Tulpa

Questo film di Federico Zampaglione è uno di quelli che, a mio avviso. vorresti tanto volergli bene ma in fondo in fondo qualsiasi cosa egli faccia per renderlo possibile in realtà alimenta in te un senso di disprezzo e fastidio. Ora, che il cinema di genere in generale, e quello horror in particolare, stiano vivendo da decenni un periodo di stagnazione se non di morte vera e propria, è un fatto risaputo e detto e ridetto così tante volte da essere ormai una verità dogmatica inconfutabile. Quindi il film di Zampaglione, già per il semplice fatto che voglia riportare quello che è stato, insieme al western, IL genere cinematografico italiano per eccellenza e per cui maggiormente siamo noti all’estero grazie a gente del calibro di Argento e Bava, si merita appoggio e fiducia.

Quando a inizio film vedi sbucare tra i nomi delle persone coinvolte quello di Dardano Sacchetti, ebbene quel nome lì, proprio quello, un groppo alla gola te lo fa prendere e bello duro, pure. La prima scena, in cui vieni immediatamente sbattuto di fronte ad un omicidio brutale eseguito da un assassino silenzioso con guanti di pelle nera, non fa altro che rafforzare la sensazione che il 1978 sia l’anno in cui stai vivendo e che i quarant’anni successivi te li sei solo sognati.

Zampaglione non cita il cinema giallo italiano. Zampaglione lo fa, esattamente come lo faceva all’epoca Dario Argento, prima che somatizasse #lamorte. Il problema è che insieme a quelli che erano gli indubitabili pregi (l’estetica della morte, con gli omicidi coreografati alla perfezione e spettacolari, un certo amore per la rappresentazione di personaggi bizzarri e per la creazione di atmosfere malate e malsane in cui il quotidiano era solo uno specchio deformante da cui filtrava un orrore sotterraneo) Zampaglione ripropone qui anche i difetti. Solo che nel 1978 potevi anche perdonarli, considerando mezzi e nomi a disposizione. In questo caso, invece, no.

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Siamo nel 2014 e vedere recitazioni del tipo offerte dalla Gerini e da Placido (un attore che può regalare ben altre performance), fa venire voglia di strappare il disco dal lettore e urlare penitenziagite in faccia al primo che passa. Lo sviluppo della trama, con indagini arzigogolate e un twist finale anche abbastanza telefonato, sono altri elementi che sminuiscono questo film, sottraendogli punti.

Poi, lo ripeto: in questo periodo se ne avessero di film come quello offerto da Zampaglione, già meritevole autore di un altro film horror, Shadow da cui mutua uno degli attori più interessanti ovvero Nuot Arquint. Però vedere un’occasione di rilancio trattata così, con questi limiti che potevano essere tranquillamente evitati, lascia un poco con l’amaro in bocca. Forse anche per questo il film è stato al centro di molte polemiche, specialmente nel mondo dell’Internet e di furibondi litigi (ad esempio tra lo stesso Zampaglione e Roberto Recchioni).

E comunque:

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