Dacci oggi la nostra Apocalisse quotidiana (1/2)

Qualcosa è successo nel campo della fantascienza che riflette a mio modo di vedere in modo alquanto pesante quello che è il mood della nostra società in questi ultimi anni dominati dalla crisi economica globale. Quello che è iniziato nel 2008 con il tracollo della Lehman Brothers e che sta proseguendo tutt’oggi ha catalizzato inevitabilmente tutti i pessimismi che la nostra già martoriata percezione della vita si portava appresso da tempo, utilizzando come mezzo di comunicazione principale il cinema.

Che il mondo di celluloide, e quello fantascientifico in primis, sia per eccellenza il filtro privilegiato attraverso cui analizzare il presente in cui stiamo vivendo non è ormai più argomento di discussione. Il cinema ha il potere di percepire il reale e rappresentarlo più o meno indirettamente tramite immagini e storie, influenzando e venendo influenzato a sua volta dalle mutazioni della società in cui si trova ancora. La rapidità stessa con cui il cinema riesce ad essere prodotto, e di conseguenza fruito, lo rende lo strumento per eccellenza per l’analisi socio-politica dei tempi moderni. Nell’immediato non sono mai mancati gli instant movie, film pensati e realizzati con lo scopo di raccontare eventi di cronaca o tendenze della società praticamente contemporanee. Basti pensare all’esplosione dei social network e al The social network di David Fincher, o al caso Wikileaks/Julian Assange prontamente trasposto da Bill Condon nel film The fifth estate. Ma aldilà di questa capacità di rappresentare l’immediato, il cinema permette di raccontare interi periodi storici semplicemente analizzando quella che è la deriva delle narrazioni che esso effettua e delle tendenze che prendono il sopravvento nel modo di porre queste stesse narrazioni.

Tutti noi sappiamo come è iniziato il Nuovo Millennio: l’11 Settembre si è abbattuto con la potenza di un maglio su tutto l’Occidente strappando le nostre certezze in un mondo tutto sommato sicuro e prevedibile. Prima dell’attentato alle Torri Gemelle potevamo sostanzialmente credere che la nostra parte di emisfero fosse tranquilla e sicura (con buona pace di quel centinaio di migliaio di nostri confinanti nelle Repubbliche Balcaniche che per buona parte degli anni Novanta hanno pensato bene di trucidarsi a vicenda, ma tanto a noi cosa interessava?), mentre la parte di globo indicata generalmente come il Medio Oriente era terreno di guerra e caos. L’11 Settembre ci ha invece spiegato che il caos è sempre alle porte e che può decidere di bussare quando gli pare e piace. La sicurezza in cui vivevamo è improvvisamente cessata e sin dai primi anni del Duemila la fantascienza è stata tra le prime manifestazioni cinematografiche ad evolversi in questo senso.

Steven Spielberg e l’ET guerriero

Esempio lampante è Steven Spielberg, il regista dei buoni sentimenti che era riuscito a trovare una speranza persino nell’Olocausto della Seconda Guerra Mondiale (Schindler’s list) e che invece tra il 2002 e il 2005 ci offre un dittico di un pessimismo lancinante. Del 2002 è Minority Report, film basato su un racconto del Grande Padre Paranoico Philip K. Dick in cui viene dipinto un futuro in cui tutti i cittadini sono schedati e monitorati e in cui è addirittura possibile prevedere e punire i crimini prima ancora che essi siano compiuti. Non serve un genio per leggere in questa rappresentazione una distorsione di quella che è la situazione di quegli anni negli Stati Uniti, dove molte leggi sulla privacy vengono infrante adducendo come fine ultimo la sicurezza dei cittadini. Lo stesso Spielberg, durante la promozione del suo film, mette nero su bianco la questione:

Il problema è che nell’emergenza tutti noi siamo disposti a rinunciare alle nostre singole libertà per la sicurezza collettiva

Dopo aver rincarato la dose sulla paranoia americana nel 2004 con The terminal, Spielberg torna nuovamente alla fantascienza nel 2005 con il remake di uno dei classici intoccabili della fantascienza: War of the worlds, tratto da un romanzo di H. G. Wells e già portato su schermo nel 1953 e al centro del famoso episodio dello scherzo radiofonico di Orson Welles. La mutazione che i tempi hanno portato sulla visione del mondo di Spielberg diventa ancora più evidente: la lontananza dal 1982 di E.T. non può essere maggiore e gli alieni, da esempi di buonismo da seguire diventano delle macchine dispensatrici di morte, prive di qualsiasi empatia nei confronti del genere umano. Il quale però non è messo meglio degli alieni stessi, sia chiaro. Quella dipinta da Spielberg è una umanità egoista e aggressiva, che nel corso dell’Apocalisse non esita ad essere più violenta degli alieni stessi. Il futuro è oscuro e sebbene nel finale gli invasori vengano sconfitti, non si può parlare di un happy ending tout court.

Siamo nel 2005, ancora la crisi economica non ha colpito, ma si avvertono già i tempi del mutamento.

Nei terreni oscuri della crisi economica

Giungiamo così al 2008, lo Year One della Grande Crisi Economica che poco ha a che spartire con l’Anno Uno milleriano. Ancora nessuno può predire la gravità di quello che è avvenuto, sebbene già sia evidente come quello della Lehman Brothers sia il più grave fallimento nella Storia degli Stati Uniti d’America. Questo evento si incista in un clima già di per sè carico di negatività e di sfiducia nel genere umano e il trend continua a manifestarsi sempre di più anche al cinema. Nel 2008 infatti M. Night Shyamalan, seppur lontano dai fasti di The sixth sense, ci offre una pessimistica storia apocalittica in The happening, dove sono le piante a ribellarsi e a contaminare gli uomini tramite delle spore che instillano in essi istinti suicidi. Ancora non siamo di fronte alla totale distruzione dell’uomo, crisi e guerra stanno minando le coscienze dell’Occidente ma la mutazione è in atto. I futuri possibili mostrati su grande schermo sono quasi esclusivamente cupi, distopici, privi di speranza. Se tutto va bene, l’uomo è ridotto a vivere in stati totalitari, dove le libertà civili sono un lusso per pochi privilegiati.

Già nel 2006 abbiamo il duo distopico Children of men di uno strepitoso Alfonso Cuarón e V for Vendetta da Alan Moore diretto da James McTeigue in cui la Terra è piagata da calamità (l’improvvisa sterilità in Children) o guerre (V for Vendetta) che forzano i Governi a misure repressive quali l’instaurazione di campi di concentramento, torture, controlli degni del Grande Fratello. Ma, come detto, ancora siamo lontani dal pessimismo totale di questi giorni. Children of men si conclude con la nascita di un bambino, il primo dopo decenni, mentre in V si assiste alla rivolta del popolo contro gli oppressori. Il pessimismo non è ancora totale e il cinema sembra volerci dire che sì, stiamo vivendo tempi brutti e che di peggiori ci aspetteranno, ma in ogni caso ce la caveremo come sempre abbiamo fatto.

Children of Men

Servono gli anni Dieci, per toglierci ogni illusione.

Date potere a un depresso e vi distruggerà il mondo

Saltiamo dal 2008 al 2011. Nel mezzo abbiamo un continuo oscuramento delle proiezioni del nostro futuro. I tempi che ci aspettano sono sempre peggiori e non facciamo niente per nascondercelo. Nel 2009 abbiamo Knowing di Alex Proyas e già la Terra viene distrutta da un’eruzione solare, anche se un briciolo di speranza rimane visto che alcuni abitanti vengono tratti in salvo e trasportati su un altro pianeta in un nuovo Eden; dove la Terra non viene distrutta abbiamo però le peggiori manifestazioni dell’animo umano: il razzismo di District 9, palese rappresentazione dell’Apartheid, e il bieco sfruttamento dell’uomo a scopi economici nel bellissimo Moon di Duncan Jones (figlio del marziano David Bowie). Il 2010 ci regala un altro tremendo futuro distopico in Repo Man e un’invasione aliena con ben poche speranze di sopravvivenza con Skyline.

Giungiamo così al 2011 con quello che è, per le capacità artistiche e tecniche messe in campo e per la qualità dei risultati, l’accoppiata di film più potente di questa lunga carrellata sull’evoluzione della fantascienza.

Stiamo parlando ovviamente di Melancholia del genio Lars von Trier e di 4:44 – Last day on Earth dell’altrettanto geniale Abel Ferrara.

Partiamo prima dal danese, depresso cronico che ha deciso ormai da tempo di sfruttare il cinema come arma terapeutica con cui combattere la propria malattia. Questo percorso di autoanalisi è iniziato con Antichrist, semplicemente uno dei film più disturbanti di questo decennio in cui l’elaborazione del lutto di una coppia è occasione per una discesa negli inferi della psiche umana. Il regista ci regala immagini sconvolgenti e violente in cui gli attori protagonisti, Willem Dafoe e Charlotte Gainsbourg, si prestano a scene di (auto)mutilazione genitale e in cui la Natura appare fredda, disgustosa e minacciosa. Un film disturbante arrivato da una psiche disturbata. Quando nel 2011 la depressione psicologica di von Trier si scontra con la depressione economica globale, il risultato non può che essere devastante. Nel suo Melancholia il regista racconta in modo semplice la fine del mondo. Attenzione: non la fine dell’Umanità. Solitamente questi due concetti nei film catastrofici tendono a confondersi e sovrapporsi: solitamente assistiamo ad una minaccia esterna (un asteroide, una invasione aliena, una epidemia di qualche tipo) che minaccia e più o meno riesce ad eliminare la popolazione umana del pianeta. Ma la Terra rimane, la vita prosegue. È solamente l’Uomo a sparire. In Melancholia invece assistiamo alla completa distruzione della Terra ad opera di un pianeta gigantesco, Melancholia appunto. Ancora protagonista di questa oscura cavalcata nei meandri della mente del regista danese è Charlotte Gainsbourg, accompagnata qui da un ricco cast composto tra gli altri da Kiefer Sutherland e Kirsten Dunst. Dove in Antichrist era la Gainsbourg ad interpretare la parte della depressa, in Melancholia il testimone viene passato con la medesima efficacia alla Dunst. In questo caso non assistiamo a mutilazioni e scene disturbanti, bensì il conto alla rovescia dell’impatto è un pretesto per raccontare la malattia, i suoi effetti sulle persone che ne sono affette e di quanti li circondano.

Resterà negli annali della Storia del cinema la conferenza stampa del regista a Cannes, durante la quale in preda evidentemente a uno stato confusionale indotto da psicofarmaci, si lancerà in un delirio riguardante Hitler:

I thought I was a Jew for a long time and was very happy being a Jew … Then it turned out that I was not a Jew … I found out that I was really a Nazi which also gave me some pleasure.

“What can I say? I understand Hitler. He did some wrong things, absolutely, but I can see him sitting there in his bunker at the end … I sympathise with him, yes, a little bit.

Bandito da Cannes come persona non grata in ogni caso il suo film resta in concorso e al termine della manifestazione viene comunque assegnato il premio per la miglior protagonista femminile a Kirsten Dunst. Al di là delle deliranti dichiarazioni dell’autore resta comunque da ammirare un capolavoro e da notare come l’abbandono da parte del danese di quello che era il Dogma 95 sia ormai totale: basti pensare alla lunga sequenza introduttiva in cui le immagini sono state pesantemente ritoccate tramite la computer grafica, donando a quanto visto su schermo una qualità pittorica e una perfezione formale tali da togliere il respiro. In quei primi minuti osserviamo realmente dei dipinti in movimento e quanto descritto nei primi minuti e visto da un punto di vista oggettivo esterno, laddove non extra-terrestre quando dallo spazio vediamo Melancholia distruggere la Terra, viene poi ripreso nel finale da un punto di vista invece soggettivo, con la riproposizione dello schianto questa volta però profondamente calati sulla Terra, fianco a fianco con le due protagoniste sedute in una finta capanna, in attesa della conclusione. Un viaggio che dall’esterno si rivolge verso l’interno e in cui nessuna speranza viene lasciata, nè ai protagonisti nè allo spettatore e in cui il negativismo e il pessimismo dell’autore sono ai livelli massimi. Per bocca di una delle protagoniste verrà eliminata ogni possibilità di bontà nell’Universo. Quando in un dialogo tra le due sorelle sulla possibilità che Melancholia sfiori la Terra senza realmente colpirla, Justine (Kirsten Dunst) espone chiaramente la propria visione sull’Universo e sulla Vita in esso:

Claire: It’ll pass us by tonight. John is quite calm about it.

Justine: Does that calm you down?

Claire: Yes, of course. Well, John studies things. He always has.

Justine: The earth is evil. We don’t need to grieve for it.

Claire: What?

Justine: Nobody will miss it.

Claire: But where would Leo grow up?

Justine: All I know is, life on earth is evil.

Claire: There may be life somewhere else.

Justine: But there isn’t.

Claire: How do you know?

Justine: Because I know things.[…]  And when I say we’re alone, we’re alone. Life is only on earth. And not for long.

Siamo di fronte ad un pessimismo cosmico, in cui le vicende umane vengono poste in una prospettiva universale che le minimizza e banalizza. Il Cosmo se ne frega dell’Uomo e della Vita stessa. Tutto è meccanico e regolato da leggi fisiche ferree e la Vita nell’Universo è solo un incidente isolato senza alcun significato preciso, senza una ragione divina o meno per la sua esistenza.

Il pessimismo di von Trier si scontra così con il pessimismo del decennio appena conclusosi e segue estremizzandola quella che è la deriva della fantascienza catastrofica di questi anni, annegando il tutto in una selva di citazioni che vanno dal Tarkovskij di Solaris evocato dal quadro I cacciatori nella neve di Pieter Bruegel, al mito di Ofelia richiamato ancora visivamente sin dalla locandina del film che si rifà al celebre dipinto di Millais.

Pieter_Bruegel_the_Elder_-_The_Hunters_in_the_Snow_(January)_-_WGA3434

L’Apocalisse di von Trier è però paradossalmente asettica nonostante sia concentrata come è sull’interiorità e sull’intimismo. Per avere una visione più vibrante, calda, umana e, soprattutto, politica, bisogna attendere il ritorno sul grande schermo di Abel Ferrara con il suo 4:44 – Last day on Earth.

– continua

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