Del vedere qualcosa, o La leggenda di Kaspar Hauser

Dalla vera storia di Kaspar Hauser, Werner Herzog ne ha tratto uno dei suoi film più famosi nel fatidico 1974. Per chi non la conoscesse, a grandi linee e così come la racconta Wkipedia: il 26 maggio 1828 compare nella piazza di Norimberga un giovane di circa sedici anni in grado di pronunciare solo il proprio nome. Non riesce a mangiare niente altro che non sia pane e può bere solo acqua. Qualsiasi altro cibo o bevanda gli procura il vomito. La gente, di fronte al misterioso e all’ignoto reagisce alla cazzo, come solo la gente sa fare e quindi incarcera il ragazzo accusandolo di essere un impostore. Successivamente verrà affidato alle cure del prof. Daumer grazie alle quali Kaspar imparerà a leggere e scrivere e fornirà così la propria incredibile storia, secondo la quale aveva passato gli ultimi dodici anni della sua vita incatenato in una cella buia senza alcun contatto umano, eccetto per colui che gli portava da mangiare e che lo puliva tagliandogli capelli e unghie. Tolto dalle cure del professor Daumer, Kaspar verrà affidato ad una miriade di tutori, finchè nel 1833 verrà pugnalato a morte in un parco da sconosciuti.

Questa incredibile vicenda sarà la base per una miriade di libri, nonchè adattamenti teatrali e cinematografici, ultimo tra i quali la rilettura post-tutto di Davide Manuli del 2012 e di cui sto per parlarvi.

Sigla:

Allora. Prendiamo nell’ordine: un attore noto per il suo coraggio e il suo istinto praticamente suicida nella scelta dei progetti a cui partecipare, Vincent “The Brown Bunny” Gallo; un’attrice mainstream italiana, qualsiasi cosa questo voglia dire, ovvero Claudia Gerini; Silvia Calderoni, un’attrice teatrale italiana, vincitrice nel 2009 del Premio UBU come migliore attrice under 30; a questo aggiungiamo una serie di attori di contorno assolutamente fantastici e al di sopra delle righe (Elisa Sednaoui, Fabrizio Gifuni e Marco Lampis); una Sardegna fotografata in un modo che la ritrae come una landa post-apocalittica, un sogno/incubo ad occhi aperti senza tempo; la colonna sonora ossessiva e importante del francese Vitalic, artista di spicco ed estremamente influente nell’ambito della disco europea.

Prendete tutti questi elementi, uniteli alla storia di Kaspar Hauser che vi ho appena raccontato, frullate il tutto ed ecco a voi La leggenda di Kaspar Hauser, film del milanese Davide Manuli, passato come sempre in sordina in Italia ma che all’estero ha trovato numerosi estimatori negli svariati Festival in cui è stato presentato.

Al contrario della versione di Herzog, il quale ovviamente predilige un approccio biografico più affine alla sua reale natura di documentarista, Manuli si rifà all’avanguardia più estrema, declinando gli elementi della biografia del giovane tedesco in una vicenda magica e sospesa nel tempo, in cui lo spettatore si ritrova a vagare senza realmente comprendere quanto stia vedendo.

La vicenda viene ambientata in una anonima isola del Mediterraneo, che lo spettatore può riconoscere come la Sardegna, dove regna una Duchessa, interpretata da Claudia Gerini. L’isola è praticamente disabitata, le prime scene ci mostrano un paese composto da case e strade vuote, a tutti gli effetti un teatro a dimensione naturale. Gli unici personaggi che incontreremo saranno quelli che fanno parte della vicenda e nessun altro. La Duchessa domina su questa landa desolata, dove sono presentati un Pusher e uno Sceriffo interpretati entrambi da Vincent Gallo, il secondo recitato interamente in inglese con un forte accento texano che lo fa sembrare uscito direttamente da un improbabile miscuglio tra La casa del Diavolo di Rob Zombie e The Wild Bunch di Peckinpah. Lo Sceriffo sta aspettando il ritorno del Re dell’Isola, scomparso tempo prima e un giorno trova sulla spiagga il corpo di Kapar Hauser, interpretato dall’androgina Silva Calderoni, e a cui per tutto il film ci si riferirà come ad un ragazzo. La comparsa di questo misterioso personaggio, in grado di dire poche frasi, sarà il pretesto per una strana e non meglio specificata lotta di potere tra la Duchessa e lo Sceriffo e che culminerà nell’omicidio dello stesso Kaspar.

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Come detto, però, il film è altamente sperimentale. La trama può essere più che altro intuita, in quanto non si capisce mai su cosa debba regnare la Regina, su chi sia il Re odel perchè voglia la morte di Kaspar. Quello che resta impresso nella mente dello spettatore è il continuo presentarsi di scene inverosimili, tra le lezioni di DJ impartite dallo Sceriffo a Kaspar sulla spiaggia, o gli assurdi monologhi del Prete, prima convinto che Hauser sia alla ricerca di un Tesoro e poi convertito all’idea che egli sia un salvatore o ancora le surreali apparizioni della Puttana o della Duchessa accompagnata dal suo servo, il Drago. La fotografia in bianco e nero e la presenza di un insieme di personaggi improbabili e assurdi possono portare alla mente certe produzioni di Ciprì e Maresco e soprattutto del loro lavoro Lo zio di Brooklyn, dove ad essere rappresentata in una cornice magica e post-apocalittica è la città di Palermo. Quello che viene a mancare rispetto ai lavori del duo siciliano è però la forte carica nichilista e un modo di rappresentare le scene facendo ricorso al grottesco e al volgare. Quella di Manuli è una storia cupa che però lascia trasparire anche una forte carica sentimentale dipingendo il rapporto di affetto che intercorre tra Kaspar e lo Sceriffo e che poi si apre ad un finale inaspettatamente consolatorio e liberatorio.

Una menzione d’onore la merita la Sardegna, luogo meraviglioso che può apparire come territorio apocalittico e western, fotografato egregiamente e personaggio inestricabile dall’opera costruita dal regista milanese, così come elemento imprescindibile è lo score proposto da Vitalic, vero o e proprio elemento di forza del film destinato a stamparsi nella testa di chi lo ascolta e collante nel rapporto tra l’androgino Kaspar e il texano sceriffo.

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Al termine della visione potranno sorgere molti dubbi, ci si potrà chiedere che cosa si è esattamente visto. Un sogno? Un sogno dentro un sogno? Un’allucinazione su cui non si ha alcun controllo? Non ha realmente importanza, quello che realmente conta è che l’insieme delle immagini partorite da Manuli sono quanto di più interessante e curioso proposto ultimamente dal cinema italiano.

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