Lèvres de Sang

Volendo semplificare, e di molto anche, si potrebbe dire che l’Italia negli anni ’70 aveva Joe D’Amato (aka Aristide Massacesi), la Spagna Jess Franco e la Francia Jean Rollin. Ma mentre il nostrano Massacesi è un’onestissima macchina da produzione cinematografica che però non vanta enormi guizzi autoriali, Jean Rollin invece rappresenta alla perfezione quella via francese al cinema di genere, e soprattutto del genere horror, in cui alle atmosfere macabre si aggiungeva una forte carica eroticizzante, legando indissolubilmente gli elementi vampireschi e quelli lesbo (come altresì fece Franco in Spagna). Molto più che in Franco e, soprattutto in D’Amato, in Rollin è ben visibile una continua ricerca della inquadratura perfetta, con un attento e sapiente uso di colori e composizioni fotografiche all’interno delle scene rappresentate, il tutto accentuato da un’atmosfera decadente ed onirica che elevano i suoi film dal livello della più semplice exploitation a tema vampirico. La parabola dei tre registi, non troppo a sorpresa, tenderà ad essere la medesima, sfruttati da produttori interessati solo al lato più pruriginoso delle loro produzioni che li spingeranno inesorabilmente verso i lidi del porno.

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Uno dei film più amati ed apprezzati di Rollin è Lèvres de Sang (1975), opera che però, paradossalmente, è anche una delle più travagliate in sede di produzione. A Rollin viene promessa carta bianca e tutto il budget necessario per soddisfare le sue visioni, ma a lavori iniziati il produttore principale si tira indietro, portando così il regista ad operare numerosi tagli sulla sceneggiatura. Che il film sia tronco di molte scene appare abbastanza evidente: di certe scene si fatica a comprendere il senso e di certe sotto trame non si ha la conclusione (ad esempio tutta la parte sul killer viene lasciata in sospeso e non vengono fornite spiegazioni di sorta). Eppure quello che avrebbe potuto essere un enorme, se non fatale, difetto, non diventa tale.

Lèvres de Sang seppure incompleto e menomato, è l’opera di un regista al massimo della sua ispirazione artistica. La scena iniziale, con il giovane protagonista che incontra la bella vampira, instaura quell’atmosfera malinconica che poi aleggerà per l’intera durata del film. Il tema affrontato dell’infanzia perduta regala a questo film una freschezza e una universalità che vanno ben oltre lo scevro mostrare due tette e un paio di canini affilati, trasportandolo di diritto su tutto un altro livello. A questa vena di tristezza si aggiunge il classico onirismo di Rollin, che fa danzare lo svolgimento della vicenda tra il presente e il passato, rendendo quest’ultimo incerto e legato più che altro alla fallibilità dei ricordi del protagonista divenuto adulto. Mentre solitamente nei film di Rollin i maschi sono delle figure negative, in questo caso ci si discosta dal canone con Frederic che diventa il salvatore della vampira Jennifer.

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Stupenda è la rappresentazione che Rollin fa della città, mostrata in quartieri abbandonati e deserti che aumentano le sensazioni di malinconia e di oniricità del tutto. Quella che stiamo vedendo è una poesia, e come in tutte le poesie immortali a farla da padrone sono la fine dell’infanzia e l’amore che trova la sua sublimazione nel connubio tra eros e thanatos. Il finale stesso del film è quanto di più poetico e romantico il regista francese fornirà mai in pasto alla macchina da presa. Dopo che i cacciatori di vampiri hanno ucciso tutte le creature della notte, Frederic e Jennifer si incontrano su una spiaggia dove finalmente possono fare l’amore e dove Frederic troverà finalmente il proprio destino, consegnandosi all’eternità con la sua amata. Mentre le onde li cullano nella loro bara, trasportata verso un’isola al largo dove i due trascorreranno la loro vita eterna, a noi viene come fornita una sensazione di pace. Il finale non solo ci appare “giusto” ma è anche uno dei più intrinsecamente poetici che potessero essere concepiti. Quello a cui abbiamo assistito non è altro che una bellissima storia d’amore, in cui l’orrore è stato solo un corollario, una voce a latere che ha fornito un contesto ai due protagonisti, inseguitisi per tutta la loro vita dopo che una notte insieme di molti anni prima aveva intrecciato le loro esistenze. Rollin sfrutta l’orrore per raccontarci e ricordarci di come in realtà i nostri giorni da bambini fossero speciali e di come, a volte senza che potessimo accorgercene, in essi fossero piantati i semi che poi forgeranno il nostro futuro. Sono poi gli stessi temi di tantissima buonissima letteratura, da Mark Twain a Stephen King, espressa però con la sensibilità tipica del cinema di genere di quel decennio fantastico.

Elemento comunque non da trascurare è anche l’erotismo, che come sempre nelle opere del cineasta francese è importante e presente. In questo caso siamo di fronte forse ad uno dei suoi migliori casting: Annie Belle è stupenda nei panni di Jennifer, così come magnifiche sono le altre vampire presenti nel film (con alcune attrici rubate al mondo del porno). Le loro apparizioni sono sempre efficaci e i loro corpi vengono modellati dal vento e dalle luci che eseguono giochi cromatici molto simili in verità a quelli del Dario Argento dell’epoca. Al contrario di altri film di Rollin, però, qui l’erotismo è più leggero, meno spinto e quindi, paradossalmente, anche più efficace. Si tratta di un erotismo più libero, che si nutre di quei sentimenti di innocenza e amore che permeano la pellicola e che rendono la visione di questo film un’esperienza strana ed unica.

Mocha Dick

Nel 1851 Herman Melville pubblica il romanzo Moby Dick o La Balena e in un solo colpo prende di peso la letteratura americana, ma non solo quella, la solleva di peso, gli rifila quattro ceffoni (due diritti e due rovesci) e gli urla in faccia: “Tempo di crescere!”. Da quel Moby Dick si passerà poi come evoluzione all’Ulysses di Joyce e a tutto quello che questo comporterà per la letteratura mondiale.

Parlando di Moby Dick si parla di conseguenza dell’Inizio, è l’Alfa, il grado zero da cui tutto il resto discende e se pensiamo che in Italia la controparte storica viene rappresentata da I Promessi Sposi, un romanzo in cui i bergamaschi parlano toscano ed è tutto un affidarsi alla Provvidenza non possono non cascare le braccia. Diventa quindi logico drizzare le antenne quando al nome della famigerata Balena Bianca viene affiancato quello di Ron Howard, uno dei più efficaci (ma anche più classici e meno virtuosistici) registi statunitensi oggi sulla piazza.

Il buon regista si cimenta nel suo nuovo film non con la trasposizione del celebre romanzo melvilliano, ma con una delle storie realmente accadute che hanno fornito l’ispirazione di base allo scrittore per il suo capolavoro.

Ecco a voi il trailer fresco fresco, mentre incrocio le dita e accarezzo la mia copia della Folio Society di Moby Dick:

Venus in furs

Jess Franco è bestia rara e anima difficilmente capibile, espressione di quel tipo di cinema europeo che ha avuto il suo periodo di fulgore nei decenni ’60 e ’70. Esule per propria volontà del regime di Francisco Franco, di cui il padre era un generale, Franco in realtà si pone in una zona incerta tra il B-movie e il film d’autore (e infatti il regista ripudierà sia l’una che l’altra definizione, non apprezzando entrambi i modi di intendere la macchina-cinema), con una produzione-monstre di oltre 170 titoli. Se per motivi di budget infatti i suoi film spesso si possono considerare a ragion veduta come di serie B, avendo a che fare con attori non professionisti e trame spesso al limite del minimalista, quando si arriva invece a considerare il senso estetico del regista e la sensibilità della messa in scena non possiamo non renderci conto di come vi sia molto di più in gioco. Curiosamente raramente i suoi film sono stati visti in Europa nell’esatta forma pensata dal regista: mentre in Spagna il regime franchista ne tagliava violentemente le scene più spinte, i furbetti italiani (come era loro consuetudine in quel periodo) si peritavano di aggiungere inserti hard per rendere i film appetibili sul mercato dei cinema a luci rosse.

Tra i film più amati del regista spagnolo viene annoverato questo Venus in fur che annovera nel cast l’herzoghiano Klaus Kinski in una piccola parte. In questo caso siamo lontani dalla commistione vampirismo-eros-lesbo che nutrirà invece molta della sua cinematografia successiva (tra cui avremo anche quel Vampyros lesbos che sarà per sempre IL film di Franco sebbene non sia tra quelli più amati dall’autore stesso), essendo la vicenda un’originale rape and revenge con sottotesto soprannaturale. Mentre altre opere del regista sono molto più lineari dal punto di vista della trama, in Venus in fur il desiderio di sperimentare del regista è molto più forte e definito e si manifesta in una rappresentazione che rasenta il surrealismo, fornendo alla vicenda narrata un’aria onirica e sospesa, malinconica.

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La trama è presto detta: una giovane e stupenda ragazza viene violentata e uccisa da tre ricchi annoiati rappresentanti della società bene (una donna e due uomini, tra cui Kinski). Anni dopo il suo spettro, aiutato e amato da un giovane trombettista che aveva assistito per caso all’omicidio, tormenta ed uccide i tre assassini.

Ovviamente, trattandosi di Franco, le armi usate dallo spettro per compiere la sua vendetta sono l’erotismo e il piacere carnale ma, come detto, siamo lontani da una rappresentazione meramente pornografica e scabrosa, lasciando invece svolgere la vicenda in una atmosfera di rarefazione e sogno che ci culla verso il finale.

Finale che, forse, è il punto debole della pellicola presentando infatti un twist che, francamente, con quanto mostrato prima non aggiunge nulla, se non il desiderio di stupire del regista: la scoperta da parte del trombettista della propria condizione di fantasma non serve a nulla, se non a lasciarci con un amaro senso di incompletezza in bocca. “Era davvero necessario?” è quello che viene spontaneo chiederci.

Altri difetti che possono essere ascritti alla pellicola non sono invece colpa di Franco: l’inserimento di ralenti e di scene con variazioni cromatiche che richiamano molto la psichedelia dell’epoca, sono state imposte dalla produzione e non si può fare a meno di notare come appesantiscano una regia che, invece, per il resto dell’opera si manifesta molto leggera, quasi invisibile. Mentre siamo sospesi in questo mondo magico e irreale (stupenda la scena dell’abbordaggio della vittima da parte dei tre aguzzini in un party mondano dove tutti gli altri ospiti sono immobili come statue), queste soluzioni grafiche spezzano la magia rendendoci consci di essere di fronte ad un film.

L’interpretazione di Kinski, seppure breve, è come sempre perfetta. Bastano uno sguardo e un gesto per dare vita al personaggio dell’aguzzino, mentre l’ambientazione esotica è quanto di più lontano dalla solarità a cui siamo abituati. La spiaggia turca su cui l’azione prende avvio e si conclude con uno sviluppo circolare, è malinconica e decadente, grigia. Lo stesso dicasi per la parte centrale del film, ambientata in Brasile, dove le uniche concessioni al folklore locale sono alcune riprese del Carneval, rappresentato però in un modo lontano dalla solita rappresentazione ad uso e consumo turistico, preferendo anche in questo caso una soluzione più rarefatta e misterica.

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Ultima annotazione per la musica che, come sempre con Franco, ha notevole spazio e rappresenta un efficace rinforzo alle immagini che ci vengono mostrate. Essendo l’idea pervenuta da una chiacchierata tra il regista e Chet Baker, non stupisce come lo score sia prettamente jazz, così come la costruzione del protagonista maschile è basata sullo stesso Baker.

The tenant

Roman Polanski e Roland Topor sono due bei personaggi che hanno attraversato gli anni ’60 e ’70 del secolo passato intuendone le derive filosofiche e culturali ed elaborando quelle che erano le paure e le ossessioni della società Occidentale in divenire. Polanski, polacco di origine ebrea, sopravvissuto all’Olocausto nazista di cui rielaborerà le atrocità nel famoso The pianist (2002), affronta .le paure della società tramite le armi dell’horror psicologico con riflessi esoterici ed occultistici. La morte di sua moglie Sharon Tate nel 1969 per mano di Charles Manson e le accuse di stupro ai danni di una ragazzina di 13 anni che lo costringeranno alla fuga dagli Stati Uniti contribuiranno alla creazione di un’immagine mitica e dannata del regista.

Roland Topor è invece quello che superficialmente potrebbe essere definito un surrealista francese, anche se nel 1962 la creazione del Movimento Panico insieme ad Arrabal e Jodorowsky è proprio dovuta alla volontà di affrancarsi dal movimento surrealista divenuto eccessivamente mainstream. Il Movimento Panico è ispirato principalmente dalle opere di Buñuel e Artaud e dall’arte pittorica di Topor e dalla letteratura si sposterà poi nel mondo del cinema, sia tramite i due registi ispanofoni (Arrabal spagnolo e Jodorowski cileno) che sfrutteranno proprio questo manifesto creativo per combattere le rispettive dittature di destra che ancora affliggevano i rispettivi Paesi; sia grazie all’artista francese che collaborerà con altri registi: René Laloux (La Planète Sauvage) e appunto Polanski con The tenant (senza contare che realizzerà le illustrazioni dei titoli di testa di Viva la muerte di Arrabal).

Tratto dall’omonimo romanzo, The tenant rappresenta la terza e idealmente conclusiva parte di quella che viene definita La trilogia dell’Appartamento di Polanski, composta inoltre da Repulsion (1965) Rosemary’s baby (1968). Delle tre parti, questa è sicuramente la più difficile da interpretare in quanto l’intera vicenda resta avvolta in un manto di incertezza su cui l’autore non compie alcuno sforzo di delucidazione. Mentre in RepulsionRosemary’s baby i dubbi che vengono sollevati durante il corso della pellicola sulla veridicità degli eventi vissuti dalle rispettive protagoniste alla fine vengono dissipati, in questo The tenant non ci viene dato di scoprire se si tratti tutto di un’allucinazione del protagonista o se abbiamo assistito realmente ad un complotto. Complotto di cui, comunque, ci sfuggirebbe il senso qualora questo fosse avvenuto realmente.

C’è un dente nel muro

Trelkovsky è veramente perseguitato dai propri vicini? Davvero questi hanno spinto Simone Choule al suicidio e davvero vogliono che lui si trasformi in una nuova incarnazione della donna e che ne segua il destino mortale? Spostando l’armadio, Trelkovsky trova un dente infilato in un buco nel muro, apparentemente appartenuto alla povera Simone. Egli stesso, nel prosieguo della vicenda, si sveglierà una mattina privato di un dente che ritroverà poi nel medesimo buco nel muro. I due denti sono identici, identico è il nascondiglio. Non sappiamo se Trelkovsky abbia effettuato l’asportazione su se stesso, non sappiamo se il primo dente sia reale o se sia solo un’allucinazione che poi egli vuole rendere reale. Il sangue è vero, il dente asportato è vero. Ma chi? Perchè? Non ci sono risposte e questa è la cifra stilistica con cui si confronta l’intero film.

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La veridicità del Male

In RepulsionRosemary’s baby il Male esiste ed è reale. Gioca con le menti deboli, sfrutta allucinazioni, paure ed ossessioni, ma giunti alla prova del nove scopriamo come tutto quello che temevamo fosse reale, come il Male seppur nascosto e mascherato sia effettivo. Il Diavolo ha effettivamente stuprato la povera Rosemary e sì, suo figlio sarà l’Anticristo. Non è pazza, non è paranoica. Il palazzo in cui abita è un coacervo di satanisti e tutto è stato pianificato per permettere la venuta del figlio di Satana.

Trelkovsky invece? Per un’istante possiamo pensare a qualcosa di esoterico quando il nostro protagonista trova il bagno comune ricoperto di geroglifici egiziani. Che un misterioso rito sia all’opera? Qualcosa che comporta lo scambio di identità? Ma, ancora una volta, non possiamo sapere se quello che Trelkovsky vede sia reale o meno. Già in precedenza lo abbiamo visto strozzarsi da solo credendo di essere strozzato da uno degli inquilini. Ci manca un punto di riferimento esterno affidabile, tutto quello che vediamo lo vediamo attraverso gli occhi alienati di questo povero uomo solitario di cui non sappiamo niente. Certo, quando ci viene presentato appare come il più equilibrato degli uomini, lontano da qualsiasi forma di paranoia od ossessione. Il suo scivolamento nella follia appare quindi ingiustificato e, di conseguenza, ci può apparire più naturale credere che qualcuno (o qualcosa) sia al lavoro per causarne la distruzione.

In entrambe i casi, Rosemary’s baby e The tenant, sono il frutto del proprio tempo. Il primo è un film del 1968 e tratto da un libro pubblicato solo un anno prima: la Guerra del Vietnam è ancora agli inizi e lo scandalo Watergate non è ancora esploso. Il Male nella società americana esiste ed è ben visibile. Kennedy è stato ammazzato cinque anni prima e il fratello Bob ne segue il triste destino proprio nel ’68. Le certezze del Sogno Americano si sono scontrare contro la realtà, ma la realtà seppure oscura e sanguinaria è comunque oggettiva: la guerra è reale, i morti sono reali, non ci sono teorie del complotto astruse (per gli americani Oswald è il cecchino unico colpevole della morte di JFK). Il secondo film di Polanski invece giunge nel 1976 quando ormai il decennio dei figli dei fiori si è concluso nel modo peggiore e in cui lo scandalo Watergate ha insegnato agli Americani (e all’Occidente tutto) che non ci si può fidare di chi ci comanda. Il Male diventa sotterraneo, nascosto. Quello che vediamo non necessariamente corrisponde a realtà ed ecco che il tutto si riversa nella visione distorta e incerta di Trelkovski. Il certo lascia spazio all’incerto, quello che è esterno a quello che sta all’interno, il subconscio di Freud si è pappato le certezze dell’economia del boom e tutto questo si riversa anche nel mondo del cinema. Se poi osserviamo come il romanzo di Topor sia in realtà già vecchio di dodici anni non ci resta che stupirci di come certe paure sotterranee, come lo sgretolamento della idea della personalità fosse già sotterranea e pronta ad esplodere (del resto Pirandello stesso stava insegnando questa lezione da molto tempo).

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Piccola curiosità finale: sebbene ormai The tenant abbia raggiunto lo status di cult, e venga omaggiato più o meno esplicitamente in numerosi media, all’epoca della sua uscita venne stroncato duramente dalla critica, primo fra tutti Roger Ebert che lo definì imbarazzante. Il tempo, come si sa, pone rimedio a tutto.

It is happening again in 2016

Se siete cinefili e siete attenti frequentatori della Rete, non vi sarà potuto sfuggire l’enorme rumore di fondo che si è concretizzato in una serie infinita di articoli e post tutti ruotanti ad un unico epicentro: Twin Peaks.

Il 2014 è diventato definitivamente l’anno perfetto per il fan di Twin Peaks. Dopo l’uscita questa estate del sontuoso cofanetto che raccoglieva in un’unica soluzione l’intera serie televisiva e il prequel Fire walk with me con in aggiunta l’orgasmica proposizione di oltre novanta minuti di scene tagliate da quest’ultimo, ora il secondo sogno umido degli appassionati della Loggia Nera si è avverato: dopo anni di dinieghi e rifiuti, David Lynch e Mark Frost sono capitolati e hanno annunciato ufficialmente che ci sarà una terza stagione del serial, probabilmente da trasmettersi nel 2016.

Tutto inizia incredibilmente al Lucca Film Festival, dove alla solita domanda su una eventuale nuova serie di Twin Peaks, David Lynch anzichè rispondere con il più classico dei no, risponde con un sibillino: “Just wait and see.” Se già a quella risposta gli animi sono autorizzati a scaldarsi, solo pochi giorni dopo Lynch e Frost pubblicano un tweet gemello: “Dear twitter friends: That gum you like is going to come back in style.” A questo punto i motori sono caldi, la stampa di settore annusa la solidità delle voci, i fan impazziscono e il 6 Ottobre arriva la conferma ufficiale: Twin Peaks si farà. Per ora si parla di una miniserie di nove episodi per l’emittente Showtime, interamente diretti da David Lynch.

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Mentre iniziamo a vedere nani, nani ovunque, aspettiamo con trepidante attesa di vedere il Maestro Lynch all’opera sperando di assistere a una degna conclusione delle vicende di Laura Palmer e dell’agente Dale Cooper, attualmente prigioniero della Loggia Nera.

RIP Lorenzo Bartoli

È morto ieri Lorenzo Bartoli. Per chi lo conosceva, il fumetto la cultura italiane hanno perso una delle sue voci più interessanti.

QUI e QUI è stato messo a disposizione per il download gratuito una delle sue storie più belle da lui scritte, per quel John Doe che, realizzato in collaborazione con Roberto Recchioni, ha rappresentato una delle avventure più innovative nel panorama del fumetto nazionale italiano. Per chi non conoscesse il lavoro di Lorenzo Bartoli, questo è il modo migliore per rimediare.

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