Dacci oggi la nostra Apocalisse quotidiana (2/2)

Dicevamo di Abel Ferrara e della sua visione della fine del mondo, espressa nel 2011 con 4:44 – Last day on Earth e di come la strada prettamente psicanalitica e introspettiva percorsa da Lars von Trier, qui invece deflagri in un urlo che prima di tutto è politico e solo successivamente umanistico/umanitario. Certo, come in von Trier non assistiamo a scene di panico di massa, di distruzione e sommosse. Non siamo insomma, nei soliti canali dei blockbuster d’azione in cui abbiamo gli eroi che scampano ad eventi distruttivi immani, ma affrontiamo la tragedia imminente con gli occhi di una coppia di innamorati che vivono le loro ultime ore sul pianeta.

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La differenza con von Trier risiede però nello sguardo che questa coppia ha nei riguardi del mondo. In Melancholia infatti il nucleo famigliare è il centro di tutto e il mondo che finisce è un qualcosa di esterno che si ripercuote sull’interiorità di questo gruppo chiuso. Il mondo esterno non esiste se non per brevi accenni e tutto viene relegato in uno spazio delimitato in cui si aggirano i personaggi quasi fossero attori su un palco teatrale (esperimento già tentato dallo stesso von Trier con Dogville); in 4:44 invece, la coppia è sì rinchiusa nel proprio appartamento di New York, ma vive un rapporto continuo con quello che è l’esterno. I protagonisti hanno contatti con altre persone che hanno fatto parte della loro vita e possiamo così assistere ai loro costernati addii tramite Skype o alla fuga nella notte di Willem Dafoe che incontra i suoi vecchi compagni tossicodipendenti impegnati in un ultimo disperato sballo che non porterà a nulla. Lo stesso Willem Dafoe è un personaggio ossessionato dalle cause della fine del mondo, l’inquinamento dell’uomo che ha dissolto definitivamente lo strato d’ozono togliendo così ogni protezione dai raggi del sole che cuoceranno il pianeta, e noi attraverso i suoi occhi assistiamo ai filmati di politici e religiosi che nel corso degli anni ci avevano avvisati sui pericoli che stavamo correndo. Proprio in questo modo il politico, elemento mai così esplicitamente presente nei precedenti film di questa rassegna, viene scagliato in piena faccia dello spettatore.

Interessante è poi l’approccio per cui la New York descritta da Ferrara è in tutto e per tutto la stessa città che tutt’ora esiste, in cui gli abitanti proseguono le loro vite come se il mondo non fosse destinato alla fine. Non assistiamo insomma ai classici scenari pre o post-apocalittici, non ci sono scene di rivolte di massa, non ci sono esplosioni, spari, colluttazioni. Assistiamo solo ad un suicidio in secondo piano che, però, potrebbe essere parte di qualsiasi vita, in qualsiasi film. Quei pochi accenni ad atti di anarchia sono lasciati fuori campo e fatti intuire allo spettatore solo dai discorsi degli attori in campo. Il tutto rende il lento avvicinarsi alla conclusione simile ad una marcia inesorabile eppure leggera, ammantata anche di dolcezza. Bellissimo è il momento in cui il pony express effettua una consegna a domicilio e ne approfitta per dare il suo ultimo addio tramite Skype ai suoi parenti in Asia; qui il contrasto tra grottesco e sentimento dipinge la scena con i colori di una disperazione sotterranea che capiamo avvolgere i protagonisti di questo mondo morente e diretto verso la distruzione. Il finale giunge poi con un’abbacinante luce bianca che cancella i protagonisti dallo schermo, consegnandoci una delle migliori cronache della fine del mondo mai viste.

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Purtroppo di questo film esiste una distribuzione a dir poco grossolana che l’ha reso praticamente invisibile, come il precedente lavoro di Ferrara, Mary. Lo stesso regista affermerà ad Indiewire  in occasione di Locarno64:

Go find the torrents. That’s my big distributor. You got to leave it to that. They’re all on there. I just don’t want to find the one I’m working on. That’s the only thing that scares me. But just go on the internet for the rest.

Un ultimo spasmo prima di morire

Nel 2012 ci troviamo di fronte ad un curioso quasi emulo del capolavoro ferrariano con Seeking a Friend for the End of the World  commedia apocalittica scritta e diretta da Lorene Scafaria e interpretata da Steve Carrell e Keira Knightley. Come in tutti gli altri film presi in considerazione in questa rassegna, la Terra è condannata e con essa lo è l’umanità. Nell’incipit della pellicola veniamo a conoscenza di come la missione che aveva come scopo la distruzione di un asteroide in rotta di collisione con il nostro pianeta sia miseramente fallita. Come detto, siamo nel pieno della crisi economica, il futuro è oscuro e i tempi di Armageddon, in cui Bruce Willis distruggeva asteroidi a suon trivelle e bombe atomiche sono finiti.

Seppure infinitamente al di sotto dei capolavori di Lars von Trier e Abel Ferrara, siamo comunque di fronte ad un on the road di buona qualità, in cui gli attori si aggirano in un mondo surreale in cui la fine è prossima e diventa occasione per riconciliare rapporti e trovare un senso alla propria esistenza. La scena finale è poi identica a quella che chiude il film di Ferrara, con i due protagonisti abbracciati mentre una luce intensa cancella tutto dallo schermo.

Poche speranze per questa umanità

Adesso che il 2014 sta finendo, le prospettive non sono ancora migliorate. Nel 2013 Seth Rogen ci presenta la più assurda delle Apocalissi con This is the end, ultimo esempio di film in cui l’umanità non ha alcuna speranza di salvezza.

Sempre nello stesso anno anche la commedia The World’s end di Richard Wright ci racconta di una invasione aliena che, però, si limita “soltanto” a decimare l’umanità e a instaurare un nuovo Medio Evo. Nel 2014 infine abbiamo Interstellar, il nuovo discusso film di Christopher Nolan, in cui l’umanità condannata all’estinzione da un pianeta non più in grado di sostenerla, cerca la salvezza tramite il viaggio interstellare.

Che sia destinata alla fine o che ci siano speranze di salvezza, appare comunque chiaro come il futuro che ci prefiguriamo sia sempre oscuro e privo di felicità influenzato dal nostro presente in cui ogni certezza è stata strappata e in cui la situazione economica contribuisce a creare i presupposti per situazioni di tensione e violenza.

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