2015 belongs to the mad

Ne è passato di tempo e sinceramente le speranze di vedere il nuovo capitolo della saga con Max Rochatansky protagonista stavano scemando sotto la soglia di “Italia campione del Mondo di calcio”. Un set travagliato (luoghi desertici trasformati in prati fioriti e altre stranezze), riscritture, reshoot vari, il regista della trilogia originale che si era perso in insulsi film per bambini, Mel Gibson che pazzo lo è diventato davvero e che è stato salvato solo da quell’allegra combriccola degli Expendables. Insomma, gli ingredienti per trasformare il nuovo film di Mad Max in uno di quei progetti leggendari che tanto rendono affascinanti gli Studios cinematografici, c’erano tutti. Nessuno ci credeva. E invece ecco che al Comic Con di San Diego, tra un Nolan e un McConaughey che a sorpresa presentano il loro Interstellar e un Peter Jackson con il suo ultimo capitolo dello Hobbit-che-in.-realtà-pesca-dal-Silmarillion arriva anche questo trailer di Mad Max: Fury Road.

Come detto prima, Mel Gibson matto lo è diventato davvero e quindi al suo posto hanno preso uno degli attori più interessanti per questo ruolo: Tom Hardy. Lo si vedesse anche in azione nel trailer sarebbe carino, ma si sa, non si può chiedere tutto.

Ecco a voi in tutta la sua gloria Fury Road;

Gubitosi e la RAI che ti aspetti

A volte mi sembra di essere un disco rotto, impegnato a ripetere ossessivamente sempre lo stesso concetto: il cinema italiano non è più quello di trenta anni fa e la televisione italiana fa schifo. Ho usato film come l’ultimo di Checco Zalone, Sole a catinelle, come esempio pratico del pessimo cinema che viene continuamente proposto al pubblico italiano e contemporaneamente, visto il suo incredibile successo, dimostrazione di come ormai il pubblico in Italia non abbia più alcuna forma di cultura cinematografica che gli permetta di premiare prodotti validi e “punire” quelli invece più scarsi. Non che io voglia fare un discorso semplicistico e snob in cui si ha un’equazione Zalone = schifo, tutt’altro. Primo perchè la il sottotitolo del blog é:

Grosso modo come se Jack Burton facesse il critico cinematografico

Quindi eliminiamo pure il lato snobistico della faccenda. Secondo, la mia nostalgia per il cinema di genere italiano, defunto ormai da vent’anni buoni, comunque non mi impedisce di apprezzare quanto viene proposto in questi giorni. Sempre parlando di Zalone, per esempio, ho apprezzato tantissimo il film precedente, Che bella giornata. Chiunque abbia visto i due film citati penso possa essere d’accordo. Mentre Sole a catinelle è un filmetto con una trama semplice semplice, quasi minimale, in cui non c’è veramente un punto di svolta e mancano dei seri comprimari che facciano da contraltare a Zalone (e infatti il film non arriva nemmeno all’ora e venti di durata), Che bella giornata presenta una trama più complessa, che quasi azzarda un discorso sui problemi dell’integrazione tra mondo Occidentale ed Orientale, il tutto con la presenza di comprimari di lusso (Rocco Papaleo, Caparezza) che innalzano il film su ben altri registri.

Liberato quindi il campo da equivoci atteggiamenti da partito preso da parte del vostro cinefilo reietto, bisogna però entrare nel merito delle parole di Luigi Gubitosi, attuale direttore della RAI, uomo che ovviamente conosce il cinema in quanto ex membor del Consiglio di Amministrazione di aziende cinematografiche come Ferrari, Iveco, Fiat, Magneti Marelli e altre.

Qualche giorno fa a Gubitosi è stato chiesto cosa ne pensasse di Gomorra – La serie tv ed egli, dall’alto delle sua profonda saggezza, ha risposto che mai e poi mai la RAI produrrà una serie tv in cui il cattivo sia protagonista. Questo, per evitare di mandare messaggi negativi al suo pubblico, il quale potrebbe in qualche modo credere che il cattivo sia figo e quindi ricavare un messaggio pericoloso. Nel futuro della RAI, quindi, solo fiction come Don Matteo e biopic dedicati a papi e Santi. Povera Italia.

GomorraLaSerie-1

Ora, che quello di Gubitosi sia un discoro assurdo è ovvio sotto molteplici punti di vista. Il primo e più immediato: il pubblico più giovane che potrebbe essere traviato da una serie televisiva con un personaggio cattivo come protagonista, semplicemente non guarda la RAI. Mai. Forse lo farebbe per un programma di qualità che però mai verrebbe approvata, quindi il problema non si pone. Le serie televisive tanto apprezzate dal direttore generale della RAI vengono seguite solo da un pubblico fondamentalmente “vecchio”, scollegato da quella che è la rappresentazione del mondo attuale.

Pensate a prodotti come Breaking Bad per esempio, in cui viene affrontato un discorso complesso come quello della corruzione di quella che può essere definita “anima” di un uomo, partendo però da presupposti complessi quali possono essere una malattia terminale, la consapevolezza di avere un periodo di vita limitato e il desiderio di fornire ai propri cari un futuro. Oppure si pensi ai casi di House MD, in cui quello che è il caso della settimana spesso diventa un veicolo per affrontare una difficile questione di etica medica. Entrambe le serie, in Itaiia, secondo la visione di Gubitosi sarebbero impensabili. Pensateci. un insegnante che diventa un boss della droga e un medico drogato ed ateo. Pensateci e ripetete dopo di me: impossibile.

Il mondo delle serie tv italiane è un mondo che si basa sul manicheismo in cui buoni e cattivi sono nettamente divisi e in cui, diciamocelo, il cattivo è pure imbarazzante, Viene mostrato un mondo totalmente di fantasia, avulso dai problemi della vita quotidiana, o in cui comunque i problemi si presentano ma vengono facilmente risolti, in quanto non si tratta dei reali macigni che si abbattono sulle teste delle persone normali durante le loro vite normali.

Quello che ancora rende più fastidiosa la situazione è che in realtà in italia ci sarebbero i mezzi e i talenti per realizzare prodotti di altissima qualità. Basti pensare appunto a Stefano Sollima e alle sue due serie tv realizzate per Sky: Romanzo criminaleGomorra – La serie, entrambe con una qualità tecnica che nulla ha da invidiare alle produzioni estere e con storie e personaggi dinamici e realistici, che si muovono in un mondo che non è quello da cartone animato della televisione generalista. Non sorprende quindi che entrambe le serie abbiano trovato un ampio mercato estero in cui essere distribuite e che siano state osannate dalla critica internazionale. Lo stesso Sollima poi ci ha regalato un film per il cinema scomodo ed efficace come ACAB.

Guardate Romanzo criminaleGomorra. Poi pensate a Don Matteo. Piangete. E poi riguardatevi questo, pensando che Terrence Hill, prima di essere un prete investigatore in un mondo fasullo, era l’agente provocatore di infinite scazzottate per quei misteriosi capolavori che sono stati i film dell’accoppiata Bud Spencer – Terence Hill.

Grazie, signor Gubitosi.

Incipit che ti prendono alla gola: Shantaram

Ovvero, come inventarsi una rubrica che ti permette di scrivere articoli senza fatica semplicemente rubando presentando i migliori incipit di alcuni romanzi-capolavoro da questa e quella parte dell’Oceano. Perchè con “Chiamatemi Ismaele” è nata la letteratura moderna mondiale e bisogna difenderla, prima che gente come Federico Moccia e Stephenie Meyer la uccida.

shantaram

Bel personaggino, questo Gregory David Roberts. Australiano, nasce nel 1952 e a seguito di un fallimentare matrimonio e dell’allontanamento dalla figlia, cade nel buco nero della tossicodipendenza. Da lì è una spirale discendente, fatta di furti e rapine che inevitabilmente lo conducono alla prigione. Condannato nel 1978 a 23 anni di prigione, riesce ad evadere e inizia una peregrinazione incessante che lo porta in giro per il mondo fino a fermarsi a Bombay. Qui si lega alla mafia del posto e diventa contrabbandiere, falsificatore, soldato di strada e proprietario di un piccolo ambulatorio gratuito per aiutare i più disagiati. Catturato nuovamente in Germania, finisce di scontare la propria pena in Australia e qui inizia la stesura di questo romanzo mostruoso, Shantaram, di cui perderà e riscriverà per due volte il manoscritto. Romanzo di fantasia, attinge comunque ampiamente alle esperienze di vita del suo autore, raccontando quanto avvenutogli negli anni di Bombay e, successivamente, in Afghanistan contro le forze d’invasione russe. 

Questo l’incipit:

It took me a long time and most of the world to learn what I know about love and fate and the choices we make, but the heart of it came to me in an instant, while I was chained to a wall and being tortured. I realized, somehow, through the screaming in my mind, that even in that shackled, bloody helplessness, I was still free: free to hate the men who were torturing me, or to forgive them. It doesn’t sound like much, I know. But in the flinch and bite of the chain, when it’s all you’ve got, that freedom is a universe of possibility. And the choice you make, between hating and forgiving, can become the story of your life.

Nota a margine, a quanto pare Johnny Depp avrebbe acquistato i diritti di questo libro pubblicato originariamente nel 2003, ma visto che non può travestirsi come un’idiota come da sua abitudine, per ora non se ne è fatto ancora niente.

La saga che non ti aspetti

Ho appena finito di vedere The Raid 2: Berandal e sto ancora piangendo di felicità, grosse gocce cadono sulle mie guance perchè anche il genere action ha avuto finalmente il suo Il padrino II e probabilmente il genere action avrà la sua trilogia che tanto si merita, al pari di altri generi quali l’horror o il western.

raid

Di The Raid si è detto tutto sull’Internet, trasformando questo film indonesiano diretto da un regista gallese in quello che si meritava di essere sin dal primo minuto della sua esistenza: un dannatissimo film di culto da venerare e preservare nelle nostre videoteche per sempre. The Raid: Redemption fa una cosa estremamente semplice ma che al cinema occidentale, e a quello hollywoodiano più in particolare, sembra non riuscire più da tempo: prendere una buona idea, anche piuttosto semplice e banale, e girarla con onestà, senza cercare di mascherarla con sottotesti più o meno autoriali. Condendo il tutto con un’altissima qualità della messa in scena. L’idea alla base di The Raid: Redemption è semplicissima e, anzi abusatissima: una squadra di poliziotti deve fare irruzione in un palazzo controllato da un’organizzazione criminale. Il boss dei boss sta all’ultimo piano e quindi fatevi voi un paio di calcoli. La struttura verticale è semplicissima quindi, tanto da poter essere accostata a quel capolavoro che è il film di Bruce Lee I tre dell’Operazione Drago, nonchè di tanti videogame action e picchiaduro dagli anni ’90 in poi. Quello che distingue il primo The Raid da centinaia di altre produzioni è però l’incredibile perfezione delle scene di combattimento, assolutamente tra le migliori mai realizzate prima, mixata con una regia che non sbaglia un secondo di montaggio e che non appesantisce la trama con momenti inutili o forzati per, appunto, mascherare le vere intenzioni del film: divertire e farlo dal primo all’ultimo minuto. Come riassunto perfettamente in una tagline pubblicitaria del film:

One minute of romance, hundred minutes of carnage.

Ed è tutto lì il segreto belli. Il protagonista, Iko Uwais è il protagonista perfetto, riuscendo a donare a Rama quel minimo di umanità tanto da non renderlo una macchietta inutile, mentre quella che essere la sua nemesi naturale, ovvero il personaggio di Mad Dog interpretato da Yayan Ruhian, ci permette di assistere a uno degli scontri finali più intensi degli ultimi tempi.

Questo è The Raid: Redemption. Ovvio che all’annuncio di un suo seguito tutti i cuori degli amanti dell’action abbiano sobbalzato, divisi tra gioia e timore. Gioia per il ritorno di Rama, timore per gli ovvi rischi di ogni numero due. Ma Gareth Evans, nuovamente al timone della baracca, riesce nell’impresa. Lega il secondo film al primo, facendo iniziare la vicenda immediatamente dopo e creando così una mitologia coesa e chiusa e dando vita a quello che mai non ci saremmo aspettati; una saga; al contempo corre il rischio più grosso di sempre, dando a The Raid quello che sembrava non dovesse avere mai: una trama. Ebbene sì, laddove il primo film era compatto e veloce, il secondo dilata i tempi. Il film dura due ore e mezza e sebbene a me possa essere sembrato che qualche minuto in meno non avrebbe fatto male, si tratta comunque di due ore e mezza girate con i controcoglioni, in cui tutto funziona alla grande. Grosso modo, in questo secondo capitolo siamo dalle parti di un The Departed con meno doppiogiochisti, in cui Rama si infiltra in una delle maggiori bande di malavitosi per smantellarla dall’interno e sfuggire così alle minacce di morte conseguenti gli eventi del primo capitolo.

Iko-Uwais-in-The-Raid-2-Berendal-2014-Movie-Image

Già dopo pochi minuti abbiamo la battaglia nel cortile della prigione dove Rama sta scontando la sua pena, e già una scena simile sarebbe utilizzata come  battaglia finale in moltissimi film action occidentali. Qui no. Qui è la prima, giusto per riscaldarsi e già siamo dalle parti del capolavoro epico. Si proseguirà poi con altri combattimenti, la Sarabanda di Handel finalmente rubata agli intellettualoidi cinematografici in giacchetta stretta e occhiali dalla montatura spessa e concessa a noi suoi veri depositari, uno scontro su un set porno, una totale mancanza di armi da fuoco, due cattivi da antologia quali Hammer Girl e Baseball Bat Man e il ritorno di Yayan Ruhian in una parte simile a quella di Mad Dog grazie alla quale riesce nella duplice impresa di regalarci un nuovo scontro finale contro Rama semplicemente da mascella aperta e, contemporaneamente, a candidarsi per il Premio Sean Bean dell’anno per la perseveranza con cui muore sul grande schermo.

download

Ora si aspetta il terzo capitolo, consapevoli di come la follia gallese mescolata alla totale assenza di regole sindacali indonesiane possano portare gli stunt ad estremi mai visti.