Il necrologio del giornalismo critico

Il 7 Giugno Christopher Lee è deceduto portando lo sconforto negli amanti del cinema. Mentre i giornali di mezzo mondo affrontano con serietà la dipartita di quello che è indubbiamente uno dei monumenti del Cinema apparso in qualcosa come 280 film, Maurizio Porro, collaboratore di quello che sarebbe il primo quotidiano italiano, ovvero il Corriere della Sera, affronta l’argomento così:

Per anni ha resistito all’aglio , ai paletti e alle croci, ma alla fine Christopher Lee, in arte Conte Dracula, è stato vinto da infarto.

In pratica mandando a quel paese qualsiasi forma di analisi critica o perlomeno di rispetto nei confronti di una persona appena deceduta, la butta in caciara. Questo perchè ovviamente Lee è stato un attore di film prevalentemente di serie B e che quindi non può godere dello stesso status che si deve invece garantire ad altri giganti del cinema. Almeno questo è il pensiero che vige in Italia.

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Questo è solo un esempio della superficialità con cui si muove la critica cinematografica in Italia, perlomeno quella legata al mondo più generalista e mainstream. Un altro esempio, legato sempre al Corriere e in questo caso al critico Mereghetti riguarda Mad Max: Fury Road. Sin dalla strategia di promozione del film ci si rende conto di come ci si trovi di fronte ad un prodotto particolare lontano dai soliti canoni che imperversano nei cinema ultimamente. Nessuna cover eterea nei trailer, rifiuto di presentare il prodotto con sottotesti filosofici seriosi ed artefatti e una onestà nei confronti del pubblico veramente rara. Quando il film esce tutti vanno in visibilio, dal pubblico alla critica mondiale. Il film è maestoso, la trama viene minimizzata in pochi punti cardine permettendo la creazione di quello che può essere definito un piano sequenza teorico di due ore (teorico in quanto in pratica non è un piano sequenza ma potrebbe esserlo benissimo). Dal punto di vista della tecnica assistiamo a magie, sia dal punto di vista del montaggio che a quello delle tecniche di ripresa e della costruzione delle immagini. Il tutto senza sacrificare la descrizione dei personaggi che risultano comunque vivi e credibili, o l’aggiunta di un sottotesto ecologico e politico comunque importante. Insomma, un capolavoro che ridefinisce un intero genere, quello action, riuscendo in un’impresa difficilissima. Ma Mereghetti all’indomani dell’uscita del film decide di trattare il film con quelle quattro frasi da blogger di seconda categoria, riferendosi ad un’estetica da videogame.

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Lo stesso Mereghetti in passato aveva regalato un’altra perla quando recensendo l’ultimo capitolo della trilogia de Lo Hobbit, iniziando il suo pezzo narrando di come Tolkien avesse scritto Lo Hobbit come prequel del Signore degli Anelli per sfruttarne il successo.

Ora, è vero che nel caso de Lo Hobbit non siamo di fronte ad un’opera imprescindibile, ma l’atteggiamento mostrato in questi esempi è di chi si ritiene superiore rispetto a certi prodotti, con la conseguenza che questi vengono affrontati con una superficialità imperdonabile la cui conseguenza è l’impossibilità di cogliere quegli elementi di interesse che invece sono presenti ed importanti. Questo diventa poi un problema perchè nega ai lettori quella analisi critica che permetterebbe una maggiore comprensione dell’arte cinematografica, slegandola contemporaneamente da quell’immaginario polveroso da salotto bene che qui in Italia si trova a sopportare. Se poi lo stesso discorso può essere applicato ad ogni altra forma culturale in Italia, dalla letteratura, al fumetto, alla musica, dove preconcetti e superficialità la fanno da padroni, con una costante mortificazione dell’ambiente culturale, possiamo allora renderci conto di come realmente stiamo vivendo in tempi tristi. Mentre nel resto del mondo si tenta di uscire dalla crisi anche attraverso le Arti, in italia preferiamo continuare a piangerci addosso, rimpiangendo un passato in cui “noi eravamo i migliori”, gli anni di Fellini e Monicelli. Una notizia: quegli anni sono finiti e a meno che non si abbandonino questi atteggiamenti snob, non torneranno mai.

Ma in fondo di cosa dobbiamo stupirci? Dopo settant’anni siamo ancora qui a rimpiangere di quando c’era Lui e di quando i treni arrivavano in orario.

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Gli intrecci tra il mondo del cinema mainstream e quelli più underground in cui si muove invece l’industria del porno sono tra le materie più interessanti e vive della storia della Settima Arte. Dagli esordi hard di Stallone, alle incursioni nel regno della pornografia da parte di registi famosi come Michael Winterbottom (9 songs) o le scene estreme nei film di Bernardo Bertolucci e Gaspar Noè tanto per citare qualche esempio, passando dall’exploit di Deep Throat, film porno diventato un caso unico nella storia del Cinema, grazie ai suoi incassi stratosferici degni di un blockbuster per famiglie.

Ora questa intricatissima storia si arricchisce di un nuovo capitolo grazie a quanto dichiarato da Josh Karp nel suo libro Orson Welle’s Last Movie, dedicato alla realizzazione del film The Other Side of the Wind, rimasto incompiuto. Secondo quanto affermato da Karp, Welles avrebbe contribuito al montaggio di una scena lesbo nel film 3 AM Time of Sexuality. La motivazione è molto semplice: il regista di questo porno sarebbe Gary Graver, ovvero il direttore della fotografia dell’ultimo film di Welles che stava praticamente lavorando gratis per il grande regista. Questi avrebbe allora aiutato il suo collaboratore nella realizzazione dell’altra opera, in una sorta di scambio di favori.

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Ora per gli amanti del Cinema e per gli studiosi dell’opera di Welles, questa scena è tornata alla luce e disponibile. Protagoniste sono Georgina Spelvin e Judith Hamilton.

Come scrissi tempo addietro, magnifica è la vita del cinefilo reietto.