Evoluzione e diversificazione nel raccontare lo zombi

Con la serie The walking dead avviatasi ormai alla conclusione della sua quinta stagione, è giunto anche il momento di effettuare un ragionamento attento su quello che è diventato il topoi narrativo per eccellenza di questi primi quindici anni del Duemila: il morto vivente, o zombi che dir si voglia. Solitamente si è sempre deciso di impostare le analisi delle storie con questo particolare mostro cercando correlazioni più o meno azzeccate con quella che è una visione politica e rivoluzionaria del mondo. Già su questo blog, spinti da un articolo apparso sul sito dei Wu Ming, si era affrontata la questione della rappresentazione zombesca degli anni ’80 in Fulci associata alla visione colonialista che l’Italia aveva dell’Africa, con tutto il relativo contorno di razzismo e bugie.

Visioni e ragionamenti, questi, che non sono sbagliati e che anzi sono più che doverosi. Che l’origine primeva sia radicata nella cultura del voodoo e quindi incistata nella storia dello schiavismo e dei legami tra Vecchio e Nuovo Mondo appare irrefutabile, così come è innegabile come il più grande cantore delle storie dei Morti Viventi, ovvero George A. Romero, abbia sempre caricato i propri film di evidentissimi connotati politici e sociologici: se in fondo nella Notte, il protagonista è un uomo di colore che non azzecca praticamente una sola mossa distruggendo così due pilastri del cinema horror del periodo in un coipo solo (l’aver un protagonista non bianco e l’infallibilità dell’eroe), nell’Alba il vero protagonista è il centro commerciale con tutto quello che può significare e infine nel Giorno abbiamo un violento manifesto anti-militarista. Tacciamo qui della Terra, del Diario e dell’Isola, capitoli interessanti che però hanno una minore rabbia politica, fatta forse eccezione per la Terra, mentre il Diario è un interessante discorso sul movimento del found-footage e sull’Isola è invece meglio tacere, essendo questo un film in cui evidentemente Romero ha inserito gli zombi solo perchè da lui questo ci si aspetta.

Detto questo però, c’è un’analisi che non è mai stata fatta compiutamente e che secondo me merita una piccola attenzione. Se, come detto, il film di zombi ha quasi sempre un significato politico che fornisce un motivo alla sua stessa esistenza, essendo lo zombi singolo mostro francamente poco minaccioso e quindi significativo se considerato in grossi numeri e di conseguenza come espressione dei movimenti di massa più o meno contemporanei (ancora La Horde con il discorso sulle banlieu per esempio), quello che non è mai stata affrontata appieno è la costante ripetitività di ogni singolo film di zombi mai prodotto. Il film di zombi così come è concepito ci fornisce sempre una piccola finestra su un mondo che è collassato e di quella finestra può fornirci un disegno più o meno raffinato a seconda della bravura del regista e della storia che ci vuole raccontare.

Pensateci bene, è così in tutti i film del maestro Romero: veniamo introdotti in una situazione di stallo più o meno fragile cui un gruppo di persone si rifugia per proteggersi dagli zombi. Le dinamiche di gruppo vengono poi descritte generando elementi di scompenso e debolezza che porteranno ad una rottura dello stallo in favore del massacro finale in cui gli zombi trucidano tutti o quasi tutti. I sopravvissutti scappano alla ricerca di un nuovo luogo in cui rifugiarsi. Questo schema, oltre a presentarsi in Romero, è tale e quale in tutti gli altri film a carattere zombesco: 28 days later e il suo sequel, Zombi 2 e così via.

Un vero punto di rottura, grazie alle possibilità e ai tempi diversi del medium è sorta con The Walking Dead nella sua versione fumettistica. Come lo stesso Robert Kirkman ha dichiarato all’inizio della sua attività narrativa, nelle sue intenzioni c’è il raccontare quello che succede dopo che si è avuta la rottura della situazione di stallo e il seguire il percorso dei protagonisti nel continuo proseguire dell’Apocalissi Zombi. Questo intento narrativo è diventato evidente e ha donato originalità e freschezza alla serie con il numero 126 della serie in cui tutta la questione del “dobbiamo trovare un posto dove sopravvivere” viene risolto e nel numero 127 assistiamo ad un salto temporale di due anni. In questi due anni la situazione si è trasformata e ci viene raccontato quello che non è mai stato raccontato prima, ovvero una società che bene o male ha fatto i conti con la minaccia degli zombi, relegandola a uno dei tanti problemi che qualcuno deve affrontare nella vita. Ci viene quindi presentata una curiosa società dall’aspetto vagamente medievaleggiante, in cui si hanno forme primitive di commercio e baratto, in cui sono state riformate delle forze di polizia e in cui le leggi vengono nuovamente applicate. Questo cambiamento nel registro delle storie permette al racconto di Kirkman di distaccarsi finalmente dal solito clichè raccontato innumerevoli volte in innumerevoli film e racconti.

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Ritratto di famiglia: Rick, Carl e Andrea due anni dopo aver ristabilito la società

La serie televisiva è invece un’altra faccenda, persa come sembra in inutili lungaggini. La strada che sta percorrendo è la stessa del fumetto di origine (i nostri sopravvissuti sono appena arrivati ad Alexandria), ma con molte più curve e pause che, francamente, rendono il discorso incostante con sbalzi di ritmo vertiginosi. Tutta la seconda serie, bloccata nel non luogo della fattoria (corrispondente a tre soli numeri nel fumetto), l’inutile prima metà della quarta stagione dove tutto avviene per ripetere lo stesso season finale della terza ma questa volta in maniera più definitiva e, infine, tutta la digressione del ritorno ad Atlanta della prima metà della quinta stagione rappresentano a mio avviso delle opportunità sprecate di far proseguire la storia in modo più spedito verso quello che diventerà poi il punto più interessante da raccontare: quello che succede dopo, quando i morti viventi non sono più, realmente e non solo metaforicamente, il centro della narrazione.

Che lo zombi abbia bisogno di questa freschezza e di reinvenzione appare evidente. Dimenticato per anni, all’incirca dalla seconda metà degli anni Ottanta fino alla fine del Millennio, e rilanciato in primis dalla trasposizione su grande schermo di Resident Evil,  è stato poi il protagonista indiscusso di una ondata anomala di film ed opere su di esso incentrate. Dagl zombi velocisti di Danny Boyle e Zack Snyder, agli zombi comici di Shaun of the dead, agli zombi francesi (La Horde), londinesi (Cockneys vs Zombies), cubani (Juan of the dead), la narrazione non si è mai discostata troppo dal canovaccio romeriano l’epidemia si diffonde – un gruppo di sopravvissuti si allea –  qualcosa va male e quasi tutti muoiono – titoli di coda. Ecco quindi che in America diventa importante la narrazione epica di Kirkman, così come in Francia assistiamo alla nascita delle serie tv Les refenants, progetto estremamente originale in cui il concetto del morto che ritorna viene portato su un livello superiore, spostandolo da un elemento prettamente biologico – scientifico a uno più etereo e raffinato.

Solo con una grossa rivisitazione dei modi di narrare lo zombi, pari a quello che Romero instaurò negli anni ’60 a danno del canone originario caraibico, allora potremo trovare elementi interessanti; altrimenti, vedremo questo importante pezzo di immaginario moderno cadere nuovamente nel dimenticatoio appena questa bolla narrativa si sgonfierà.

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