La saga che non ti aspetti

Ho appena finito di vedere The Raid 2: Berandal e sto ancora piangendo di felicità, grosse gocce cadono sulle mie guance perchè anche il genere action ha avuto finalmente il suo Il padrino II e probabilmente il genere action avrà la sua trilogia che tanto si merita, al pari di altri generi quali l’horror o il western.

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Di The Raid si è detto tutto sull’Internet, trasformando questo film indonesiano diretto da un regista gallese in quello che si meritava di essere sin dal primo minuto della sua esistenza: un dannatissimo film di culto da venerare e preservare nelle nostre videoteche per sempre. The Raid: Redemption fa una cosa estremamente semplice ma che al cinema occidentale, e a quello hollywoodiano più in particolare, sembra non riuscire più da tempo: prendere una buona idea, anche piuttosto semplice e banale, e girarla con onestà, senza cercare di mascherarla con sottotesti più o meno autoriali. Condendo il tutto con un’altissima qualità della messa in scena. L’idea alla base di The Raid: Redemption è semplicissima e, anzi abusatissima: una squadra di poliziotti deve fare irruzione in un palazzo controllato da un’organizzazione criminale. Il boss dei boss sta all’ultimo piano e quindi fatevi voi un paio di calcoli. La struttura verticale è semplicissima quindi, tanto da poter essere accostata a quel capolavoro che è il film di Bruce Lee I tre dell’Operazione Drago, nonchè di tanti videogame action e picchiaduro dagli anni ’90 in poi. Quello che distingue il primo The Raid da centinaia di altre produzioni è però l’incredibile perfezione delle scene di combattimento, assolutamente tra le migliori mai realizzate prima, mixata con una regia che non sbaglia un secondo di montaggio e che non appesantisce la trama con momenti inutili o forzati per, appunto, mascherare le vere intenzioni del film: divertire e farlo dal primo all’ultimo minuto. Come riassunto perfettamente in una tagline pubblicitaria del film:

One minute of romance, hundred minutes of carnage.

Ed è tutto lì il segreto belli. Il protagonista, Iko Uwais è il protagonista perfetto, riuscendo a donare a Rama quel minimo di umanità tanto da non renderlo una macchietta inutile, mentre quella che essere la sua nemesi naturale, ovvero il personaggio di Mad Dog interpretato da Yayan Ruhian, ci permette di assistere a uno degli scontri finali più intensi degli ultimi tempi.

Questo è The Raid: Redemption. Ovvio che all’annuncio di un suo seguito tutti i cuori degli amanti dell’action abbiano sobbalzato, divisi tra gioia e timore. Gioia per il ritorno di Rama, timore per gli ovvi rischi di ogni numero due. Ma Gareth Evans, nuovamente al timone della baracca, riesce nell’impresa. Lega il secondo film al primo, facendo iniziare la vicenda immediatamente dopo e creando così una mitologia coesa e chiusa e dando vita a quello che mai non ci saremmo aspettati; una saga; al contempo corre il rischio più grosso di sempre, dando a The Raid quello che sembrava non dovesse avere mai: una trama. Ebbene sì, laddove il primo film era compatto e veloce, il secondo dilata i tempi. Il film dura due ore e mezza e sebbene a me possa essere sembrato che qualche minuto in meno non avrebbe fatto male, si tratta comunque di due ore e mezza girate con i controcoglioni, in cui tutto funziona alla grande. Grosso modo, in questo secondo capitolo siamo dalle parti di un The Departed con meno doppiogiochisti, in cui Rama si infiltra in una delle maggiori bande di malavitosi per smantellarla dall’interno e sfuggire così alle minacce di morte conseguenti gli eventi del primo capitolo.

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Già dopo pochi minuti abbiamo la battaglia nel cortile della prigione dove Rama sta scontando la sua pena, e già una scena simile sarebbe utilizzata come  battaglia finale in moltissimi film action occidentali. Qui no. Qui è la prima, giusto per riscaldarsi e già siamo dalle parti del capolavoro epico. Si proseguirà poi con altri combattimenti, la Sarabanda di Handel finalmente rubata agli intellettualoidi cinematografici in giacchetta stretta e occhiali dalla montatura spessa e concessa a noi suoi veri depositari, uno scontro su un set porno, una totale mancanza di armi da fuoco, due cattivi da antologia quali Hammer Girl e Baseball Bat Man e il ritorno di Yayan Ruhian in una parte simile a quella di Mad Dog grazie alla quale riesce nella duplice impresa di regalarci un nuovo scontro finale contro Rama semplicemente da mascella aperta e, contemporaneamente, a candidarsi per il Premio Sean Bean dell’anno per la perseveranza con cui muore sul grande schermo.

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Ora si aspetta il terzo capitolo, consapevoli di come la follia gallese mescolata alla totale assenza di regole sindacali indonesiane possano portare gli stunt ad estremi mai visti.

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