Così poco tempo, così tanto cinismo

Fatto numero uno: Robin Williams è morto. Il come e il perchè non ci riguardano e non sta a noi dare giudizi. Adoravo i suoi film (non tutti, What dreams may come per citarne uno) ed ha sempre dimostrato di essere in grado di mangiarsi la scena con il minimo impegno, finendo nel contempo nel Club degli attori più snobbati dagli Oscar: uno solo vinto, a fronte di una carriera costellata di grandi interpretazioni.

Fatto numero due: Lauren Bacall è morta. Il giorno dopo Robin Williams. Si trattava di una delle ultime vere stelle della Golden Age Hollywoodiana. In pratica era stata parte di chi aveva creato Hollywood, lo Star System e tutto quanto ha reso la Settima Arte quello che è. Guardatevi la sua filmografia su IMDB e ditemi. Della sua morte quasi nessuno ha parlato, concentrati tutti come erano sull’altro caso, quello di Robin Williams.

Ora, io non sto dicendo che quando un personaggio famoso muore se ne debba parlare a tutti i costi. Non è obbligatorio e non deve esserlo. Quello che però voglio mettere in mostra è come alla fine, tutti siano orientati a parlare del caso più scenografico e spettacolare, nascondendosi poi dietro al concetto che “si trattava di una persona famosa”. Il tutto poi adesso amplificato dal mondo dei social network.

Prendiamo semplicemente atto del fatto che due attori straordinari che hanno tanto contribuito all’arte che ci appassiona di più sono morti. Guardiamo e riguardiamo i loro film e andiamo oltre. Lasciamo i pettegolezzi ai media.

Per inciso, Rob Zombie ha sempre ragione.

 

Cronache mercenarie

È il 1982. In Italia qualcuno grida tre volte “Campioni del Mondo”. Tu nasci mentre Sylvester Stallone fornisce la sua personale visione di quello che è un veterano del Vietnam in First Blood e, contemporaneamente, gira il più debole dei Rocky dove apparirà insensatamente anche Hulk Hogan. Poco importa. Sono gli anni ’80, gli anni che lui dominerà alla grande, insegnandoci che con i Russi si può convivere in pace ma pensandoci bene anche no.

Degli anni ’80 Stallone è il Re e tutto intorno a lui vive un mondo fatto di action con eroi muscolosi dalla battuta efficace. Arnold è l’uomo che insidia il trono, poi ci sono Chuck Norris, Dolph Lundgren, Steven Seagal, Jean-Claude Van Damme e, mano a mano che gli anni ’80 si esauriscono e arrivano i ’90, Bruce Willis, Wesley Snipes, Mel Gibson, Antonio Banderas. La stella di Stallone si affievolisce ma non si spegne. Arnold si butta in politica (e sulla sua elezione si scriveranno tomi di piscologia per secoli), Mel Gibson impazzisce, Chuck Norris diventa un fenomeno dell’Internet e poco più, Snipes prima ammazza vampiri dando ufficialmente la benedizione ai cine-comics e poi finisce in gattabuia, Van Damme fa spaccate tra due Volvo e Antonio Banderas finisce a parlare con le galline. Di Mickey Rourke non perviene niente per anni.

Quando per la prima volta Sly parla del progetto Expendables quasi non sai se piangere di gioia o ridere per l’amarezza. Gente che se un tempo fosse finita nello stesso film avrebbe richiesto l’esborso dell’equivalente di una piccola finanziaria per coprire il monte ingaggi e un minutaggio pari a quello di tutti gli Heimat uniti. Comunque il progetto va avanti, non è malacchio, incassa bene e si fa il seguito, che va anche meglio e quindi via di corsa con il numero tre.

Ed eccoti quindi in Leicester Square, un lunedi pomeriggio trentadue anni dopo quel fatidico 1982, pronto per vedere dal vivo Sly e quell’allegra combriccola di anziani guerrieri che non sai se si stiano prendendo in giro o se siano convinti al cento per cento della loro parte. Fa caldo ma nemmeno troppo e comunque rispetto all’estate senza estate che si sta vivendo in Italia non c’è nemmeno paragone. Un uccello se ne sta appollaiato sulla testa della statua di William Shakespeare che troneggia nel centro della piazza e lo stesso Shakespeare sembra in posizione di attesa, pronto a vedere gli amici della cumpa che devono arrivare.

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Nell’attesa non resta che osservare la gente che si prepara ad attendere di essere collocata, tutti con il loro bel numero scritto con il pennarello sul dorso della mano (il 343 spicca sul tuo). Una ragazzina dell’Est Europa, accompagnata da quella che deve essere la madre cinquantenne e il probabile fidanzato palesemente Est Europeo, la madre indossante una maglietta con la scritta Whiskey makes me frisky, litiga con il tizio che scrive i numeri sui dorsi. Da quel che si capisce lei è arrivata molto prima, poi ha chiesto al tizio se poteva andare a dormire ad Hyde Park o qualcosa di simile, lui ha detto di sì ma non le ha scritto il numero e ora che è tornata si ritrova trecento persone prima di lei. Sono tutti molto incavolati e tutti molto delusi, ma in fondo è così che va e continui a camminare per la piazza e incontri Il Genio o l’Eroe della Premiere, un tizio abbigliato come Barney Ross, con tanto di finto fucile e di vero logo degli Expendables tatuato sull’avambraccio destro. Peccato che del fisico di Sly non abbia niente, nemmeno adesso che Sly ha più di sessant’anni e che si è leggermente imbolsito (e il tuo cuore sanguina mentre scrivi queste parole sull’uomo che ti ha insegnato a non odiare i Russi mentre gli spari con un lanciamissili e in ogni caso la tua mente urla continuamente “Guarda Arnold, guardalo, lui si che si è lasciato andare come la difesa del Milan di questa ultima stagione sciagurata!”). Resta comunque un eroe.

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Le ore passano pigre, la folla aumenta, arriva un tipo inquietantemente somigliante a Daniel Bryan ma con un’abbigliamento degno dell’Uomo dei Fumetti dei Simpson: calzoncini gialli al di sopra dell’ombelico con maglietta azzurra religiosamente infilata dentro i suddetti, Vans raffiguranti Darth Vader e due affari dei Pokemon infilati nella cintola. Per tutto il tempo gioca alla PSP  e non si cura del mondo esterno.

Finalmente fanno andare la gente alle transenne, trenta per volta e finisci in seconda fila, solo che sei ad una Premiere degli Expendables e molti fan sono anche culturisti a quanto pare e il tizio che ti sta di fronte sembra far parte della categoria. Non importa, al tuo fianco c’è il gruppo Mamma Con Figlie e sai che puoi arrangiarti bene, e lo farai, anche se bisogna riconoscere che il gruppo pare conoscere bene il mondo delle Premiere. Loro sono qui per Kellan Lutz, l’uomo che ha commesso il grande errore di voler essere Hercules, quando di Hercules può essercene soltanto uno. Sa di aver sbagliato e si dice che dorma con un occhio solo, mentre Dwayne Johnson, di notte, fonde metalli, sibilando il nome di Kellan.

Un’ora prima dell’arrivo delle star inizia l’animazione, vengono messi in premio degli occhiali per chi fa più casino e rappa meglio e un cinese con il tipico istinto suicida dei cinesi si propone con il leggendario “Here we are, we are here” che troneggerà nei tweet dell’ora successiva. Di lui si perderanno le tracce, probabilmente è stato riportato in Cina dal Servizio Segreto e costruisce iPad per gli Occidentali per un pugno di riso. Di notte, come Dwayne Johnson, ripete ossessivamente Here we are, we are here.

Dopo il momento animazione che ti farà odiare la canzone qui sopra, arriva la presentatrice #wouldbang di turno e finalmente le star si presentano. Sullo schermo passano i tweet della piazza e qualcuno si fa riconoscere, mentre l’Eroe ottiene i suoi quindici secondi di fama e un selfie con Stallone.

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Poi tutto finisce, come giusto che sia. Non è più il 1982 i Russi hanno smesso di essere cattivi per un po’ e il tempo che passa ti lascia solo il desiderio/timore che la promessa di un Expendables 5 fatta da Stallone sia solo una sparata pubblicitaria.

PS: mi rendo conto che della Premiere vera e propria non vi ho detto molto, ma conta veramente? Se proprio volete saperlo, Stallone era svogliato, firmava un autografo ogni quarantacinque persone sbuffando per la noia, giusto poi per diventare allegro e simpaticone non appena la #wouldbang lo approcciava con la telecamera e il microfono, #wouldbang che si è anche beccata un’involontaria sputata di Sly il cui eloquio ormai raggiunge pericolosamente il livello ospizio.

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Snipes è arrivato, la faccia gonfia come di chi la mattina faccia colazione con latte e botulino e dopo pochi istanti è sparito, nemmeno le telecamere l’hanno più ripreso. Mistero su cosa abbia fatto, ricompare solo per entrare al cinema. Statham e Banderas (senza gallina al seguito), sono stati i migliori, si sono concessi ai fan senza sosta apparendo quantomeno divertit. Kellan Lutz ha fatto la foto con il gruppo Mamma Con Figlie, mentre la vera sorpresa è stata Vinnie Jones, il quale non c’entrando una sega con il film ha comunque ricevuto un’ovazione e si è messo a firmare più autografi di Stallone, il tutto con lo sguardo e il portamento tipici di Pallottola al Dente Tony. Semplicemente epico.

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Quella strana lega dei gentiluomini straordinari e il coefficiente De Niro

La fresca pubblicazione di The League of Extraordinary Gentlemen: Century scatena nel vostro cinefilo reietto una serie di questioni che ondeggiano tra cinema e fumetto. In primis in cosa consiste questa nuova pubblicazione? Si tratta di un volume che raccoglie tre capitoli della saga degli Uomini Straordinari che Alan Moore sta portando avanti da anni.

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Nel 1999 Alan Moore, uno dei maggiori autori di fumetti mondiali, pubblica una serie in sei parti dal titolo The League of Extraordinary Gentlemen in cui vediamo tutta una serie di personaggi appartenenti alla letteratura del periodo vittoriano interagire in un gigantesco cross-over dall’indubbio fascino. Abbiamo l’avventuriero Allan Quatermain da Le miniere di Re Salomone, Mina Murray da Dracula, il dottor Henry Jekill da Lo strano caso del dr. Jekill e del signor Hyde, l’Uomo Invisibile dall’omonimo romanzo di H. G. Wells e il Capitano Nemo da 20.000 leghe sotto i mari; a questi, che sono i componenti della Lega, si aggiungono un’altra infinità di personaggi del mondo della fantasia dell’epoca: Auguste Dupin da Poe, Moriarty da Sir Conan Doyle, Campion Bond che altri non sarebbe che un antenato di James Bond, Ismaele da Melville. L’elenco è sterminato. In pratica, quello che ha fatto Alan Moore è stato prendere tutti questi personaggi e calarli in una realtà parallela alla nostra, il tutto condito con chiare influenze steampunk,

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Per sfortuna di Moore, questa prima serie viene trasposta in un film hollywoodiano. Qui si apre una fantastica digressione su Sean Connery, il coefficiente De Niro e le continue lamentele di Moore. Ma andiamo con ordine. Il film che si occupa di trasporre le vicende ideate da Alan Moore è, obiettivamente, una chiavica pazzesca. Trattandosi di un film di Hollywood, e quindi scritto e pensato per un pubblico “ammericano”, si è pensato di apportare delle pesanti modifiche alla storia originaria. Tanto per dire, si aggiunge alla Lega il personaggio di Tom Sawyer, il quale rappresenta il classico eroe americano, spavaldo, ironico e spaccone. Oltre a lui, si aggiunge anche l’immortale Dorian Gray per una non meglio specificata ragione. Se si considera poi un casting veramente da braccia che cascano (Tom Sawyer, Dorian Gray e Mina Murray, che qui si chiama Mina Harker giusto per non sbagliare, sono assolutamente desolanti), allora il disastro è bello che pronto. Laddove l’idea del cambio di trama non è nemmeno troppo male (nel fumetto Moriarty assembla la Lega per rubare la cavorite, un minerale in grado di annullare la gravità, mentre nel film lo fa per poter rubare i poteri dei protagonisti e trapiantarli in un moderno esercito di super soldati), lo smorzamento della violenza è riduttivo e fastidioso. Nel fumetto di Moore tutto è folle, la fantasia viene lanciata a mille all’ora e quando c’è da mostrare del sangue o delle ossa rotte lo si fa. Mr. Hyde si è nutrito della malvagità umana ed è diventato immenso, una specie di Hulk vittoriano e quando combatte smembra e distrugge. Nemo è un soldato che disprezza la civiltà inglese e che quando combatte non si fa remore di sparare a bruciapelo alla gente con un gigantesco fucile lancia arpioni di sua invenzione. Nel film tutto diventa più macchiettistico e all’acqua di rose, mostrando la paura di rischiare troppo per quello che nelle intenzioni doveva essere un blockbuster.

Ed è qui che parliamo di Sean Connery e del coefficiente De Niro perchè The League of Extraordinary Gentlemen è anche la sua ultima apparizione cinematografica e il cuore piange se ci si pensa attentamente. Lo stesso Connery una volta ha affermato, grossomodo:

Mi hanno offerto Matrix, io non ci ho capito nulla della trama e ho rifiutato ed è stato un successo. Mi hanno offerto Il Signore degli Anelli, io non ho capito nulla della trama ed ho rifiutato. Infine mi hanno offerto La lega degli uomini straordinari e anche questa volta non ho capito nulla ma mi sono detto “Al diavolo” e ho accettato.

Ecco, se anche quella volta avesse rifiutato sarebbe stato molto meglio. Il film si schianta forte al botteghino e Sean Connery si ritira dalle scene con amarezza. L’avesse fatto con Finding Forrester sarebbe stato molto meglio ma, almeno, ha dimostrato che quando inizi ad applicare il coefficiente De Niro ai film a cui partecipi forse è meglio lasciar perdere. Ma cosa è il coefficiente De Niro? Semplicemente è il coefficiente di sputtanamento della carriera di un attore che si misura su una scala tra Godsend The Adventures of Rocky & Bullwinkle. Se inizi a ritenere interessanti o necessari film di questo tipo, allora è meglio se ti ritiri.

Una parolina poi la si spende su Alan Moore, che ovviamente odia la trasposizione cinematografica della sua opera (e come dargli torto in questo caso), ma che dimostra di farlo come se fosse una abitudine più che consolidata. Realizza un fumetto, ne vende i diritti cinematografici e poi si lamenta del risultato. Lo ha fatto con questo, con From Hell (e ci credo) ma anche con ottime opere quali V for VendettaWatchmen. Onestamente, un mah ci sta.

Tornando a bomba sulla serie degli Uomini Straordinari, dopo la prima saga ne esce una seconda, ambientata poco dopo e in cui Londra deve affrontare l’invasione marziana raccontata da H. G. Wells. La Lega sconfiggerà i marziani grazie ad un’arma biologica creata dal Dr. Moreau. Ma, e qui risiede la grande differenza tra cinema e fumetto, la vicenda non si ferma qui. Dopo queste due saghe, Alan Moore punta a qualcosa di ancora più estremo: sempre con la collaborazione di Kevin O’Neill realizza The League of Extraordinary Gentlemen: The Black Dossier, un volume unico in cui viene narrata una storia con protagonisti Allan e Mina negli anni ’50 dopo la caduta del governo del Grande Fratello Orwelliano, e in cui la vicenda a fumetti viene interrotta da inserti presi da un fantomatico Black Dossier che i due protagonisti stanno effettivamente sfogliando. In questi inserti metafumettistici, costituiti da riproduzioni di opere perdute di Shakespeare, fumetti pubblicati o censurati, parti di libri commisionati dal governo e chi più ne ha più ne metta, viene ricreata una storia alternativa non solo dell’Inghilterra, ma del mondo stesso. I Grandi Antichi di Lovecraft irrompono nella vicenda (anche se un accenno lo avevamo avuto nella storia raccontata in appendice al primo volume della saga), mentre la guerra di Troia diventa un espediente usato dagli Dei per distruggere i loro figli concepiti con gli umani e che hanno dimostrato di avere tendenze psicopatiche. Tutto viene triturato e frullato in questa storia alternativa, la vicenda della Lega divenuto un pretesto per sfoggiare una cultura enciclopedica che racchiude riferimenti alla cultura, alta o bassa che sia, di un Paese.

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Dopo il Black Dossier si arriva a Century, prima diviso in tre voiumi, 1910, 1969 1999 e ora raccolto in un unico volume, origine di questo post. In Century le vicende della Lega si dipanano lungo l’arco di tutto il Secolo e si concludono con l’avvento dell’Anticristo nelle fattezze di Harry Potter, il quale verrà sconfitto nell’incredibile finale da Mary Poppins (non prima di aver ucciso Allan Quatermain con un fulmine lanciato dal suo pene, però). Un vero schiaffo in faccia alla limitata riduzione cinematografica hollywoodiana che ha mancato una occasione d’oro, anche se, con il senno di poi, forse non sarebbe male dimenticarsi del film e pensare ad una trasposizione televisiva. Il materiale per una nuova serie tv non mancherebbe. Anche senza Sean Connery.

PS: Giusto per bullarsi una volta, ecco una foto del vostro Cinefilo Reietto con Mr. Kevin O’Neill, presente alla fumetteria Gosh! in Soho per firmare copie del suo nuovo lavoro, Nemo: Roses of Berlin, sempre in collaborazione con Alan Moore, continua espansione del mondo della Lega.

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