solidità delle voci, i fan impazziscono e il 6 Ottobre arriva la conferma ufficiale: Twin Peaks si farà. Per ora si parla di una miniserie di nove episodi per l’emittente Showtime, interamente diretti da David Lynch.

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Mentre iniziamo a vedere nani, nani ovunque, aspettiamo con trepidante attesa di vedere il Maestro Lynch all’opera sperando di assistere a una degna conclusione delle vicende di Laura Palmer e dell’agente Dale Cooper, attualmente prigioniero della Loggia Nera.