Venus in furs

Jess Franco è bestia rara e anima difficilmente capibile, espressione di quel tipo di cinema europeo che ha avuto il suo periodo di fulgore nei decenni ’60 e ’70. Esule per propria volontà del regime di Francisco Franco, di cui il padre era un generale, Franco in realtà si pone in una zona incerta tra il B-movie e il film d’autore (e infatti il regista ripudierà sia l’una che l’altra definizione, non apprezzando entrambi i modi di intendere la macchina-cinema), con una produzione-monstre di oltre 170 titoli. Se per motivi di budget infatti i suoi film spesso si possono considerare a ragion veduta come di serie B, avendo a che fare con attori non professionisti e trame spesso al limite del minimalista, quando si arriva invece a considerare il senso estetico del regista e la sensibilità della messa in scena non possiamo non renderci conto di come vi sia molto di più in gioco. Curiosamente raramente i suoi film sono stati visti in Europa nell’esatta forma pensata dal regista: mentre in Spagna il regime franchista ne tagliava violentemente le scene più spinte, i furbetti italiani (come era loro consuetudine in quel periodo) si peritavano di aggiungere inserti hard per rendere i film appetibili sul mercato dei cinema a luci rosse.

Tra i film più amati del regista spagnolo viene annoverato questo Venus in fur che annovera nel cast l’herzoghiano Klaus Kinski in una piccola parte. In questo caso siamo lontani dalla commistione vampirismo-eros-lesbo che nutrirà invece molta della sua cinematografia successiva (tra cui avremo anche quel Vampyros lesbos che sarà per sempre IL film di Franco sebbene non sia tra quelli più amati dall’autore stesso), essendo la vicenda un’originale rape and revenge con sottotesto soprannaturale. Mentre altre opere del regista sono molto più lineari dal punto di vista della trama, in Venus in fur il desiderio di sperimentare del regista è molto più forte e definito e si manifesta in una rappresentazione che rasenta il surrealismo, fornendo alla vicenda narrata un’aria onirica e sospesa, malinconica.

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La trama è presto detta: una giovane e stupenda ragazza viene violentata e uccisa da tre ricchi annoiati rappresentanti della società bene (una donna e due uomini, tra cui Kinski). Anni dopo il suo spettro, aiutato e amato da un giovane trombettista che aveva assistito per caso all’omicidio, tormenta ed uccide i tre assassini.

Ovviamente, trattandosi di Franco, le armi usate dallo spettro per compiere la sua vendetta sono l’erotismo e il piacere carnale ma, come detto, siamo lontani da una rappresentazione meramente pornografica e scabrosa, lasciando invece svolgere la vicenda in una atmosfera di rarefazione e sogno che ci culla verso il finale.

Finale che, forse, è il punto debole della pellicola presentando infatti un twist che, francamente, con quanto mostrato prima non aggiunge nulla, se non il desiderio di stupire del regista: la scoperta da parte del trombettista della propria condizione di fantasma non serve a nulla, se non a lasciarci con un amaro senso di incompletezza in bocca. “Era davvero necessario?” è quello che viene spontaneo chiederci.

Altri difetti che possono essere ascritti alla pellicola non sono invece colpa di Franco: l’inserimento di ralenti e di scene con variazioni cromatiche che richiamano molto la psichedelia dell’epoca, sono state imposte dalla produzione e non si può fare a meno di notare come appesantiscano una regia che, invece, per il resto dell’opera si manifesta molto leggera, quasi invisibile. Mentre siamo sospesi in questo mondo magico e irreale (stupenda la scena dell’abbordaggio della vittima da parte dei tre aguzzini in un party mondano dove tutti gli altri ospiti sono immobili come statue), queste soluzioni grafiche spezzano la magia rendendoci consci di essere di fronte ad un film.

L’interpretazione di Kinski, seppure breve, è come sempre perfetta. Bastano uno sguardo e un gesto per dare vita al personaggio dell’aguzzino, mentre l’ambientazione esotica è quanto di più lontano dalla solarità a cui siamo abituati. La spiaggia turca su cui l’azione prende avvio e si conclude con uno sviluppo circolare, è malinconica e decadente, grigia. Lo stesso dicasi per la parte centrale del film, ambientata in Brasile, dove le uniche concessioni al folklore locale sono alcune riprese del Carneval, rappresentato però in un modo lontano dalla solita rappresentazione ad uso e consumo turistico, preferendo anche in questo caso una soluzione più rarefatta e misterica.

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Ultima annotazione per la musica che, come sempre con Franco, ha notevole spazio e rappresenta un efficace rinforzo alle immagini che ci vengono mostrate. Essendo l’idea pervenuta da una chiacchierata tra il regista e Chet Baker, non stupisce come lo score sia prettamente jazz, così come la costruzione del protagonista maschile è basata sullo stesso Baker.

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