Fury e il peso dei padri troppo ingombranti

C’è un fondamentale problema nell’ultimo film di David Ayer e questo problema non risiede stranamente nel prodotto cinematografico stesso ma negli accostamenti che gli sono stati fatti sin dall’inizio. L’interpretazione di Brad Pitt di un soldato dell’esercito americano durante la Seconda Guerra Mondiale è stata immediatamente confrontata con la sua performance nel capolavoro di Tarantino Inglorious Basterds, mentre il film nel complesso viene paragonato con Saving Private Ryan di Spielberg e The thin red line di Terrence Malick. Come può risultare ovvio, una simile sfida non può che essere irrimediabilmente persa in partenza.

Entrambi i film presi come metro di paragone sono del 1998, un anno estremamente importante per l’industria cinematografica dal punto di vista dell’evoluzione tecnica. Il capolavoro di Spielberg, infatti, pone de facto uno standard nel modo di rappresentare la guerra al cinema: la sua fotografia desaturata di colori e il modo di calare lo spettatore in prima persona all’interno delle scene di battaglia rappresenteranno infatti la cifra stilistica di tutti i film bellici ed action che seguiranno (basti pensare a come il combattimento finale nel Robin Hood di Ridley Scott sia basicamente una versione medievale dello sbarco in Normandia che apre il film di Spielberg). Sempre nel 1998 esce poi The Matrix dei fratelli Wachowski con il suo impatto definitivo nel mondo degli effetti speciali. Se poi si considera che nel Dicembre di quell’anno Terrence Malick ricompare nei cinema con la sua opera d’arte filosofica e bellica, non si può non considerare quello come l’anno cardine degli anni ’90, nonchè il primo fondamentale passo del cinema nella direzione moderna.

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Ma il film di Ayer è davvero brutto? Peter Sobczynski sul sito di critica cinematografica rogerebert.com pur partendo da un approccio analitico secondo me errato (e che andrò successivamente ad analizzare) conclude dando però la giusta definizione del film:

“Fury” isn’t so much a bad movie as it is a fairly unnecessary one.

Secondo Sobczynski, il film quindi non è brutto ma semplicemente inutile e il motivo secondo lui risiede essenzialmente in uno squilibrio tra la messa in scena tecnica e il tono epico appesantito dalla notevole durata del film (oltre due ore) e l’apparente povertà descrittiva dei personaggi protagonisti. Per dirla ancora con le parole del recensore:

If only Ayer had spent a little less time on the physical aspects of this project and given a little more thought to the story, characters and dialogue, he might have been able to truly do “Fury” honor instead of giving viewers just another war potboiler.

Il grosso errore nel film non risiede secondo me, invece, in questo, anzi. Fury è un ottimo film che in modo piuttosto originale mette in scena quelli che sono gli ultimi atti del secondo conflitto mondiale, descrivendo alla perfezione quelle che sono le condizioni di due eserciti ormai logorati e allo stremo dopo anni di guerra feroce. Se da un lato vediamo l’esercito tedesco con tutta la sua disperazione dovuta alla sconfitta imminente e le conseguenti azioni feroci come l’impiccagione dei ragazzini che si rifiutano di combattere, dall’altro anche i soldati americani appaiono come poco più che bestie. Non c’è niente di affascinante in loro, Brad Pitt tratteggia un ufficiale privo di ogni sorta di lato positivo come poteva invece essere l’Aldo Raine tarantiniano. Il suo “Wardaddy” vuole solo vedere la fine della guerra e ogni mezzo è valido. Non c’è pietà, non c’è nemmeno odio. C’è solo il desiderio di arrivare a Berlino e chiudere la partita. Lo stesso dicasi per gli altri commilitoni, tutta gente bruciata dalla guerra, che ormai ridotta ad uno stato bestiale si è ridotta ad uno stato di pragmatismo dove quello che conta è solo sopravvivere e per ottenere lo scopo qualsiasi azione è lecita.

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Ayer inscena così alcune delle morti più sgradevoli che siano mai state mostrate in un film bellico, mostrando in modo inequivocabile la bruttezza insita nel conflitto bellico. Dove in ogni caso nel soldato Ryan di Spielberg ogni morte era comunque esteticamente ben rappresentata, seppure nella sua crudezza, le morti di Ayer sono spogliate di retorica e meccaniche e per questo più difficilmente digeribili. Quello a cui assistiamo è una delle più efficaci trasposizioni in forma cinematografica dell’homo homini lupus.  Ed è qui che, finalmente, giungiamo a quello che è realmente il problema di Fury: dopo più di due ore tese a teorizzare sostanzialmente la bestialità dell’uomo, giungiamo al finale in cui il giovane e inesperto carrista viene graziato da una altrettanto giovane SS dopo la terribile battaglia finale. Questi ultimi trenta secondi sono proprio quelli che fanno precipitare pericolosamente il film nel territorio dell’inutilità, in quanto annullano sovvertendolo l’assunto alla base dell’intero film.

Volendo però ignorare questo finale “buonista” e fuori tono, non si può non rimarcare come ci si trovi di fronte ad una delle più efficaci rappresentazioni belliche degli ultimi anni al di là di quelli che possono essere i paragoni con l’ingombrante papà del 1998. Anzi, se proprio vogliamo partecipare a questo gioco, è curioso notare come vi sia uno sviluppo esattamente opposto a quello dell’opera di Spielberg: nel suo film, infatti, il novellino Upham alla fine cede alla corruzione della guerra e fredda il prigioniero tedesco che aveva invece salvato precedentemente nella storia. In Fury, invece, Norman Ellison pur combattendo, nel finale cede e si nasconde venendo salvato solo dalla pietà del soldato tedesco che non indica al resto del battaglione il luogo in cui si sta nascondendo.

Fury è un’opera estremamente valida insomma che, come Interstellar ha subito critiche eccessive a causa degli accostamenti che si è trovato appiccicato addosso da subito: Saving private Ryan il primo e un certo 2001: A space Odissey il secondo.
Diventa interessante a questo punto ragionare sulla validità di questa modalità critica. Intendiamoci: ogni opera nuova deve avere necessariamente dei “genitori”. Il concetto cardine per cui ” tutto quello che poteva essere raccontato è stato raccontato” non sarà errato in toto, MA sicuramente può contribuire nella creazione di paletti mentali da parte di chi fruisce una narrazione. Se da un lato è ovvio che un film con Dracula protagonista debba ad un certo punto fare i conti con il film di Tod Browning che ha fissato quelli che sono i canoni del personaggio; se è altrettanto vero che entrambi devono rifarsi al modello letterario di Bram Stoker, questo non vuol dire che questi modelli debbano essere unici ed esclusivi nell’interpretazione di una narrazione moderna. Un film di Dracula può essere godibile al di là dei suoi antenati più o meno illustri e quello che conta realmente è se tramite quello che ci racconta riesce a trovare un modo di raccontare noi stessi e quanto ci circonda.

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