Il Pasolini di Ferrara

Il corpo martoriato riposa sul litorale di Ostia, spazio osceno e fatiscente, il sangue si rapprende e si indurisce tra quelle ossa rotte, quegli organi esplosi e fatti deflagrare dai colpi e dalla macchina che gli è passata sopra una, due, molteplici volte. Quel corpo è un monito, è un messaggio scritto sulla sabbia con carne ed ossa e sangue e quella testa sfasciata serve a ricordare ad una Nazione i pericoli verso i quali sta correndo.

Il regista Abel Ferrara giunge a Pasolini nel 2014 dopo altri due film estremamente importanti nella sua filmografia: 4:44 Last day on Earth del 2011 e Welcome to New York sempre del 2014. Insieme a Pasolini si va a costituire quella che idealmente posso tentare di definire una trilogia politica dell’autore, dove accanto a quella che è una costante della sua produzione autoriale, ovvero la ricerca di redenzione (basti pensare al cattivo tenente di Harvey Keitel nel capolavoro del 1992), si rende più esplicita anche la matrice politica delle opere del cineasta. Se in 4:44 la fine del mondo è conseguenze delle politiche socioeconomiche a cui tutti noi partecipiamo consapevolmente, in Welcome to New York tutto è incentrato sullo scandalo Strauss-Kahn e sul potere che i soldi esercitano sulle persone. Ovvio che anche l’ultimo suo film, parlando di Pasolini, non possa non trascinarsi un bagaglio politico pesante con tutte le implicazioni che la rappresentazione dell’omicidio dell’intellettuale richiamano.

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Sono le sei del mattino e qualcuno nota un ammasso sulla spiaggia, si pensa a dell’immondizia. In fondo, quella è una zona degradata, decadente, dove umanità varia si aggira disperata. Non siamo ancora nel mondo della crisi economica, ancora c’è una sorta di ottimismo anche se gli anni di Piombo sono lì, le bombe, le stragi, la violenza. Pasolini parla di un fascismo pericoloso, strisciante, che ha sconfitto il fascismo classico impersonato secondo lui da Mussolini prima e dalla DC dopo. Quel fascismo che ora teme è quello del mondo dei consumi che sta distruggendo tutte le tradizioni a lui care e che sta uniformando le persone, la cultura, la politica. Il litorale di Ostia è l’immagine di quello che si lascerà alle spalle quel mondo consumistico. Quell’ammasso indistinto diventa un cadavere, diventa IL cadavere. Pasolini. Pasolini è morto, qualcuno l’ha ammazzato.

Nel nuovo millennio, dopo l’abbandono dello storico collaboratore sceneggiatore di Ferrara, l’ultra cattolico Nicholas St. John (ma The bad lieutenant è farina del sacco di Ferrara e di Zoe Lund), l’opera del regista mostra alcuni sbandamenti, tra sprazzi di genio si allargano macchie di manierismo. I budget per le sue opere si fanno più risicati, i finanziamenti dall’America sempre più difficili da reperire e infatti per gli ultimi film i soldi giungono dalla Francia e dall’Italia. Il penultimo film, Welcome to New York non trova distribuzione nei cinema ed esce direttamente in DVD nonostante si tratti di un’opera eccezionale che insieme al contesto politico contiene una ode alla città di New York che soltanto uno come Ferrara potrebbe fare. In Francia il film non viene considerato per timori di ripercussioni sulla politica interna francese e infatti non viene nemmeno selezionato per Cannes 2014. Dopo questo mezzo fallimento, Ferrara decide di raccontare la morte di Pasolini da lui indicato tra i maggiori ispiratori della sua opera.

La scena del crimine è un caos, gente che gioca a pallone vicino al corpo morto, curiosi che osservano, calpestano, inquinano. I poliziotti scattano fotografie. In una vediamo il corpo di Pasolini piagato, sanguinante, spezzato. Due poliziotti inginocchiati accanto a lui. Uno ride.

Come appare ovvio, trattandosi Pasolini di personaggio estremamente scomodo, buono per essere ricordato in modo agiografico e astorico quaranta anni dopo la sua morte ma stando ben attenti a non toccare le zone d’ombra attorno e dentro di lui, i finanziamenti per il film Ferrara non li trova a Roma, ma a Parigi. Willem Dafoe è un ottimo Pasolini; il sodale di sempre del poeta, Ninetto Davoli, appare nella ricostruzione di quello che avrebbe dovuto essere l’ultimo film, quello dell’addio al cinema da parte di Pasolini, il Porno Teo Kolossal. Tutto molto bello, tutto molto giusto.

La Fallaci urla, sono stati i fascisti, sono stati i fascisti. Arrestano Pelosi e inizierà il valzer dei decenni, è stato lui, non è stato lui, complotto, i fascisti, i comunisti, gli spari, la polizia e quel corpo morto resta lì, sulla spiaggia.

Il problema forse di questo film è che essendo necessariamente un’opera che richiede un forte sottotesto politico di partenza (tutto è politica, per dirla con Pasolini, e il sesso più di tutto) in realtà si concentra sull’uomo. Raccontando le ultime ventiquattro ore di vita di Pasolini, ci si focalizza sui fatti cruciali, tenendo in secondo piano tutto quello che aveva preceduto e causato quei fatti. Il Pasolini perseguitato dai politici, dalla magistratura, dai giornali, dalla società, il Pasolini tormentato che aveva speso milioni in avvocati e processi inutili, il Pasolini autore di opere sequestrate e dissequestrate, tutto questo non compare nel film. Abbiamo solo un uomo, un autore che torna in Italia dopo una visita in Francia, incontra familiari, amici e che la sera dopo aver abbordato un ragazzo viene brutalmente ucciso sul litorale di Ostia. Non si pongono domande, non si indaga più a fondo, non si racconta quanto di oscuro realmente c’era. Lo spirito dei tempi è lì, ma viene scalfito, non ferito. Restano le ricostruzioni filmiche delle ultime due opere incompiute dell’intellettuale italiano: PetrolioPorno Teo Kolossal, ma è troppo poco. Ed è un peccato.

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Quella strana lega dei gentiluomini straordinari e il coefficiente De Niro

La fresca pubblicazione di The League of Extraordinary Gentlemen: Century scatena nel vostro cinefilo reietto una serie di questioni che ondeggiano tra cinema e fumetto. In primis in cosa consiste questa nuova pubblicazione? Si tratta di un volume che raccoglie tre capitoli della saga degli Uomini Straordinari che Alan Moore sta portando avanti da anni.

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Nel 1999 Alan Moore, uno dei maggiori autori di fumetti mondiali, pubblica una serie in sei parti dal titolo The League of Extraordinary Gentlemen in cui vediamo tutta una serie di personaggi appartenenti alla letteratura del periodo vittoriano interagire in un gigantesco cross-over dall’indubbio fascino. Abbiamo l’avventuriero Allan Quatermain da Le miniere di Re Salomone, Mina Murray da Dracula, il dottor Henry Jekill da Lo strano caso del dr. Jekill e del signor Hyde, l’Uomo Invisibile dall’omonimo romanzo di H. G. Wells e il Capitano Nemo da 20.000 leghe sotto i mari; a questi, che sono i componenti della Lega, si aggiungono un’altra infinità di personaggi del mondo della fantasia dell’epoca: Auguste Dupin da Poe, Moriarty da Sir Conan Doyle, Campion Bond che altri non sarebbe che un antenato di James Bond, Ismaele da Melville. L’elenco è sterminato. In pratica, quello che ha fatto Alan Moore è stato prendere tutti questi personaggi e calarli in una realtà parallela alla nostra, il tutto condito con chiare influenze steampunk,

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Per sfortuna di Moore, questa prima serie viene trasposta in un film hollywoodiano. Qui si apre una fantastica digressione su Sean Connery, il coefficiente De Niro e le continue lamentele di Moore. Ma andiamo con ordine. Il film che si occupa di trasporre le vicende ideate da Alan Moore è, obiettivamente, una chiavica pazzesca. Trattandosi di un film di Hollywood, e quindi scritto e pensato per un pubblico “ammericano”, si è pensato di apportare delle pesanti modifiche alla storia originaria. Tanto per dire, si aggiunge alla Lega il personaggio di Tom Sawyer, il quale rappresenta il classico eroe americano, spavaldo, ironico e spaccone. Oltre a lui, si aggiunge anche l’immortale Dorian Gray per una non meglio specificata ragione. Se si considera poi un casting veramente da braccia che cascano (Tom Sawyer, Dorian Gray e Mina Murray, che qui si chiama Mina Harker giusto per non sbagliare, sono assolutamente desolanti), allora il disastro è bello che pronto. Laddove l’idea del cambio di trama non è nemmeno troppo male (nel fumetto Moriarty assembla la Lega per rubare la cavorite, un minerale in grado di annullare la gravità, mentre nel film lo fa per poter rubare i poteri dei protagonisti e trapiantarli in un moderno esercito di super soldati), lo smorzamento della violenza è riduttivo e fastidioso. Nel fumetto di Moore tutto è folle, la fantasia viene lanciata a mille all’ora e quando c’è da mostrare del sangue o delle ossa rotte lo si fa. Mr. Hyde si è nutrito della malvagità umana ed è diventato immenso, una specie di Hulk vittoriano e quando combatte smembra e distrugge. Nemo è un soldato che disprezza la civiltà inglese e che quando combatte non si fa remore di sparare a bruciapelo alla gente con un gigantesco fucile lancia arpioni di sua invenzione. Nel film tutto diventa più macchiettistico e all’acqua di rose, mostrando la paura di rischiare troppo per quello che nelle intenzioni doveva essere un blockbuster.

Ed è qui che parliamo di Sean Connery e del coefficiente De Niro perchè The League of Extraordinary Gentlemen è anche la sua ultima apparizione cinematografica e il cuore piange se ci si pensa attentamente. Lo stesso Connery una volta ha affermato, grossomodo:

Mi hanno offerto Matrix, io non ci ho capito nulla della trama e ho rifiutato ed è stato un successo. Mi hanno offerto Il Signore degli Anelli, io non ho capito nulla della trama ed ho rifiutato. Infine mi hanno offerto La lega degli uomini straordinari e anche questa volta non ho capito nulla ma mi sono detto “Al diavolo” e ho accettato.

Ecco, se anche quella volta avesse rifiutato sarebbe stato molto meglio. Il film si schianta forte al botteghino e Sean Connery si ritira dalle scene con amarezza. L’avesse fatto con Finding Forrester sarebbe stato molto meglio ma, almeno, ha dimostrato che quando inizi ad applicare il coefficiente De Niro ai film a cui partecipi forse è meglio lasciar perdere. Ma cosa è il coefficiente De Niro? Semplicemente è il coefficiente di sputtanamento della carriera di un attore che si misura su una scala tra Godsend The Adventures of Rocky & Bullwinkle. Se inizi a ritenere interessanti o necessari film di questo tipo, allora è meglio se ti ritiri.

Una parolina poi la si spende su Alan Moore, che ovviamente odia la trasposizione cinematografica della sua opera (e come dargli torto in questo caso), ma che dimostra di farlo come se fosse una abitudine più che consolidata. Realizza un fumetto, ne vende i diritti cinematografici e poi si lamenta del risultato. Lo ha fatto con questo, con From Hell (e ci credo) ma anche con ottime opere quali V for VendettaWatchmen. Onestamente, un mah ci sta.

Tornando a bomba sulla serie degli Uomini Straordinari, dopo la prima saga ne esce una seconda, ambientata poco dopo e in cui Londra deve affrontare l’invasione marziana raccontata da H. G. Wells. La Lega sconfiggerà i marziani grazie ad un’arma biologica creata dal Dr. Moreau. Ma, e qui risiede la grande differenza tra cinema e fumetto, la vicenda non si ferma qui. Dopo queste due saghe, Alan Moore punta a qualcosa di ancora più estremo: sempre con la collaborazione di Kevin O’Neill realizza The League of Extraordinary Gentlemen: The Black Dossier, un volume unico in cui viene narrata una storia con protagonisti Allan e Mina negli anni ’50 dopo la caduta del governo del Grande Fratello Orwelliano, e in cui la vicenda a fumetti viene interrotta da inserti presi da un fantomatico Black Dossier che i due protagonisti stanno effettivamente sfogliando. In questi inserti metafumettistici, costituiti da riproduzioni di opere perdute di Shakespeare, fumetti pubblicati o censurati, parti di libri commisionati dal governo e chi più ne ha più ne metta, viene ricreata una storia alternativa non solo dell’Inghilterra, ma del mondo stesso. I Grandi Antichi di Lovecraft irrompono nella vicenda (anche se un accenno lo avevamo avuto nella storia raccontata in appendice al primo volume della saga), mentre la guerra di Troia diventa un espediente usato dagli Dei per distruggere i loro figli concepiti con gli umani e che hanno dimostrato di avere tendenze psicopatiche. Tutto viene triturato e frullato in questa storia alternativa, la vicenda della Lega divenuto un pretesto per sfoggiare una cultura enciclopedica che racchiude riferimenti alla cultura, alta o bassa che sia, di un Paese.

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Dopo il Black Dossier si arriva a Century, prima diviso in tre voiumi, 1910, 1969 1999 e ora raccolto in un unico volume, origine di questo post. In Century le vicende della Lega si dipanano lungo l’arco di tutto il Secolo e si concludono con l’avvento dell’Anticristo nelle fattezze di Harry Potter, il quale verrà sconfitto nell’incredibile finale da Mary Poppins (non prima di aver ucciso Allan Quatermain con un fulmine lanciato dal suo pene, però). Un vero schiaffo in faccia alla limitata riduzione cinematografica hollywoodiana che ha mancato una occasione d’oro, anche se, con il senno di poi, forse non sarebbe male dimenticarsi del film e pensare ad una trasposizione televisiva. Il materiale per una nuova serie tv non mancherebbe. Anche senza Sean Connery.

PS: Giusto per bullarsi una volta, ecco una foto del vostro Cinefilo Reietto con Mr. Kevin O’Neill, presente alla fumetteria Gosh! in Soho per firmare copie del suo nuovo lavoro, Nemo: Roses of Berlin, sempre in collaborazione con Alan Moore, continua espansione del mondo della Lega.

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Incipit che ti prendono alla gola: Shantaram

Ovvero, come inventarsi una rubrica che ti permette di scrivere articoli senza fatica semplicemente rubando presentando i migliori incipit di alcuni romanzi-capolavoro da questa e quella parte dell’Oceano. Perchè con “Chiamatemi Ismaele” è nata la letteratura moderna mondiale e bisogna difenderla, prima che gente come Federico Moccia e Stephenie Meyer la uccida.

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Bel personaggino, questo Gregory David Roberts. Australiano, nasce nel 1952 e a seguito di un fallimentare matrimonio e dell’allontanamento dalla figlia, cade nel buco nero della tossicodipendenza. Da lì è una spirale discendente, fatta di furti e rapine che inevitabilmente lo conducono alla prigione. Condannato nel 1978 a 23 anni di prigione, riesce ad evadere e inizia una peregrinazione incessante che lo porta in giro per il mondo fino a fermarsi a Bombay. Qui si lega alla mafia del posto e diventa contrabbandiere, falsificatore, soldato di strada e proprietario di un piccolo ambulatorio gratuito per aiutare i più disagiati. Catturato nuovamente in Germania, finisce di scontare la propria pena in Australia e qui inizia la stesura di questo romanzo mostruoso, Shantaram, di cui perderà e riscriverà per due volte il manoscritto. Romanzo di fantasia, attinge comunque ampiamente alle esperienze di vita del suo autore, raccontando quanto avvenutogli negli anni di Bombay e, successivamente, in Afghanistan contro le forze d’invasione russe. 

Questo l’incipit:

It took me a long time and most of the world to learn what I know about love and fate and the choices we make, but the heart of it came to me in an instant, while I was chained to a wall and being tortured. I realized, somehow, through the screaming in my mind, that even in that shackled, bloody helplessness, I was still free: free to hate the men who were torturing me, or to forgive them. It doesn’t sound like much, I know. But in the flinch and bite of the chain, when it’s all you’ve got, that freedom is a universe of possibility. And the choice you make, between hating and forgiving, can become the story of your life.

Nota a margine, a quanto pare Johnny Depp avrebbe acquistato i diritti di questo libro pubblicato originariamente nel 2003, ma visto che non può travestirsi come un’idiota come da sua abitudine, per ora non se ne è fatto ancora niente.

Incipit che ti prendono alla gola: Blood Meridian

Ovvero, come inventarsi una rubrica che ti permette di scrivere articoli senza fatica semplicemente rubando presentando i migliori incipit di alcuni romanzi-capolavoro da questa e quella parte dell’Oceano. Perchè con “Chiamatemi Ismaele” è nata la letteratura moderna mondiale e bisogna difenderla, prima che gente come Federico Moccia e Stephenie Meyer la uccida.

Siamo nel 1985 e 365 giorni dopo l’anno mirabilis cinematografico che ci ha regalato perle come AliensTerminator, anche la letteratura ci fornisce uno dei capolavori del secolo. A firmarlo ci pensa Cormac McCarthy il quale prende il genere più americano che ci sia, il western, e lo declina in una versione apocalittica degna di quello che Melville fece con il suo Moby Dick. Un romanzo violento e disperato non per stomaci deboli e scritto con uno stile secco e ricercato al tempo stesso, marchio di fabbrica di uno dei maggiori scrittori viventi. Ecco a voi, per la vostra gioia, l’inizio della storia di The Kid:

See the child. He is pale and thin, he wears a thin and ragged linen shirt. He stokes the scullery fire. Outside lie dark turned fields with rags of snow and darker woods beyond that harbor yet a few last wolves. His folk are known for hewers of wood and drawers of water but in truth his father has been a schoolmaster. He lies in drink, he quotes from poets whose names are now lost. The boy crouches by the fire and watches him.
Night of your birth. Thirty-three. The Leonids they were called. God how the stars did fall. I looked for blackness, holes in the heavens. The Dipper stove.
The mother dead these fourteen years did incubate in her own bosom the creature who would carry her off. The father never speaks her name, the child does not know it. He has a sister in this world that he will not see again. He watches, pale and unwashed. He can neither read nor write and in him broods already a taste for mindless violence. All history present in that visage, the child the father of the man.
At fourteen he runs away. He will not see again the freezing kitchenhouse in the predawn dark. The firewood, the washpots. He wanders west as far as Memphis, a solitary migrant upon that flat and pastoral landscape. Blacks in the fields, lank and stooped, their fingers spiderlike among the bolls of cotton. A shadowed agony in the garden. Against the sun’s declining figures moving in the slower dusk across a paper skyline. A lone dark husbandman pursuing mule and harrow down the rainblown bottomland toward night.
A year later he is in Saint Louis. He is taken on for New Orleans aboard a flatboat. Forty-two days on the river. At night the steamboats hoot and trudge past through the black waters all alight like cities adrift. They break up the float and sell the lumber and he walks in the streets and hears tongues he has not heard before. He lives in a room above a courtyard behind a tavern and he comes down at night like some fairybook beast to fight with the sailors. He is not big but he has big wrists, big hands. His shoulders are set close. The child’s face is curiously untouched behind the scars, the eyes oddly innocent. They fight with fists, with feet, with bottles or knives. All races, all breeds. Men whose speech sounds like the grunting of apes. Men from lands so far and queer that standing over them where they lie bleeding in the mud he feels mankind itself vindicated.
On a certain night a Maltese boatswain shoots him in the back with a small pistol. Swinging to deal with the man he is shot again just below the heart. The man flees and he leans against the bar with the blood running out of his shirt. The others look away. After a while he sits in the floor.
He lies in a cot in the room upstairs for two weeks while the tavernkeeper’s wife attends him. She brings his meals, she carries out his slops. A hardlooking woman with a wiry body like a man’s. By the time he is mended he has no money to pay her and he leaves in the night and sleeps on the riverbank until he can find a boat that will take him on. The boat is going to Texas.
Only now is the child finally divested of all that he has been. His origins are become remote as is his destiny and not again in all the world’s turning will there be terrains so wild and barbarous to try whether the stuff of creation may be shaped to man’s will or whether his own heart is not another kind of clay. The passengers are a diffident lot. They cage their eyes and no man asks another what it is that brings him here. He sleeps on the deck, a pilgrim among others. He watches the dim shore rise and fall. Gray seabirds gawking. Flights of pelicans coastwise above the gray swells.
They disembark aboard a lighter, settlers with their chattels, all studying the low coastline, the thin bight of sand and scrub pine swimming in the haze.
He walks through the narrow streets of the port. The air smells of salt and newsawn lumber. At night whores call to him from the dark like souls in want. A week and he is on the move again, a few dollars in his purse that he’s earned, walking the sand roads of the southern night alone, his hands balled in the cotton pockets of his cheap coat. Earthen causeways across the marshland. Egrets in their rookeries white as candles among the moss. The wind has a raw edge to it and leaves lope by the roadside and skelter on in the night fields. He moves north through small settlements and farms, working for day wages and found. He sees a parricide hanged in a crossroads hamlet and the man’s friends run forward and pull his legs and he hangs dead from his rope while urine darkens his trousers.
He works in a sawmill, he works in a diptheria pesthouse. He takes as pay from a farmer an aged mule and aback this animal in the spring of the year eighteen and forty-nine he rides up through the latterday republic of Fredonia into the town of Nacogdoches.

 

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Vedo la gente morta

Stephen King è sempre stato un oggetto strano nel panorama dell’editoria mondiale. Ancorato e bollato ad un genere, quello horror, ritenuto per antonomasia un genere minore a cui sono relegati scrittori di scarsa capacità, in realtà ha sempre dimostrato come questa idea sia completamente folle ed errata. Tutto questo senza contare che il genere horror, o macabro, o gotico, o soprannaturale o chiamatelo come volete, ha sempre trovato casa nel mondo della letteratura “seria”: cosa è la Divina Commedia se non un horror del 1300? O il Faust, sia nella versione di Marlowe che in quella di Goethe? O ancora, i grandi nomi del fantastico di fine Ottocento: Poe e Lovecraft che hanno influenzato e indirizzato mezza letteratura del secolo successivo, nonchè quello che ritengo essere uno dei mattoni su cui si è costruito il concetto di Romanzo Moderno, ovvero il Moby Dick di Melville, a tutti gli effetti un romanzo d’orrore (lo stesso autore lo definirà “il libro malvagio”). Che la definizione di scrittore horror gli sia rimasta stretta, al buon Stephen, è diventato via via sempre più evidente, soprattutto negli ultimi anni. Pensando infatti a una delle sue ultime opere, Joyland, per esempio, rimane lampante come l’elemento soprannaturale (il classico fantasma di una ragazza uccisa che infesta il luna park teatro della sua morte) sia stato appiccicato giusto perchè doveva essere un libro “horror” di Stephen King. In realtà nel romanzo le parti più importanti riguardano quei temi che hanno sempre interessato l’opera dello scrittore di Bangor: il passaggio tra gioventù ed età adulta, il vero orrore del tempo che scorre e corrode affetti e ricordi, la fine del’amicizia, le bellezze e le brutture dell’amore. L’impressione che si ricava dalla lettura di Joyland è quella descritta in modo divertente in uno sketch di Family Guy. Sempre in uno degli ultimi lavori del Re, 22/11/63, viene poi affrontato il romanzo storico in salsa Ellroy, in cui lo scrittore affronta uno degli eventi cardine della storia americana, se non Occidentale: l’omicidio di Kennedy. Mentre scrittori come appunto Ellroy (e molti altri) affrontano l’evento incistandolo in complotti più o meno complessi, King mostra un approccio e una convizione personale assolutamente sorprendente: unico americano al mondo, probabilmente, a credere che l’omicidio di Kennedy sia avvenuto solo per mano di Oswald, basa il romanzo sul tentativo di un uomo venuto dal futuro di fermare l’assassino solitario in barba a quanto dimostrato dal filmato di Zapruder. Ed è questa convizione assolutamente contraria al sentire comune, che fornisce lo spunto di questo articolo per parlare di un’altra idea del Re che lascia basiti molti dei suoi estimatori (il caso Kennedy lasciamolo ai Cospirazionisti, ai Mesmeristi, agli Illuminati e ad Adam Kadmon, per ora). Stiamo parlando, ovviamente, del caso Shining. Stephen King, come è noto, non ha mai amato il film che Stanley Kubrick ha tratto dal suo romanzo del 1977. Esatto: uno dei registi più geniali del XX secolo, forse il più geniale, prende un tuo libro (e a quell’epoca sei ancora uno scrittore novello) e decide di realizzarne una trasposizione. Se anche dovesse decidere di affidare la parte di Jack Torrance a Grocuho Marx dovresti esserne esaltato e invece che fai? A opera finita definisci il film come: “Una bella macchina senza motore.” Già, E non stiamo parlando di un film in cui Grocuho Marx interpreta Jack Torrance, ma di uno dei più inquietanti film prodotti, interpretato da un Jack Nicholson che farà la storia della recitazione, diventando a dir poco leggendario.

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Quando nel 2013 King pubblica il sequel di Shining, ovvero Doctor Sleep, nella nota finale al libro cita en passant anche il film di Kubrick e per farlo usa queste parole:

Poi naturalmente c’era la faccenda del film di Stanley Kubrick, che per motivi a me ignoti molti ricordano come assolutamente terrorizzante.

Esatto, a 33 anni di distanza l’opinione di King su Kubrick non è cambiata di una virgola. Il suo disappunto nei confronti della trasposizione kubrickiana è tale che nel 1997 King appoggerà un nuovo adattamento in forma di miniserie e affidato all’ottimo mestierante (ma niente più) Mick Garris. Seppure il risultato finale non sia da disprezzare completamente (considerando che il 1997 non era ancora il periodo d’oro delle serie tv e che queste erano ancora principalmente prodotti di seconda fascia, solitamente luogo di rifugio per attori in declino e in necessità di pagare le bollette  e mettere il pane in tavola), il confronto con l’opera originale del 1980 è impietoso. Nonostante, o forse proprio per questo, una maggiore aderenza al canone kinghiano iniziale. Forse sta tutto qui, il problema. King stesso si è sempre definito come il Big Mac e patatine della letteratura. Se da un lato la sua qualità di scrittura sia sempre stata una spanna o due al di sopra di molti altri colleghi più blasonati o celebrati (ammazzatemi pure, ma nella capacità di creazione dei dialoghi siamo ai livelli di un Hemingway secondo me), a livello di creazione di trame e di sottigliezze narrative si mostrano molti più problemi. King è eccezionale nel creare il contorno, nel gestire le psicologie dei personaggi, nella creazione di scenari reali e nel descrivere quello che succede con una passione e una bellezza stilistica senza pari. Ma è proprio quello che succede nei suoi romanzi che spesso è semplicistico e molto buttato lì (forse sempre per il problema che un romanzo di King debba essere obbligatoriamente horror anche quando l’autore non vorrebbe che lo fosse). Quando Kubrick prende Shining, quindi lo raffina, spostando grossa  parte dell’orrore dalla dimensione fisica del romanzo kinghiano ad un livello più psicologico e, quindi, inquietante. Via quindi le siepi che si animano, l’estintore serpente e la caldaia che esplode uccidendo Jack Torrance nel più cormaniano dei finali e dentro invece la sua morte per assideramento e la foto finale che ritrae Jack ad una festa dell’Overlook Hotel nel 1929 e su cui ancora mezzo mondo si interroga. Il risultato è più profondo ed entra maggiormente nell’animo di chi guarda ma, ovviamente, anche più traditore dello spirito del romanzo del Re, che invece voleva essere maggiormente d’intrattenimento. Da qui, il rifiuto. Ma lasciatelo dire, Stephen. Ad avercene di Kubrick che adattano così le tue opere. O preferisci forse i vari CujoCose Preziose, The Stand e IT che sono venuti successivamente? Ripensando a Lee Oswald, magari sì. Giusto per concludere, in una cosa la miniserie era infinitamente migliore rispetto alla versione di Kubrick: Wendy Torrance, interpretata da Rebecca De Mornay.

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Consigli di lettura

Gunnar Hansen, altezza 1.93 m, professione: scrittore. Ma anche, un tempo, il primo, inimitabile, Leatherface. In questo libro racconta di come quella pietra miliare che fornisce tuttora materiali per sequel, remake, reboot, prequel, scopiazzature, omaggi, rifacimenti apocrifi, sia stata realizzata. Imperdibile per ogni cinefilo reietto che si rispetti.

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Il Moloch è vivo: Europe Central

Si può dire che questo è un anno atipico per me, dal punto di vista letterario. Ogni anno infatti mi ritrovo a dover affrontare un vero e proprio Moloch narrativo, ovvero un tomo che per imponenza degli argomenti trattati, per la forma scelta per raccontarli e per le dimensioni del progetto rappresenta per me un vero e proprio tour de force, o meglio ancora un sacrificio al cui termine però posso provare una sensazione di soddisfazione per essere riuscito nell’impresa. Nel 2009 si è trattato di Infinite Jest, nel 2010 di Contro il giorno, nel 2011 di Canti del Caos e nel 2012 ho affrontato Europe Central. Quest’anno, invece, nessun Moloch.

A dodici mesi di distanza comunque, e dopo aver affrontato un discorso su Moresco e sui suoi Canti del Caos, è giunto il momento anche di parlare di quel capolavoro assoluto che è Europe Central, scritto da uno dei più incredibili geni letterari contemporanei: William T. Vollmann. Diciamolo subito: da un punto di vista della visibilità mediatica Vollmann parte svantaggiato: non ha l’aura maledetta e ironica dello scrittore suicida David Foster Wallace, nè la misteriosa identità di Thomas Pynchon. Di consenguenza, quando si parla di romanzo contemporaneo, o meglio ancora di post-modernismo, gli hypster e tutti gli intellettualoidi tireranno fuori i primi due nomi (più magari un DeLillo), mentre difficilmente riporteranno quello dell’autore di Europe Central. Eppure la sua scrittura non ha nulla da invidiare ai due maestri del post-moderno e, anzi, priva dell’arma dell’ironia di cui invece abbondano i suoi colleghi, risulta ancora più secca ed efficace. Vollmann è un Foster Wallace altrettanto erudito e amante delle parole, che però quando si trova di fronte ad un bivio non sceglie la via dell’ironia e della comicità, del surrealismo, ma si butta a capofitto nell’orrore della realtà.

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Proprio questo è Europe Central: una gigantesca immersione nell’orrore della Seconda Guerra Mondiale, raccontato però da punti di vista assolutamente inusuali. Se infatti solitamente siamo abituati a pensare al secondo conflitto mondiale come principalmente una battaglia che schiera da una parte i Grandi Vincitori, ovvero gli Americani, e dall’altra i Tedeschi guidati da Hitler, con magari qualche concessione ad Inglesi e Francesi, la realtà delle cose è molto diversa. Nei primi due anni di guerra Hitler, grazie anche al patto di non belligeranza stretto proprio con la Russia (il famigerato Patto Ribbentrop – Molotov) conquista l’intero continente europeo. Gli Alleati si rifugiano nella ancora libera Inghilterra guidata da Churchill, mentre Hitler compie quello che sarà l’errore che lo porterà alla sconfitta: non fidandosi di Stalin decide di invadere anche la Russia. Il numero di uomini coinvolti, le dimensioni del fronte, la quantità di mezzi coinvolti fanno sì che la campagna di Russia sia in assoluto il teatro di guerra più sanguinoso della storia. Ripeto: della storia. Mentre gli Americani si ritrovano impelagati nel Pacifico e gli Alleati dall’Inghilterra si occupano di cercare di fare più danni possibili alle forze di Hitler in teatri minori, il 90% degli scontri avviene in quello che viene definito “fronte orientale“. Hitler crede di riuscire a convicere il popolo russo a voltare le spalle al terribile dittatore Stalin e grazie a ciò ad ottenere la vittoria, ma questo non avviene. Tra Stalin ed Hitler, i russi scelgono Stalin. Stalingrado resiste ad un assedio lungo un anno, mentre a Leningrado l’assedio si protrae addirittura dall’8 Settembre 1941 al 27 Gennaio 1944 (circa 900 giorni!).

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Ed è proprio di questo che ci vuole parlare Vollmann, calandoci di volta in volta nei panni di russi e tedeschi. Il libro è formato da capitoli-racconti, scritti con un ritmo vertiginoso ed una prosa a dir poco perfetta, dove ogni parola, ogni frase, ha il suo senso di esistere. Meraviglioso il capitolo dedicato ad Hitler, in cui vengono raccontate le serate del dittatore e il suo interesse per le opere di Wagner e la grande mitologia tedesca in generale; eccezionale, soprattutto, come Hitler sia un personaggio non personaggio. Nel corso di alcune decine di pagine, Vollmann descrive quello che è stato il simbolo del Male del XX Secolo, riuscendo nel contempo a rendere l’immagine di una figura indubitabilmente umana ma al tempo stesso non umanizzabile. Leggendo il capitolo dedicato al dittatore sembra di vederlo sempre fuori fuoco, come se un filtro ci impedisse di vederlo. È lì. È un uomo. Mangia, beve e dorme come ognuno di noi. Ma non è come noi. Solo per questo passaggio Vollmann meriterebbe ogni premio letterario disponibile su questo pianeta.

La narrazione salta avanti e indietro nel tempo, dalla Rivoluzione d’Ottobre russa e l’attentato a Lenin, fino a anni dopo la fine del conflitto mondiale, in piena Guerra Fredda. Emergono così le figure di personaggi indimenticabili, da spie russe e tedesche impegnate a monitorare la vita delle persone, agli artisti che si opposero od appoggiarono i due regimi totalitaristici: il regista russo Roman Karmen, l’artista tedesca Käthe Kollwitz e la poetessa russa Anna Akhmatova, l’ufficiale delle SS Kurt Gerstein che cercò di avvisare gli Alleati e il Vaticano dello sterminio nei campi di concentramento e i due protagonisti dell’assedio di Stalingrado, Friedrich Paulus e Andrey Vlasov. Ma ad emergere con prepotenza dalle mille pagine di questa epica moderna sono le figure del compositore russo Dmitrij Dmitrievič Šostakovič e di Elena Konstatinovskaja. Il primo è uno dei più incredibili geni musicali del Novecento, di cui viene ritratta una immagine commovente e umana: pieno di paure, di insicurezze, di blocchi psicologici è però in grado con il suo genio di tenere a bada e sfidare il repressivo regime russo. Più volte minacciato dagli agenti russi per la sua musica non popolare e atipica (e quindi contraria ai precetti del comunismo), riesce con ogni nuova composizione a prendersi gioco dei suoi censori e a creare la monumentale Sinfonia n.7 che fatta risuonare per le strade assediate di Leningrado sarà in grado di dare forza alla gente per resistere. L’altra è la donna che attraversa le pagine come uno spettro. Affascinante e magnetica, con un potere unico sugli uomini, entra ed esce dalle vite dei protagonisti: Karmen, Šostakovič, Andrey Vlasov e persino Anna Akhmatova vengono influenzati dalla donna, soggiogati dalla sua forza mentale. Il compositore la amerà tutta la vita, senza però riuscire ad ottenere niente più del suo corpo, esattamente come per tutti gli altri. Personaggio atipico, rappresenta il collante tra i vari protagonisti e gli intrecci della vicenda, attraversando anni, battaglie, genocidi ed orrori come una sorta di forza salvatrice e venefica al tempo stesso.

Al termine della lettura di questa opera mostruosa rimane in bocca un sapore amaro: abbiamo attraversato infatti grazie al suo autore gli anni più bui del XX Secolo, e la sua bravura nel raccontarceli lascia una sensazione di tristezza e di smarrimento, di insoddisfazione quasi. Esattamente come Šostakovič, alla perenne ricerca del capolavoro, incapace di apprezzare quanto appena scritto e contemporaneamente alla disperata ricerca dell’accettazione da parte del suo amore impossibile. E tutti noi, intanto, non possiamo che chinare il capo di fronte a Šostakovič e al suo cantore, William T. Vollmann:

Best listened to in a windowless room, better than best in an airless room—correctly speaking, a bunker sealed forever and enwrapped in tree-roots—the Eighth String Quartet of Shostakovich (Opus 110) is the living corpse of music, perfect in its horror. Call it the simultaneous asphyxiation and bleeding of melody. The soul strips itself of life in a dusty room.

Canti del caos

Ci sono libri che sono un vero e proprio mistero. Libri che sono oggetti estranei editoriali, talmente al di fuori da ogni possibile catalogazione da essere letteralmente “al di fuori del tempo”. Quando questi libri trovano incredibilmente la via della pubblicazione e lo fanno attraverso una grande casa edittice, non restano che due cose da fare: la prima è stupirsi, poichè vuol dire che quella casa editrice ha deciso di prendersi un grosso rischio investendo tempo e risorse in un progetto atipico, anzichè sfruttarli per un libro autobiografico di un calciatore o di un personaggio dello spettacolo; la seconda è affrontare detto libro tentando di comprendere come questo possa porsi nei confronti della letteratura italiana non tanto nel suo momento presente, ma in quello che sarà il futuro.

Antonio Moresco ci regala questa opera monumentale, questo volume che anticipa i tempi senza volerli anticipare e lo fa con il suo Canti del caos. Inutile girarci attorno: non ho mai affrontato in vita mia un libro che abbia odiato più di questo leggendolo, ma che sia poi cresciuto altrettanto dentro di me una volta finito. È qualcosa di misterioso e incomprensibile eppure è quanto avvenuto.

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Questi Canti del caos, pubblicati nella forma definitiva da Mondadori hanno una storia editoriale travagliata, paragonabile a quella del suo autore. Antonio Moresco ha tentato per anni di pubblicare la prima parte del romanzo senza successo, fino a quando Feltrinelli non dà il via libera nel 2001. Nel 2003 la seconda parte viene pubblicata da Rizzoli, per poi giungere alla forma definitiva, composta da tre parti unite in un unico tomo, rilasciato per i tizi di Mondadori nel 2009.

Cosa si può dire di questa opera monstre, di questo romanzo/non-romanzo che sembra voler dipingere un Girone Infernale calato nella realtà quotidiana? Parlare di trama sarebbe impossibile, in quanto le oltre mille pagine del volume non hanno una trama definita, trattandosi per lo più di una unità tematica che scorre sottotraccia. All’incirca possiamo dire che nella prima parte uno scrittore deve indagare sul rapimento della segretaria del suo editore e durante tale indagine sprofonderemo con lui nel mondo della prostituzione e della pornografia; nella seconda parte seguiremo invece la preparazione di una campagna di marketing in cui il prodotto da vendere sarà la Creazione stessa e il committente Dio; nella terza parte, a seguito della vendita della Creazione assisteremo al suo disfacimento e al suo collasso.

I personaggi che incontriamo nel romanzo sono assurdi, onirici: si va dal programmatore informatico che crea un videogioco in cui due squadre si combattono con violenza e che la notte prende misteriosamente vita, al Traslocatore, un uomo impegnato a traslocare continuamente di casa in casa, ossessivamente; dal ginecologo spastico, al papa che scioglie la Chiesa, dall’uomo che pesta le merde alla musa; il tutto in un vorticante caleidoscopio di follie e perversioni, in cui i passaggi più scatologici vengono contrappuntati da momenti di dolce poesia.

Stilisticamente parlando il libro è difficile, si pone con durezza nei confronti del lettore. Le immagini più crude vengono descritte con dovizia di particolari in aperta sfida alla sensibilità del lettore. Lo stesso stile di scrittura sembra voler essere refrattario ad ogni forma di semplificazione: abbiamo parole ripetute allo sfinimento, costruzioni di frasi complesse, passaggi letterari che sembrano volerti costringere ad abbandonare la lettura e a scagliare il libro fuori dalla finestra. Tutta la terza parte del romanzo, volendo rispecchiare la dissoluzione della Creazione, la sua implosione, sceglie di affrontare gli avvenimenti declinando ogni azione in tre tempi verbali, come se il tempo stesso fosse diventato un unico punto in cui tutto accade contemporaneamente nel passato, nel presente e nel futuro.

Eppure, come detto, nonostante il disappunto e l’odio che può istigare questo libro, qualcosa sembra impedirti di abbandonarlo e, una volta giunti alla sua conclusione, lo puoi sentire ancora dentro di te, che scava e macina. Questo perchè al di là della sua forma onirica, o forse grazie a questo, Moresco rappresenta tutto quanto è presente nella nostra società, dalle ossessioni per il sesso e la pubblicità, alle insicurezze dei rapporti tra le persone, dal ruolo della tecnologia a quello della spiritualità. Tutto può ed è rappresentato. Ogni genere viene preso in considerazione: l’horror, il fantasy, il thriller, la commedia, Pasolini e Joyce.

È senza alcun dubbio possibile dire che con Canti del caos ci troviamo di fronte a una delle opere che potranno segnare i primi anni di questo secolo e che, retrospettivamente, segneranno maggiormente la letteratura italiana contemporanea (basti pensare ai riconoscimenti ottenuti da Moresco da parte di Giuseppe Genna, tra i tanti).

Di seguito eccovi un assaggio di quello che potrebbe aspettarvi tra le pagine di questa sconvolgente opera d’arte. A parlare è la Donna dalla Testa Espansa:

Ci sono anch’io, sono qui anch’io, su questa corriera in viaggio per chissà dove. Tutta la massa della mia testa si è messa in viaggio per chissà dove. Sono stata finalmente snidata, individuata. Sono salita anch’io come gli altri su questa corriera ferma a motore acceso sulle superfici di quella piazza, sollevando, sollevando nell’aria il macigno del mio cranio collocato sui muscoli in tensione delle spalle, del collo, dopo avere camminato da sola per le strade, di notte, vicino all’ombra spropositata della mia bella testa che si spostava sui muri delle case, al mio fianco, quando passavo contro le zone di luce dei lampioni. Cos’è successo al suo interno? Perché non ha accettato i limiti di specie della sua crescita? Cos’è avvenuto nelle sue ossa, nelle sue cartilagini? Perché sono andate avanti occupando una zona orbitale così estesa all’interno dell’aria, dello spazio, mentre tutte le altre teste sono rimaste ferme al loro posto, rimpicciolite, man mano che la mia testa continuava a espandersi seguendo le sue dinamiche d’esplosione, alla cuspide dei filamenti dei loro piccoli colli, collegate ai grovigli di vene, di arterie, di capillari? Dove si fermerà? Perché non ha smesso di occupare spazi sempre più estesi all’interno dello spazio, in mezzo alle altre masse cellulari in gravitazione? Le mie ossa craniche non cessano di rigenerarsi.

Lo dico e lo ripeto: Antonio Moresco è forse uno dei massimi scrittori viventi, esempio di come sia possibile una letteratura “altra”, il cui risultato è un’opera letteraria nel suo complesso che o si ama o si odia. Di Canti del caos si è detto tutto e il contrario di tutto. Chi lo ama lo indica come uno dei pochi libri italiani che verranno ricordati tra cento anni, chi lo odia lo pone sullo stesso livello di una pubblicazione pornografica. Moresco è alternativamente un genio o un pazzo, un fine letterato o un pervertito, il futuro della nostra letteratura o il prodotto di scarto di una società alla deriva. La verità, secondo me, è che Moresco è l’indispensabile elemento anarchico che deve distruggere le certezze della nostra vita letteraria, sfasciando tutte quelle sensazioni di sicurezza che ci derivano da una serie di prodotti senza anima che ci cullano nell’idea che tutto possa andare bene anche quando non è così. Non c’è catarsi in Moresco, non c’è riconciliazione con il mondo, non abbiamo il lieto fine ad accompagnarci a letto. Non ci si sveglia da un incubo e, contestualmente, non ci si abbandona al sogno. In Moresco sogno e realtà non hanno distinzione, il suo mondo è il nostro mondo in cui tutte le barriere sono crollate e in cui camminando per strada possiamo incontrare i prodotti delle nostre perversioni e delle nostre aspirazioni, in una sorta di punto d’incontro tra le visioni lisergiche di Burroughs e il viaggio nell’Oltretomba di Dante.

Storie nascoste di un Paese senza memoria

L’Italia non è mai stata unita. Questo sarebbe l’incipit perfetto per un romanzo di storia alternativa, perfetto equivalente de “L’America non è mai stata innocente” di James Ellroy. L’Italia è sempre stata divisa in piccoli Stati impegnati a combattersi tra di loro. La sua unità era il sogno di alcune genti che hanno voluto realizzare un’impresa impossibile basandosi su un passato che non sarebbe mai stato possibile replicare. La Grande Roma era crollata sotto il peso dei barbari, l’Impero era collassato e gli invasori avevano banchettato con i resti dei vinti. Dalla frammentazione che ne era nata, non poteva nascere un popolo unito. Possiamo vederlo ancora adesso. Ci sono due, tre, venti italie e ognuna di esse odia le altre. Abbiamo l’Italia di Destra e l’Italia di Sinistra. Quella del Nord, contro quella del Sud. L’Italia dei cervelloni e quella dei mantenuti. L’Italia dei politici. L’Italia di quelli che vorrebbero essere tedeschi e di quelli che vorrebbero essere svizzeri. L’Italia dei sognatori e quella degli sconfitti. L’Italia dello Stato e l’Italia della mafia.

Chi ha versato il sangue, nel corso delle guerre, lo ha fatto per un sogno che non si è avverato, al di là delle istituzioni.

La mancanza di un senso unitario si riflette nella mancanza di un’epica che narri la nascita del Paese. Pensateci. Tutti noi vediamo la nascita dell’Italia come composta da una scampagnata realizzata da un migliaio di straccioni in camicia rossa, partiti da un piccolo porto con quattro barchette e che man mano che scendevano attraverso la penisola trovavano la gente pronta a consegnarli le chiavi di casa con un sorriso stampato in faccia. La realtà è stata ben diversa. Ci sono state battaglie, sangue, fango, linciaggi. La violenza del popolo contro il popolo. Ideali che sono stati traditi e altri che sono nati dalla morte e dalla sofferenza.

Eppure di tutto questo nella nostra storia raccontata non rimane niente. Le statue che vediamo nelle nostre città non ci raccontano nulla, sono solo ornamenti inutili buoni a farsi corrodere dallo smog e dalla merda di piccione.

L’America ama i suoi padri fondatori, rispetta chi ha lottato per la sua creazione. Un Paese senza storia ha creato l’epica della propria costruzione, trasfigurandola in un genere per tutti, il western. Le guerre indiane, la folle costruzione della linea ferroviaria, la schiavizzazione dei neri e la Guerra d’Indipendenza. Tutto questo è stato assimilato, elaborato, magnificato. Certo, tutto è stato filtrato attraverso gli stili e le menti delle varie epoche. I nativi americani prima sono stati i cattivi per antonomasia, poi sono diventate le vittime di un genocidio. I sudisti erano i cattivi, poi sono diventati combattenti esattamente come i nordisti, uomini mandati al macello per perseguire scopi economici più o meno nobili. Ma tutto è stato raccontato. Alamo. Pat Garrett e Billy the Kid. Su, su, fino alle Guerre Mondiali, alla Guerra del Vietnam, la Storia segreta di James Ellroy, tra CIA, FBI, Cuba, la Guerra Fredda e tutto quello che rappresenta il cuore vivente di una Nazione.

Da noi in Italia, per anni niente di tutto questo è successo. Abbiamo pochissimi esempi di tentativi di creare il nostro mito fondante. C’è Il Gattopardo. Poi c’è un buco nero. Per il nostro cinema e per la nostra letteratura, l’Italia ha valenza narrativa solo dal dopoguerra in poi. Quello che c’è stato prima non attira. Paradossalmente, noi italiani abbiamo contribuito maggiormente alla creazione del loro mito, grazie agli spaghetti western.

Negli ultimi anni sono stati fatti alcuni tentativi di dare una maggiore realtà e consistenza sia alle storie dell’unità italiana sia alla sua Storia recente. Nel campo letterario abbiamo potuto assistere alla nascita del movimento noto come New Italian Epic, così battezzato da Wu Ming 1 nel 2008. Questo movimento letterario comprende molte opere scritte a partire dal 1993 ed è composto da romanzi in cui, accanto a ricostruzioni storiche accurate si accompagnano altre caratteristiche quali: una commistione tra ricercatezza stilistica (punti di vista particolari, soluzioni narrative inconsuete, ricercatezza lessicale), complessità delle trame e atteggiamento “pop”; rifiuto dell’ironia del romanzo postmoderno; rifiuto della storia ufficiale e ricorso a ucronie e storie alternative.

Tra i grandi esponenti del New Italian Epic abbiamo il collettivo bolognese Wu Ming, nato Luther Blissett con il romanzo Q, che ha come scopo principe quello di riportare alla luce storie d’Italia che rischiano di essere dimenticate. Ecco allora che abbiamo i romanzi (alcuni scritti dall’intero collettivo, altri solo da alcuni componenti): 54, sull’Italia post-bellica, Timira sull’Italia coloniale, Point Lenana che racconta di un’incredibile evasione da un campo di prigionia inglese in Africa, Asce di guerra dove si narra dell’ormai dimenticata partecipazione degli italiani alle guerre in Indocina negli anni ’50.

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Proprio dal NIE nasce un tentativo di svecchiare l’immagine del Risorgimento nel 2008 dalla coppia Valerio Evangelisti e Antonio Moresco, con il loro libro Controinsurrezioni. Nella sua metà, Evangelisti mette in mostra la caduta dello Stato Pontificio, descritta in tutta la sua crudezza ed umanità, tra preti linciati, prostitute e scoregge; Moresco, invece, imbastisce una curiosa trama che mescola Leopardi e la batracomiomachia, il rivoluzionario Pisacane e un acceleratore di particelle e un paio di attori porno.

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Anche Umberto Eco, forse fuori tempo massimo, cerca di dare nuovo fulgore al Risorgimento con il suo Il cimitero di Praga, anche qui affidando il compito di narrare le vicende segrete che hanno coinvolto Garibaldi e Cavour, i carbonari e gli anarchici, traghettando il Paese alla sua nascita, ad un losco doppiogiochista impegnato a stringere accordi e a tessere trame pensando più al proprio tornaconto, dando tra le altre cose vita ai Protocolli dei savi di Sion, che verranno poi usati anche da Hitler quale elemento fondante della sua propaganda anti-ebraica. Il risultato forse non sarà ai livelli del miglior Eco, ma comunque è un’ottima lettura.

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Al cinema, invece, mentre gli anni del dopoguerra in primis e, successivamente gli Anni di Piombo, hanno comunque avuto un trattamento più o meno decente, il Risorgimento latita. Solo nel 2010 abbiamo Noi credevamo, di Mario Martone, film monstre che racconta la storia di tre ragazzi del Cilento aderenti alla Giovine Italia di Mazzini.Il film è stato snobbato, lasciando poche tracce e, soprattutto, dando poche speranze per la realizzazione di opere simili (non vogliamo qui considerare le fiction tv che, al contrario di quanto realizzato in altre Nazioni, da noi sono ancora per lo più opere di scarso, se non totalmente assente, valore).

Pensando all’incredibile bacino di storie rappresentato da quegli anni, non possiamo non esserne rammaricati.

Le Storie Naturali e la nostra piccolezza

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Che noi italiani si sia in fondo un popolo di provincialotti, lo sappiamo benissimo e purtroppo ne facciamo anche un vanto, come se ci fosse qualche motivo per vantarsi di essere la periferia della periferia dell’Impero. Quello che è ancora più triste, è il nostro non saper trarre vantaggio e orgoglio da quello che di buono sappiamo fare.

Prendiamo per esempio Primo Levi. Questo nome, a chiunque abbia frequentato o stia frequentando una scuola superiore, riporterà alla memoria sostanzialmente due concetti: nazismo e Se questo è un uomo. Ora, non voglio dire che Primo Levi non debba essere ricordato per il suo libro più famoso e per il suo essere un sopravvissuto di una delle peggiori macchine di morte che l’uomo abbia inventato durante la sua Storia. È giustissimo che sia così. La necessità della memoria, l’obbligo morale e civile di tramandare quei terribili eventi ai posteri era profondamente radicato nella mente di Levi, diventando la sua ragion di vita. Quindi la sua immortalità tramite Se questo è un uomo è corretta e rende giustizia al suo autore.

Ma Primo Levi non ha scritto solo la cronaca della sua esperienza nel campo di concentramento e il suo seguito, La tregua, ma molti altri libri e tra questi si annovera anche una raccolta di racconti di fantascienza: Storie Naturali.

Sì, avete letto bene. Racconti di fantascienza. Uno degli autori simbolo della letteratura italiana del ‘900 ha osato scrivere dei racconti di fantascienza. Orrore! Onestamente, quanti di noi a scuola hanno affrontato questa sua opera? Pochi fortunati, forse.

Questo perchè in italia scrivere qualcosa “di genere” è sintomo di non essere grandi artisti. Da noi qualsiasi cosa sia “di genere” è inferiore per definizione. Non importa se poi il cinema “di genere” italiano, dallo spaghetti-western, all’horror, al poliziottesco, sia stato d’ispirazione per generazioni di registi in tutto il mondo (e lasciamo perdere il fatto che si sia dovuti aspettare Tarantino per una sua rivalutazione e che, dato che siamo italiani, questa rivalutazione sia stata fatta in un modo paraculo, salvando anche chi non doveva essere salvato) e che la cosiddetta morte del cinema italiano sia coincidente con l’abbandono di questi filoni. Lasciamo stare se molti dei classici italiani studiati a scuola siano, a ben vedere, opere di fantasia di genere: la Divina Commedia nella sua parte Infernale è un horror con punte splatter e comunque in tutta la sua interezza è un racconto del soprannaturale; nell’Orlando Furioso, Orlando viaggia sulla Luna per recuperare il senno; I Promessi Sposi sono un romanzo d’appendice dell’800. Il genere è dovunque nella cultura italiana, ma ogni volta viene ignorato o piegato a qualcosa di meno vergognoso per la cultura accademica. Sì, la Divina Commedia è ambientata nell’Aldilà però…

E quindi ecco che anche Primo Levi cade preda di questo sistema, tanto che pubblica le Storie Naturali sotto pseudonimo, Damiano Malabaila, su richiesta della casa editrice, per non offendere chi avesse letto Se questo è un uomo, magari sopravvissuto anch’esso alla tragedia dei lager.

Ma Storie Naturali non è un libro di cui vergognarsi. In America, un autore di fantascienza come Philip K. Dick è stato ampiamente rivalutato, le sue opere sono continua fonte di ispirazione per cineasti, scrittori e fumettisti. E, incredibile a dirsi, i racconti di Storie Naturali, sono altrettanto buoni. Addirittura le idee in esso presenti sono state, non so quanto inconsciamente, saccheggiate dall’industria cinematografica americana.

Il casco che permette di vivere vicende preregistrate in Trattamento di quiescenza è identico allo SQUID usato in Strange Days di Kathryn Bigelow trent’anni dopo.

Censura in Bitinia ha in sè i semi di 1984 di Orwell e soprattutto Brazil (1985!) di Terry Gilliam con la rappresentazione della censura come un’ente spietato talmente dannoso da essere pericoloso per la mente di chi ci lavori e per questo sempre più meccanizzato con tutti i rischi del caso.

Angelica farfalla potrebbe tranquillamente richiedere i diritti d’autore a mezza produzione di film horror in cui sia presente uno scienziato pazzo nazista.

La bella addormentata nel frigo è praticamente Asimov, storia di una ragazza che si fa ibernare e che viene risvegliata pochi giorni ogni anno, così da permetterle di vedere l’evoluzione umana nel corso degli anni.

Il sesto giorno è dalle parti di Sandman con gli dei creatori della Terra mostrati come semplici impiegati statali alle prese con limiti di budget e tempo.

Alcune applicazioni del Mimete, con la sua idea di poter duplicare le persone anticipa ancora Philip K. Dick e i suoi replicanti.

Insomma, questo è un libro che dovrebbe avere una maggiore risonanza e il fatto che il suo autore debba essersi nascosto dietro uno pseudonimo dovrebbe spingerci a riflettere su quanto debole era il nostro pensiero allora e su quanto lo sia ancora adesso.