Dacci oggi la nostra Apocalisse quotidiana (2/2)

Dicevamo di Abel Ferrara e della sua visione della fine del mondo, espressa nel 2011 con 4:44 – Last day on Earth e di come la strada prettamente psicanalitica e introspettiva percorsa da Lars von Trier, qui invece deflagri in un urlo che prima di tutto è politico e solo successivamente umanistico/umanitario. Certo, come in von Trier non assistiamo a scene di panico di massa, di distruzione e sommosse. Non siamo insomma, nei soliti canali dei blockbuster d’azione in cui abbiamo gli eroi che scampano ad eventi distruttivi immani, ma affrontiamo la tragedia imminente con gli occhi di una coppia di innamorati che vivono le loro ultime ore sul pianeta.

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La differenza con von Trier risiede però nello sguardo che questa coppia ha nei riguardi del mondo. In Melancholia infatti il nucleo famigliare è il centro di tutto e il mondo che finisce è un qualcosa di esterno che si ripercuote sull’interiorità di questo gruppo chiuso. Il mondo esterno non esiste se non per brevi accenni e tutto viene relegato in uno spazio delimitato in cui si aggirano i personaggi quasi fossero attori su un palco teatrale (esperimento già tentato dallo stesso von Trier con Dogville); in 4:44 invece, la coppia è sì rinchiusa nel proprio appartamento di New York, ma vive un rapporto continuo con quello che è l’esterno. I protagonisti hanno contatti con altre persone che hanno fatto parte della loro vita e possiamo così assistere ai loro costernati addii tramite Skype o alla fuga nella notte di Willem Dafoe che incontra i suoi vecchi compagni tossicodipendenti impegnati in un ultimo disperato sballo che non porterà a nulla. Lo stesso Willem Dafoe è un personaggio ossessionato dalle cause della fine del mondo, l’inquinamento dell’uomo che ha dissolto definitivamente lo strato d’ozono togliendo così ogni protezione dai raggi del sole che cuoceranno il pianeta, e noi attraverso i suoi occhi assistiamo ai filmati di politici e religiosi che nel corso degli anni ci avevano avvisati sui pericoli che stavamo correndo. Proprio in questo modo il politico, elemento mai così esplicitamente presente nei precedenti film di questa rassegna, viene scagliato in piena faccia dello spettatore.
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#MereghettiQuanteNeSai

Da ieri il mondo è stato scosso da uno scoop di importanza fondamentale, che mina e distrugge le certezze di studiosi Tolkeniani i quali ora possono tranquillamente buttarsi da un ponte, a fronte di una vita spesa nell’inutilità.

Autore dello scoop è Paolo Mereghetti, uno dei più importanti critici cinematografici italiani, che scrive sul Corriere della Sera, il più importante quotidiano cartaceo d’Italia, una recensione al terzo capitolo della saga dello Hobbit diretta da Peter Jackson. La recensione inizia così:

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Pensare che io avevo sempre creduto il contrario, ovvero che Tolkien avesse pubblicato The Hobbit nel 1937 e The Lord of the Rings nel 1954. Meno male che c’è Mereghetti il quale ci aiuta a comprendere come la moda del prequel l’abbia creata il grande scrittore inglese.

Adesso aspettiamo con ansia altre mirabolanti scoperte, tutte da twittare con l’hashtag #MereghettiQuanteNeSai. Ad esempio, quando scoprirà che Omero ha pubblicato l’Iliade per fornire un background più corposo al protagonista dell’Odissea, narrando le vicende accadute prima del suo travagliato ritorno a casa.

Il giorno in cui Kinski scalò una montagna

Fitzcarraldo è la storia di tre follie: la prima è quella del protagonista, Brian Sweeny Fitzgerald o Fitzcarraldo per i nativi del luogo, che vuole portare la grande musica lirica ad Iquitos e per ottenere questo non esita a far scalare una collina ad una nave.

La seconda follia è quella del regista Werner Herzog che per la scena clou del film, quella appunto della traversata della collina, non vuole usare un modellino in studio, ma vuole girare tutto dal vivo con una vera imbarcazione, idea questa che gli costerà la collaborazione con la 20th Century Fox, Come Herzog racconterà in Conquest of the useless:

Los Angeles, 19–20 June 1979

Executive floor of 20th Century-Fox. It turns out that no proper contract has been signed between Gaumont, the French, and Fox. The unquestioned assumption is that a plastic model ship will be pulled over a ridge in a studio, or possibly in a botanical garden that is apparently not far from here -or why not in San Diego, where there are hothouses with good tropical settings. So what are bad tropical settings, I asked, and I told them the unquestioned assumption had to be a real steamship being hauled over a real mountain, though not for the sake of realism but for the stylization characteristic of grand opera. The pleasentries we exchanged from then on wore a thin coating of frost.

La terza follia in gioco è ovviamente quella di Klaus Kinski, attore sul confine perenne tra genio e follia, che forse quel confine l’ha anche superato, un animale indomabile la cui collera leggendaria lo rendeva impossibile da gestire e che, forse grazie anche a questo, realizzerà insieme ad Herzog film indimenticabili. In Kinski – My best fiend, Herzog racconterà di come gli Indios partecipanti alla realizzazione del film ad un certo punto si siano offerti di far “sparire” l’attore definitivamente.

Il risultato di queste tre follie è un film storico, intenso, un autentico capolavoro che si è divorato oltre quattro anni della vita del regista tedesco ma che resterà per sempre tra le opere monumentali del Novecento.