Pasolini ti scrivo: quarantennale di una dimenticanza

Il 2 Novembre 1975 il corpo martoriato di Pasolini viene trovato sul litorale di Ostia. Nella ricorrenza del quarantennale di quel terribile evento, in tutta Italia nascono eventi per ricordare quel poeta, scrittore, cineasta, insomma intellettuale, che negli ultimi quarant’anni è stato continuamente ignorato, sbeffeggiato, dimenticato. Durante questo mese sul blog si pubblicheranno una serie di post a tema pasoliniano, certi di come, contrariamente a tanti altri, i suoi temi e la sua opera, siano stati spesso affrontati od omaggiati in questi spazi. Si inizia oggi con una accorata lettera indirizzata al corpo morto del poeta. Poco cinefilo, vero. Poco  oggettivo. Ma molto reietto. Per oggi va così. Domani si torna nei più concreti confini cinematografici. Se intanto volete, potete leggere le due recensioni dedicate a Salò e a Teorema. Buona lettura.

Caro PPP,

riesci a vedere quanto queste tre lettere monumentali brucino in questo luogo da cui ti scrivo, da questa Italia che è Europa che non è, in questo tempo presente eternamente in stallo. Sei morto quarant’anni fa, ormai due ventenni separano le tue carni morte dalle carni vive marcescenti di questo oggi che ci ottenebra e in questo doppio ventennio abbiamo potuto assistere alla realizzazione di quanto tutto hai predetto.

Morire. Diventare immortali. Ma non per tutti. Non in questo Paese. Non in questa Italia che è Europa che non è. Al termine della mia scuola, quinto anno di superiori, una maturità tecnica mal sfruttata, ricordo che per me eri solo “quello che ogni tanto scriveva in dialetto”. Nient’altro. Pagine e pagine, ore ed ore, parole e parole su Manzoni e Petrarca, su Alfieri e su Montale, ma su di te niente, non una parola, se non quel semplice “quello che ogni tanto scriveva in dialetto”. Eri una bestemmia, sei una bestemmia, un nemico da sconfiggere negli augusti programmi scolastici di questo Paese in sfacelo, la scheggia scomoda che si infila sotto l’unghia e intanto tu potresti sghignazzare di tutti noi, che ci arrabattiamo come meglio possiamo in questo futuro che hai predetto forse non immaginando nemmeno quanto nemmeno tu.

Eppure.

Eppure era tutto lì, basta ammirare i tuoi Scritti corsari, vedere come quello contro cui ti battevi altro non era che quella strada che ci avrebbe condotto a questo 2015 che è ancora 1985 che è ancora 1975, sempre 1975, l’eterno 1975 sul lungomare di Ostia dove il sole tramonta su Monsignori ed Eccellenze, su Poeti e su Visionari, sul Merda e su Mamma Roma e su tutti noi che aspettiamo il sole dell’avvenire. Solo che è spuntato quel Sole, è spuntato e noi abbiamo provato a bagnarci dei suoi raggi, solo per scoprire dopo che quello era un Sole cancerogeno, l’avvenire è diventata una metastasi incistatasi nei nostri tessuti, viviamo barattando la felicità per la sicurezza, la sicurezza per qualcosa che ancora non abbiamo ben compreso e intanto sputiamo sangue e pezzi di polmone, pisciando sul tuo cadavere tumefatto, martirizzato, vilipeso e dimenticato, il tuo cadavere di “quello che ogni tanto scriveva in dialetto” un semplice emblema di quello che è stato e sarà.

Eppure.

Eppure non è tutto lì, perché non sei rimasto per me “quello che ogni tanto scriveva in dialetto” e infatti nell’Agosto di due anni fa, mentre preparavo la mia fuga da questo Paese che è Italia che è Europa che non è più, da questo cimitero sottomarino futuro, osservo, ammiro e rabbrividisco di fronte a Salò e vedo come ti sia preso gioco di tutti, di chi ha il potere e di chi concede il potere, l’oppressore e chi sceglie di mangiare la merda e resto affascinato, impressionato, la mia mente subisce un salto quantico, nessuno è mai riuscito a toccare così profondamente il mio Io e due mesi dopo parto, via dall’Italia, via e ancora via, verso l’Inghilterra che è un po’ meno Europa che è e nel bagaglio a mano un libro, uno solo ed è Teorema e a Gennaio lo leggo, fuori ci saranno due gradi e un forte vento, sempre vento, sempre e ancora una volta mi scuoti, mi sconvolgi e ancora posso immaginare il tuo sorriso quando fosti attaccato da Destra e da Sinistra, perché Teorema era o troppo religioso o troppo pornografico e tutta questa Italia, questo piccolo Paese che stava barattando il suo futuro in cambio dei jeans Jesus era unita nel fare del tuo corpo non ancora martirizzato il Tempio della sua rabbia repressa.

Eppure.

Eppure ad Aprile lo vedo, Teorema, e quel finale, quella inquadratura sul volto urlante nel deserto è una stilettata lancinante e fa ancora freddo ed ascolto Macbeth nella nebbia e mi sembra il più pasoliniano di tutti i possibili pezzi che siano mai stati composti in questi doppi vent’anni che sono passati senza passare, perché qui in questa prigione Italia nulla veramente passa, le rivoluzioni riportano tutto allo stato iniziale, non ci sono svolte, solo piccoli passi in cerchio ed in cerchio moriamo lamentandoci.

Eppure.

Eppure sono tornato, rieccomi in questa Italia che è Europa che non è ed ora sono padre, vedo per mia figlia un futuro che tu hai già dipinto e nei colori del tuo dipinto si rivedono i colori delle foto del tuo cadavere e so che questo 2015 che è ancora 1985 che è ancora 1975 e sempre sarà non voglio che stenda le sue mani su questo piccolo corpo che dorme tra le mie braccia, oggi, ieri e domani.

Eppure.

Eppure quel futuro tu l’hai dipinto, additando i politici che ti sembravano nani rispetto a quelli passati e che adesso sono giganti rispetto a quelli presenti, hai dipinto quel futuro descrivendo quel popolo che hai amato e che hai odiato e che ti ha amato e ti ha odiato.

Esattamente come io ti amo. Esattamente come io ti odio. Perchè quel futuro che hai predetto ora è qui, di fronte a me, e si sta mangiando ogni altro futuro nel cuore di questa Italia che è Europa che non è, che non è mai stata, che mai sarà.

pasolini-sul-set

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