Offerto in sacrificio per voi: Begotten

Ovvero di quella volta in cui il Vostro Cinefilo Reietto si prese una bella cantonata, pensando di assistere ad una originale messa in scena della solita storia sulla nascita dell’Anticristo, per poi scoprire di non aver capito un bel niente dopo aver letto i titoli di coda.

Nel 1990 E. Elias Merhige se ne esce con questo film, che definire sperimentale è alquanto riduttivo. Avete presente quando nei film horror vengono ritrovati i classici filmati in cantina (o in soffitta) che solitamente ritraggono qualche scena ripresa in un lontano passato e in cui sono presenti elementi inquietanti di cui però non si capisce nemmeno bene cosa si stia vedendo perchè la pellicola è rovinata e c’è poca luce eccetera? Ecco, prendete uno di questi filmati che normalmente durano pochi secondi e dilatatelo fino a raggiungere la lunghezza di un lungometraggio completo.

Il lavoro che compie Merhige sulle immagini è mastodontico a dir poco, soprattutto se consideriamo che nel 1991 non siamo ancora di fronte all’invasione digitale che adesso permette di accorciare i tempi di lavorazione nella modifica delle immagini (poi ovvio, non sto a dire che applicare i filtri di Instagram sia la stessa cosa che eseguire un lavoro professionale per una pellicola cinematografica, ma in ogni caso con la potenza di calcolo degli elaboratori moderni e la presenza di numerosi software, le possibilità di sviluppo sono notevolmente aumentate rispetto a venti anni fa). Secondo quanto dichiarato dallo stesso regista, per ogni minuto di film sono state spese almeno dieci ore in sede di post-produzione. Fate i vostri calcoli, questo film si è preso quattro anni della sua vita. Il tutto per rappresentare la vicenda con un bianco e nero sporchissimo, con un contrasto elevato, dove le ombre tagliano con l’accetta corpi e visi e dove la sgranatura della pellicola si mangia i dettagli delle figure, nascondendo e lasciando tanto all’immaginazione dello spettatore, che viene chiamato in causa nel riempire con la mente quanto i suoi occhi non riescono ad interpretare. Certe inquadrature si richiamano all’Espressionismo tedesco, citazione risultata evidente soprattutto nelle immagini più paesaggistiche dove viene inquadrato il sole che sorge o tramonta e che sembrano provenire dal Nosferatu di Murnau; difatti, e non a caso, nove anni dopo il regista dirigerà L’ombra del vampiro in cui viene ricostruita la realizzazione del capolavoro horror Espressionista per eccellenza.

Begotten

Lo stesso lavoro viene applicato al sonoro, dove non abbiamo una sola riga di dialogo ma in cui è presente un costante tappeto sonoro composto da rantoli, suoni prodotti da insetti, terra che viene smossa, liquidi che gocciolano, il tutto mixato, frullato e mandato in un loop infinito che si estende per tutta la durata del film, contribuendo a creare in chi guarda una sensazione di disagio amplificando la potenza delle immagini disturbanti che vengono proiettate sullo schermo.

Ma perchè in apertura del pezzo parlavo di una cantonata presa durante la visione del film? Presto detto: nella scena iniziale del film vediamo un tizio mascherato in modo inquietante che si uccide con un rasoio, o un coltello, o qualcosa di comunque affilato. Il suo suicidio è lento e doloroso e dal suo corpo fuoriescono una melma nera e successivamente una donna nuda. Questa donna masturba il cadavere e dopo aver prelevato lo sperma lo inserisce manualmente nella sua vagina. Dalla sua gravidanza nascerà un essere adulto incapace di camminare, scosso da spasmi. Momentaneamente quindi avevo pensato di assistere alla rappresentazione di una messa nera, o comunque di un rituale satanico. Il tutto con mezzi tecnici ed espressivi decisamente al di sopra della media e molto originali, ma comunque quello sembrava il tema.

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Il film prosegue poi con l’arrivo di un gruppo di uomini incappucciati che prelevano il corpo dell’uomo appena nato e che per il resto del film lo trasportano attraverso un paesaggio brullo e minaccioso. Durante il trasporto, questi uomini incappucciati di cui non vedremo mai il volto, inizieranno a martoriare l’uomo e quando la madre cercherà di opporsi, la violenteranno ed uccideranno. Nel finale, anche la creatura viene uccisa e dai cadaveri dei due nasceranno fiori e piante.

Ed ecco che qui arriva la sorpresa che ribalta il senso di tutto quanto visto finora, perchè nei titoli di coda vengono esplicitati i nomi del protagonisti: il suicida all’inizio del film è il God killing himself, la donna che compare dal suo cadavere è Mother Earth, mentre suo figlio è Son of Earth – Flesh on Bone. Quello che appariva come un rituale satanico, non è altro invece che una denuncia ecologista della distruzione dell’uomo (rappresentato dagli incappucciati) compiuta sulla Natura e sui suoi frutti. Al di là di questo poi è possibile effettuare anche una analisi più esoterica del tutto, richiamando l’alchimia e i significati più profondi della presenza di un dio suicida e della nascita della Natura, e quindi del Mondo, dal suo corpo, ma sarò onesto con voi dicendovi che mi mancano qui le competenze per andare più a fondo.

Posso solo concludere dicendo che siamo di fronte ad un film ricercato e complesso da vedere, che richiede tanto allo spettatore in termini sia di concentrazione, sia di apertura mentale ma che è in grado di prendere un tema spesso abusato e banalizzato e rappresentarlo in un modo coraggioso e decisamente “artistico” nell’accezione migliore e più positiva del termine.

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