Apocalissi annunciate: la doppia vendetta di Rampage

Capita un giorno che termini la visione di un film e ti viene subito da pensare di essere finito in un mondo parallelo. Avete presente quelle tipiche storie di fantascienza, ambientate in un mondo praticamente identico al nostro in cui però ci sono alcune piccole differenze? Ad esempio la Torre Eiffel si trova a Londra e non a Parigi e magari Borghezio è docente universitario di Semiotica. Così, tanto per dire. Quindi, assalito dal dubbio, controlli su Google e rincuorato verifichi che la Torre Eiffel è sempre a Parigi e che no, Borghezio non è stato ancora contagiato con il morbo dell’intelligenza.

Ma quale film ha il potere di scatenare questi dubbi? Forse un film di Darren Aronofsky che sembra diretto da Roland Emmerich? No. signore e signori. Un film diretto, prodotto e interpretato da James Franco con un quoziente di autocompiacimento inferiore a quello di un vincitore di un premio Nobel? Nemmeno.

Trattasi invece del sequel di Rampage, diretto sempre da Uwe Boll.

Lo sentite il silenzio? Il vento che soffia in lontananza. Magari un tuono, un lampo che illumina la notte su una prateria lontana e tutti voi a cercare di capire se io sia impazzito oppure no. Un elogio a un film di Uwe Boll. Peggio ancora, un film di Uwe Boll che è il sequel di un film di Uwe Boll?

Ebbene sì. A volte la legge dei grandi numeri può essere applicata anche al cinema e così dopo una serie infinita di film orribili che hanno valso al nostro eroe l’appellativo di “Peggior regista in attività”, nell’anno di grazia 2009 il regista tedesco se ne esce a sorpresa con Rampage; un film, questo, che può essere definito un Falling Down aggiornato allo stile del Nuovo Millennio e già si tratta di una sorpresa essendo uno dei maggiori difetti dei film precedenti di Boll una certa rappresentazione paragonabile a molta televisione anni ’80. Trovarsi di fronte a una rappresentazione vivace e dinamica, tipica del linguaggio cinematografico moderno è già un enorme passo avanti.

William Foster puppami la fava
William Foster puppami la fava

OItre all’aspetto visivo, anche la direzione degli attori è ferma e fornisce sempre l’impressione che Boll sia nel pieno controllo di quanto vuole mostrare. L’attore protagonista, Brendan  Fletcher, è addirittura strepitoso riuscendo in un difficilissimo gioco da equilibrista: dipingere un personaggio che riesca ad essere al tempo stesso carismatico e totalmente rivoltante. Carismatico perchè quando Billy Williams illustra le sue teorie sul mondo e sui mali della società, riesce ad essere ipnotico e affabulatore ma, al contempo, non si può fare a meno di non notare la sua follia e l’orrore delle sue azioni. Ma dove sarebbe facile far scadere il tutto nel macchiettistico, rischiando di trasformare Billy in una sorta di super villain senza alcuno spessore, Fletcher riesce nell’incredibile impresa di donargli uno spessore umano, in questo aiutato anche da Boll che sa, incredibilmente, quando premere il pedale dell’acceleratore fino in fondo e quando invece fermarsi, mischiando sapientemente scene di cruda violenza, ad altre surreali che alleggeriscono il tono ma sempre senza mandare tutto in vacca con dell’ironia sopra le righe. Perfetto esempio diventa la scena ambientata nella sala del Bingo, dove sarebbe bastato piegare un poco di più sul versante della violenza, o spingere ancora sull’assurdo, per distruggere quel delicato equilibrio di tensione che invece si viene a creare.

L’assenza di un qualsiasi finale consolatore in grado di soddisfare i desideri del pubblico è solo la ciliegina sulla torta di un film che oltre a rispecchiare tristemente le numerose e continue stragi ad opera di folli solitari in America, presenta anche incredibili e inquietanti analogie con le orribili stragi di Utøya e Oslo del 2011 ad opera di Anders Behring Breivik.

Nel 2014 con Rampage: Capital Punishment il miracolo di Uwe Boll si fa ancora più grande e incredibile. Perchè se con il primo film puoi pensare che sia andata di culo, con il secondo non puoi non credere che questo progetto stia talmente a cuore al regista da spronarlo a dare il 100% su ogni versante., Se un difetto lo si vuole trovare è che l’ambientazione claustrofobica si scontra male con la precedente avventura on the road, soprattutto considerando quanti spunti la potenziale ambientazione nella capitale degli U.S.A. avrebbe potuto fornire. Ma chissà, forse si tratta più che altro di una scelta obbligata dettata da questioni di budget.

Comunque, anche in questo secondo film torna Brendan Fletcher e il suo Billy è ancora più monumentale di prima. I suoi monologhi su guerre, sanità, lavoro, potere dei media e dei politici colpiscono ad ampio spettro ogni aspetto della società americana, mettendo in evidenza tutte le storture della way of life dei Paesi a stelle e strisce. Anche qui, volendo trovare un difetto, l’analisi politica effettuata dal film viene praticamente sbattuta in faccia allo spettatore senza alcun tipo di filtro. Non puoi pensare di cercare un sottotesto qualsiasi perchè semplicemente non ce n’è bisogno. Quello che il film vuole dire, ovvero che la società occidentale è piena di crepe da cui fuoriescono mostri, lo dice forte e chiaro tramite la voce di Billy, uno di quegli stessi mostri creati dalla mancanza di leggi sul controllo delle armi su cui punta il dito egli stesso.

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Nonostante questi difetti, però il film scorre altrettanto bene quanto il primo e un secondo finale amaro lascia aperte le porte per un capitolo finale di una trilogia inaspettata a firma di Boll.

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Offerto in sacrificio per voi: Begotten

Ovvero di quella volta in cui il Vostro Cinefilo Reietto si prese una bella cantonata, pensando di assistere ad una originale messa in scena della solita storia sulla nascita dell’Anticristo, per poi scoprire di non aver capito un bel niente dopo aver letto i titoli di coda.

Nel 1990 E. Elias Merhige se ne esce con questo film, che definire sperimentale è alquanto riduttivo. Avete presente quando nei film horror vengono ritrovati i classici filmati in cantina (o in soffitta) che solitamente ritraggono qualche scena ripresa in un lontano passato e in cui sono presenti elementi inquietanti di cui però non si capisce nemmeno bene cosa si stia vedendo perchè la pellicola è rovinata e c’è poca luce eccetera? Ecco, prendete uno di questi filmati che normalmente durano pochi secondi e dilatatelo fino a raggiungere la lunghezza di un lungometraggio completo.

Il lavoro che compie Merhige sulle immagini è mastodontico a dir poco, soprattutto se consideriamo che nel 1991 non siamo ancora di fronte all’invasione digitale che adesso permette di accorciare i tempi di lavorazione nella modifica delle immagini (poi ovvio, non sto a dire che applicare i filtri di Instagram sia la stessa cosa che eseguire un lavoro professionale per una pellicola cinematografica, ma in ogni caso con la potenza di calcolo degli elaboratori moderni e la presenza di numerosi software, le possibilità di sviluppo sono notevolmente aumentate rispetto a venti anni fa). Secondo quanto dichiarato dallo stesso regista, per ogni minuto di film sono state spese almeno dieci ore in sede di post-produzione. Fate i vostri calcoli, questo film si è preso quattro anni della sua vita. Il tutto per rappresentare la vicenda con un bianco e nero sporchissimo, con un contrasto elevato, dove le ombre tagliano con l’accetta corpi e visi e dove la sgranatura della pellicola si mangia i dettagli delle figure, nascondendo e lasciando tanto all’immaginazione dello spettatore, che viene chiamato in causa nel riempire con la mente quanto i suoi occhi non riescono ad interpretare. Certe inquadrature si richiamano all’Espressionismo tedesco, citazione risultata evidente soprattutto nelle immagini più paesaggistiche dove viene inquadrato il sole che sorge o tramonta e che sembrano provenire dal Nosferatu di Murnau; difatti, e non a caso, nove anni dopo il regista dirigerà L’ombra del vampiro in cui viene ricostruita la realizzazione del capolavoro horror Espressionista per eccellenza.

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Lo stesso lavoro viene applicato al sonoro, dove non abbiamo una sola riga di dialogo ma in cui è presente un costante tappeto sonoro composto da rantoli, suoni prodotti da insetti, terra che viene smossa, liquidi che gocciolano, il tutto mixato, frullato e mandato in un loop infinito che si estende per tutta la durata del film, contribuendo a creare in chi guarda una sensazione di disagio amplificando la potenza delle immagini disturbanti che vengono proiettate sullo schermo.

Ma perchè in apertura del pezzo parlavo di una cantonata presa durante la visione del film? Presto detto: nella scena iniziale del film vediamo un tizio mascherato in modo inquietante che si uccide con un rasoio, o un coltello, o qualcosa di comunque affilato. Il suo suicidio è lento e doloroso e dal suo corpo fuoriescono una melma nera e successivamente una donna nuda. Questa donna masturba il cadavere e dopo aver prelevato lo sperma lo inserisce manualmente nella sua vagina. Dalla sua gravidanza nascerà un essere adulto incapace di camminare, scosso da spasmi. Momentaneamente quindi avevo pensato di assistere alla rappresentazione di una messa nera, o comunque di un rituale satanico. Il tutto con mezzi tecnici ed espressivi decisamente al di sopra della media e molto originali, ma comunque quello sembrava il tema.

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Il film prosegue poi con l’arrivo di un gruppo di uomini incappucciati che prelevano il corpo dell’uomo appena nato e che per il resto del film lo trasportano attraverso un paesaggio brullo e minaccioso. Durante il trasporto, questi uomini incappucciati di cui non vedremo mai il volto, inizieranno a martoriare l’uomo e quando la madre cercherà di opporsi, la violenteranno ed uccideranno. Nel finale, anche la creatura viene uccisa e dai cadaveri dei due nasceranno fiori e piante.

Ed ecco che qui arriva la sorpresa che ribalta il senso di tutto quanto visto finora, perchè nei titoli di coda vengono esplicitati i nomi del protagonisti: il suicida all’inizio del film è il God killing himself, la donna che compare dal suo cadavere è Mother Earth, mentre suo figlio è Son of Earth – Flesh on Bone. Quello che appariva come un rituale satanico, non è altro invece che una denuncia ecologista della distruzione dell’uomo (rappresentato dagli incappucciati) compiuta sulla Natura e sui suoi frutti. Al di là di questo poi è possibile effettuare anche una analisi più esoterica del tutto, richiamando l’alchimia e i significati più profondi della presenza di un dio suicida e della nascita della Natura, e quindi del Mondo, dal suo corpo, ma sarò onesto con voi dicendovi che mi mancano qui le competenze per andare più a fondo.

Posso solo concludere dicendo che siamo di fronte ad un film ricercato e complesso da vedere, che richiede tanto allo spettatore in termini sia di concentrazione, sia di apertura mentale ma che è in grado di prendere un tema spesso abusato e banalizzato e rappresentarlo in un modo coraggioso e decisamente “artistico” nell’accezione migliore e più positiva del termine.

Del vedere qualcosa, o La leggenda di Kaspar Hauser

Dalla vera storia di Kaspar Hauser, Werner Herzog ne ha tratto uno dei suoi film più famosi nel fatidico 1974. Per chi non la conoscesse, a grandi linee e così come la racconta Wkipedia: il 26 maggio 1828 compare nella piazza di Norimberga un giovane di circa sedici anni in grado di pronunciare solo il proprio nome. Non riesce a mangiare niente altro che non sia pane e può bere solo acqua. Qualsiasi altro cibo o bevanda gli procura il vomito. La gente, di fronte al misterioso e all’ignoto reagisce alla cazzo, come solo la gente sa fare e quindi incarcera il ragazzo accusandolo di essere un impostore. Successivamente verrà affidato alle cure del prof. Daumer grazie alle quali Kaspar imparerà a leggere e scrivere e fornirà così la propria incredibile storia, secondo la quale aveva passato gli ultimi dodici anni della sua vita incatenato in una cella buia senza alcun contatto umano, eccetto per colui che gli portava da mangiare e che lo puliva tagliandogli capelli e unghie. Tolto dalle cure del professor Daumer, Kaspar verrà affidato ad una miriade di tutori, finchè nel 1833 verrà pugnalato a morte in un parco da sconosciuti.

Questa incredibile vicenda sarà la base per una miriade di libri, nonchè adattamenti teatrali e cinematografici, ultimo tra i quali la rilettura post-tutto di Davide Manuli del 2012 e di cui sto per parlarvi.

Sigla:

Allora. Prendiamo nell’ordine: un attore noto per il suo coraggio e il suo istinto praticamente suicida nella scelta dei progetti a cui partecipare, Vincent “The Brown Bunny” Gallo; un’attrice mainstream italiana, qualsiasi cosa questo voglia dire, ovvero Claudia Gerini; Silvia Calderoni, un’attrice teatrale italiana, vincitrice nel 2009 del Premio UBU come migliore attrice under 30; a questo aggiungiamo una serie di attori di contorno assolutamente fantastici e al di sopra delle righe (Elisa Sednaoui, Fabrizio Gifuni e Marco Lampis); una Sardegna fotografata in un modo che la ritrae come una landa post-apocalittica, un sogno/incubo ad occhi aperti senza tempo; la colonna sonora ossessiva e importante del francese Vitalic, artista di spicco ed estremamente influente nell’ambito della disco europea.

Prendete tutti questi elementi, uniteli alla storia di Kaspar Hauser che vi ho appena raccontato, frullate il tutto ed ecco a voi La leggenda di Kaspar Hauser, film del milanese Davide Manuli, passato come sempre in sordina in Italia ma che all’estero ha trovato numerosi estimatori negli svariati Festival in cui è stato presentato.

Al contrario della versione di Herzog, il quale ovviamente predilige un approccio biografico più affine alla sua reale natura di documentarista, Manuli si rifà all’avanguardia più estrema, declinando gli elementi della biografia del giovane tedesco in una vicenda magica e sospesa nel tempo, in cui lo spettatore si ritrova a vagare senza realmente comprendere quanto stia vedendo.

La vicenda viene ambientata in una anonima isola del Mediterraneo, che lo spettatore può riconoscere come la Sardegna, dove regna una Duchessa, interpretata da Claudia Gerini. L’isola è praticamente disabitata, le prime scene ci mostrano un paese composto da case e strade vuote, a tutti gli effetti un teatro a dimensione naturale. Gli unici personaggi che incontreremo saranno quelli che fanno parte della vicenda e nessun altro. La Duchessa domina su questa landa desolata, dove sono presentati un Pusher e uno Sceriffo interpretati entrambi da Vincent Gallo, il secondo recitato interamente in inglese con un forte accento texano che lo fa sembrare uscito direttamente da un improbabile miscuglio tra La casa del Diavolo di Rob Zombie e The Wild Bunch di Peckinpah. Lo Sceriffo sta aspettando il ritorno del Re dell’Isola, scomparso tempo prima e un giorno trova sulla spiagga il corpo di Kapar Hauser, interpretato dall’androgina Silva Calderoni, e a cui per tutto il film ci si riferirà come ad un ragazzo. La comparsa di questo misterioso personaggio, in grado di dire poche frasi, sarà il pretesto per una strana e non meglio specificata lotta di potere tra la Duchessa e lo Sceriffo e che culminerà nell’omicidio dello stesso Kaspar.

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Come detto, però, il film è altamente sperimentale. La trama può essere più che altro intuita, in quanto non si capisce mai su cosa debba regnare la Regina, su chi sia il Re odel perchè voglia la morte di Kaspar. Quello che resta impresso nella mente dello spettatore è il continuo presentarsi di scene inverosimili, tra le lezioni di DJ impartite dallo Sceriffo a Kaspar sulla spiaggia, o gli assurdi monologhi del Prete, prima convinto che Hauser sia alla ricerca di un Tesoro e poi convertito all’idea che egli sia un salvatore o ancora le surreali apparizioni della Puttana o della Duchessa accompagnata dal suo servo, il Drago. La fotografia in bianco e nero e la presenza di un insieme di personaggi improbabili e assurdi possono portare alla mente certe produzioni di Ciprì e Maresco e soprattutto del loro lavoro Lo zio di Brooklyn, dove ad essere rappresentata in una cornice magica e post-apocalittica è la città di Palermo. Quello che viene a mancare rispetto ai lavori del duo siciliano è però la forte carica nichilista e un modo di rappresentare le scene facendo ricorso al grottesco e al volgare. Quella di Manuli è una storia cupa che però lascia trasparire anche una forte carica sentimentale dipingendo il rapporto di affetto che intercorre tra Kaspar e lo Sceriffo e che poi si apre ad un finale inaspettatamente consolatorio e liberatorio.

Una menzione d’onore la merita la Sardegna, luogo meraviglioso che può apparire come territorio apocalittico e western, fotografato egregiamente e personaggio inestricabile dall’opera costruita dal regista milanese, così come elemento imprescindibile è lo score proposto da Vitalic, vero o e proprio elemento di forza del film destinato a stamparsi nella testa di chi lo ascolta e collante nel rapporto tra l’androgino Kaspar e il texano sceriffo.

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Al termine della visione potranno sorgere molti dubbi, ci si potrà chiedere che cosa si è esattamente visto. Un sogno? Un sogno dentro un sogno? Un’allucinazione su cui non si ha alcun controllo? Non ha realmente importanza, quello che realmente conta è che l’insieme delle immagini partorite da Manuli sono quanto di più interessante e curioso proposto ultimamente dal cinema italiano.