Il concetto di violenza in Funny Games di Michael Haneke

Forse tra tutti i film di Michael Haneke, Funny Games è quello che maggiormente ha urtato e spaccato critica e pubblico a causa della sua estrema violenza e della sua totale ostinazione nel negare a chi lo guarda ogni forma di soddisfazione. L’intento evidente del regista è quello di criticare e teorizzare al tempo stesso quella che è la rappresentazione della violenza nella cinematografia americana. Già il titolo è una chiara manifestazione di intenti: i giochi divertenti sono ovviamente quelli dei due sadici protagonisti e già da questo si capisce come il regista condanni la visione leggera e divertita che il cinema americano ha da sempre avuto. 

Per ottenere il suo risultato Haneke confeziona un film che richiama apparentemente le regole di base degli slasher movie e degli home invasion. Dico apparentemente perchè quelle che sarebbero le regole fondamentali del genere vengono usate come puntelli di base, questo sì, ma nel corso del film vengono poi stravolte, come viene fatto notare da Paul nei frequenti momenti in cui rompe la quarta parete parlando direttamente con lo spettatore.

Ma se questi possono essere concepiti come semplici trucchi di un regista all’apice della padronanza tecnica che vuole divertirsi con gli stilemi di un genere che vuole condannare, in realtà è bene focalizzarsi su quella che è forse la scena più importante di tutto il film, una scena che se ben interpretata ci mostra non soltanto quello che pensa l’autore dell’uso della violenza nel cinema americano, ma anche di quello che pensa dello spettatore medio. Si tratta della scena ora nota come “scena del telecomando”: più o meno a metà film Anna riesce ad impossessarsi di un fucile e spara uccidendo uno dei due assassini, Peter. Sembra iniziata la fine delle torture per la povera famiglia e invece Paul si impossessa di un telecomando e riavvolge fisicamente il film, ripetendo poi la scena e impedendo ad Anna di entrare in possesso del fucile. Ora, questa scena è importantissima per due motivi: è talmente surreale da rappresentare uno stacco netto e spiazzante rispetto all’intero registro del film. Se è vero che Paul si rivolge varie volte al pubblico guardando in camera, il film comunque ha un andamento estremamente realistico e teatrale, con uno scarsissimo uso della colonna sonora (utilizzata ancora una volta ad inizio film proprio per creare un forte distacco per lo spettatore che sta iniziando a calarsi nella vicenda). Il suo ricorso al telecomando e la totale implausibilità della scena servono proprio per urlare in faccia allo spettatore che sta assistendo ad un film. Citando una frase dello stesso Haneke:

Il cinema sono ventiquattro bugie al secondo che cercano di raccontare la realtà.

 Il colpo di genio risiede però nel secondo motivo di importanza della scena: quando Anna uccide Peter. Chiunque sta guardando la scena non può reprimere un moto interno di soddisfazione. Il film è una critica alla violenza e segnatamente alla violenza rappresentata nei media, ma Haneke pone lo spettatore di fronte alla realtà: sta guardando un film che condanna la violenza, ma ora proprio un atto di violenza lo ha reso felice. Ecco il fascino del paradosso di Haneke: condannando l’industria cinematografica, in realtà condanna lo spettatore che è in realtà a questo punto il reale colpevole della vicenda. Egli è il fautore, tramite il suo desiderio, di quello che accade su schermo. Contemporaneamente, asserisce l’assoluta tendenza innata nell’uomo alla violenza. Essa è presente e non può essere ignorata o addomesticata; per quanto noi possiamo tentare di condannarla quando la vediamo esercitata all’esterno, giunge sempre una situazione che ci trova pronti a giustificarne l’utilizzo. Si tratta di una teorizzazione estremamente importante ed originale, che si pone ad un livello più profondo ed intimo rispetto ad esempio al concetto espresso da Kubrick nel suo A clockwork orange (citato da Haneke nel vestiario dei suoi due aguzzini). Quello di Kubrick è un discorso sociologico che affronta la presenza della violenza nella società e nelle istituzioni e del paradosso che deriva dal desiderio di imporre pace e tranquillità al singolo cittadino. Kubrick è politico. Haneke è scientifico. Il primo é morale. Il secondo prende la morale e la mette di fronte allo specchio della realtà fisica dell’esistenza.

Per rendere ancora più efficace la sua condanna, Haneke girerà nel 2007 un remake shot by shot (ovvero identico all’originale, con l’unica differenza degli attori coinvolti) ambientandolo negli USA, cosa che non gli era riuscita dieci anni prima. Il messaggio presente nel film diventa ancora più intenso e lucido, esempio di maestria registica da parte di uno dei più incredibili registi contemporanei.

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