Dacci oggi la nostra Apocalisse quotidiana (1/2)

Qualcosa è successo nel campo della fantascienza che riflette a mio modo di vedere in modo alquanto pesante quello che è il mood della nostra società in questi ultimi anni dominati dalla crisi economica globale. Quello che è iniziato nel 2008 con il tracollo della Lehman Brothers e che sta proseguendo tutt’oggi ha catalizzato inevitabilmente tutti i pessimismi che la nostra già martoriata percezione della vita si portava appresso da tempo, utilizzando come mezzo di comunicazione principale il cinema.

Che il mondo di celluloide, e quello fantascientifico in primis, sia per eccellenza il filtro privilegiato attraverso cui analizzare il presente in cui stiamo vivendo non è ormai più argomento di discussione. Il cinema ha il potere di percepire il reale e rappresentarlo più o meno indirettamente tramite immagini e storie, influenzando e venendo influenzato a sua volta dalle mutazioni della società in cui si trova ancora. La rapidità stessa con cui il cinema riesce ad essere prodotto, e di conseguenza fruito, lo rende lo strumento per eccellenza per l’analisi socio-politica dei tempi moderni. Nell’immediato non sono mai mancati gli instant movie, film pensati e realizzati con lo scopo di raccontare eventi di cronaca o tendenze della società praticamente contemporanee. Basti pensare all’esplosione dei social network e al The social network di David Fincher, o al caso Wikileaks/Julian Assange prontamente trasposto da Bill Condon nel film The fifth estate. Ma aldilà di questa capacità di rappresentare l’immediato, il cinema permette di raccontare interi periodi storici semplicemente analizzando quella che è la deriva delle narrazioni che esso effettua e delle tendenze che prendono il sopravvento nel modo di porre queste stesse narrazioni.
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Due modi di iniziare

Darren Aronofsky e Terrence Malick sono due registi ormai di culto che hanno sviscerato nelle loro opere l’animo umano, accostando a questo lato più spirituale una costruzione visiva e tecnica innegabili. Darren Aronofsky è partito dai registicamente più ricchi Pi Requiem for a dream per poi approdare ad una visione cinematografica molto più essenziale (ma non per questo meno ricercata o semplicistica, anzi) con The wrestlerThe black swan. Terrence Malick invece è innamorato della composizione delle immagini, è un pittore che gioca con la propria tela di celluloide dipingendo quadri in movimento in cui i protagonisti abitano, a volte ai margini, a volte più spiccatamente. Questo amore per la composizione diventa evidente poi nel suo ultimo lavoro, To the wonder, un film praticamente muto in cui sono proprio soltanto le stupende immagini a portare avanti la storia che il regista ci vuole raccontare.

Entrambi i registi si sono confrontati nella resa visiva della nascita dell’Universo e dell’evoluzione della vita sulla Terra: Aronofsky lo fa nel suo Noah, mentre Malick in The tree of life. I risultati ottenuti sono però nettamente diversi, sia per intenti che per resa stilistica.

Nel caso di Aronofsky la Creazione viene mostrata da un punto di vista estremamente religioso. Assistiamo al racconto biblico della Genesi accompagnato da immagini che sì, ci mostrano i vari stadi evolutivi in una sorta di time lapse che copre qualche miliardo di anni fino a giungere però ad un curioso stacco: il passaggio tra scimmia e uomo viene coperto da una luce accecante. Prima abbiamo una scimmia, dopo lo stacco abbiamo Adamo ed Eva. Il cosiddetto evoluzionismo creazionista, sorta di compromesso tra i due mondi, viene comunque oscurato.

Terrence Malick in The tree of life si prende invece i suoi tempi dedicando una lunghissima sequenza di oltre quattordici minuti in cui assistiamo attraverso stupende immagini alla nascita dell’Universo, alla formazione delle prime Galassie e alla formazione della Terra. Non siamo di fronte ad un time lapse, ma a salti temporali che ci mostrano i vari passaggi evolutivi e il continuo evolversi della vita sul nostro pianeta.

Le differenze di approccio dei due registi rendono la medesima storia raccontata in modo completamente diverso e, secondo me, anche con diverso successo. Laddove Malick centra appieno il bersaglio, Aronofsky fornisce invece una versione estremamente debole e deludente, scolastica. Non dobbiamo pensare che il problema sia un approccio maggiormente o meno religioso alla vicenda. Aronofsky ci fornisce una propria visione del racconto biblico della Genesi, mentre Malick mette in scena quello che è il sogno bagnato di ogni scienziato, ma ritenere quest’ultimo scollegato dalla visione spirituale del mondo sarebbe un errore. L’intero film (se non l’intera opera) di Malick tratta comunque del contrasto tra Scienza e Fede, tra Natura e Spirito. Lo stesso passaggio di The tree of life in cui il dinosauro risparmia la sua preda è una fortissima rappresentazione di pietas e quella che sarà poi la conclusione del film apre la porta ad interpretazioni religiose e spirituali. Laddove però Aronofsky è maggiormente legato ad un canone religioso, Malick osserva e ci racconta la vicenda da un punto di vista più filosofico e, paradossalmente, più laico.

La stessa potenza delle immagini e della colonna sonora sono agli antipodi nelle due scene: l’impressione che ci fornisce Aronosfsky è quella di assistere alla scena di un documentario della National Geographic, tanto affrettata e banale ci appare. Con Malick invece assistiamo ad una vera e propria opera d’arte, una attenta costruzione in cui il commento musicale, le location scelte, le implicazioni che il tutto si porta, accompagnano lo spettatore in questo viaggio reale e mistico al tempo stesso.

Il talebanesimo imperante dell’Internet sociale

Sfogliando qua e là tra la mia collezione di comics mi imbatto nella trasposizione di Do androids dream of electric sheep? della casa editrice BOOM! (la stessa che sta operando il rinnovamento di Hellraiser, per intenderci). Si tratta di una curiosa trasposizione ad opera del disegnatore Tony Parker del romanzo originale di Philip K. Dick. In questo caso, usare il termine trasposizione è quanto di più corretto poichè non si tratta di un adattamento, non è stato scritto un soggetto basandosi sul romanzo originale, bensì l’intero testo è stato trasposto nel comic book: le parti descrittive fanno parte delle didascalie, mentre i dialoghi sono i normalissimi balloon a cui siamo abituati. In pratica, è un oggetto a metà tra un romanzo illustrato e un fumetto che rappresenta al 100% l’opera originale dickiana.

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Proprio questo elemento però mi porta ad una riflessione. Frequentando social network e forum, si può notare come tra gli estimatori di una determinata opera sia presente una sorta di mentalità “talebana” estremamente chiusa. Mi spiego meglio: ogni qualvolta un’opera viene trasposta da un mezzo comunicativo ad un altro (da romanzo a fumetto, da fumetto a serie tv, da romanzo a film ecc.) si assiste ad una puntigliosa ricerca dei cambiamenti effettuati bollandoli sempre come inutili, stupidi o comunque che non apportano alcune migliorie rispetto all’originale.

Ma sarà veramente così, oppure siamo di fronte a un madornale fraintendimento? Proprio Do androids dream of electric sheep? può venirci in soccorso dandoci una risposta chiara e semplice: come anche le amebe sapranno, questo romanzo di Philip K. Dick, oltre ad essere uno dei capolavori letterari del secolo scorso (e non sto parlando solo di sci-fi), è stato anche adattato per il grande schermo nel 1982 da Ridley Scott. Il film è, come è noto, Blade Runner. E non ha quasi alcuna attinenza con il romanzo di partenza.

Il film è ambientato a Los Angeles. Il romanzo a San Francisco. Nel film piove sempre. Nel libro la città è coperta dalla sabbia radioattiva come conseguenza delle Terza Guerra Mondiale. Nel film, Deckard è un Replicante. Nel libro è un umano. Nel film Los Angeles è sovraffollata, nel libro San Francisco è quasi deserta. Nel film Deckard è il classico investigatore hard boiled, nel libro è un uomo sposato con un matrimonio a pezzi, molto più simile ad un impiegato statale che a un duro da film.

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Eppure, nonostante queste differenze sostanziali il film è un capolavoro entrato di diritto nella storia del cinema. Perchè? Semplice: è un grande film, diretto da un regista con una visione solida e chiara di quanto voleva rappresentare, con un cast artistico e tecnico da levarsi il cappello e che sfrutta tutti gli elementi di forza della narrativa Dickiana (la paranoia, l’ambiguità della realtà, i problemi d’identità ecc…) apportando una rilettura intelligente che li valorizza seppure spostandoli in contesti completamente diversi rispetto a quelli di partenza.

Quello che conta, alla fine, non è che si segua pagina per pagina, riga per riga la fonte originale. Quello che conta è raccontare una storia, e raccontarla al meglio.

La Famiglia che tutti vorremmo

Quella di Fast and Furious è una ben strana tendenza: solitamente quando da un film iniziale di successo si arriva al settimo sequel, se non si è ancora arrivati al direct-to-video, se non al direct-to-cestone-delle-offerte, allora poco ci manca. Questa regola aurea sembrava essere confermata con i primi tre film: il primo pone le basi (pur non essendo un capolavoro,  diciamolo), il secondo sfrutta (male) il successo del primo, il terzo perde ogni punto di contatto con i predecessori sfruttando spudoratamente il marchio e rischiando di sputtanare definitivamente il franchise. Con il quarto film, però, succede quello che si credeva impossibile: rientrano i protagonisti originali del primo film, si recupera qualcosa dagli altri due, si aggiunge una storia ben congegnata e si realizza un film solido che rilancia alla grande la serie. Il quinto, con l’ingresso di Sua Maestà The Rock, entra direttamente nell’Olimpo dei film action di tutti i tempi e il sesto pur stando un gradino sotto è comunque meglio di un Expendables qualsiasi.

Ritorna adesso la saga con il settimo capitolo e già dal trailer c’è di che ben sperare: delle macchine paracadutate da un aereo, Toni Jaa intravisto per una frazione di secondo e macchine distrutte come se non esistesse un domani.