Goodbye Eli

Una di quelle notizie che non vorresti mai leggere. All’età di 98 anni ci lascia anche Eli Wallach, attore protagonista di quel film che probabilmente ha creato più legami padre-figlio di quanti non ne abbia mai creati nessun altro. Perchè diciamolo, se tuo padre nel 1966 aveva tra i venti e i trent’anni, sicuro come l’oro avrà visto Il buono, il brutto, il cattivo in qualche cinema e, altrettanto sicuro come l’oro, l’avrà fatto vedere a te appena possibile. Perchè questo ha fatto Leone, ha creato qualcosa di mitico e di mitologico, da passare di generazione in generazione come un fuoco sacro. Ed Eli Wallach ne faceva parte. Ma se noi lo conosciamo soprattutto per questo, lui ha fatto molto, molto di più. Oltre cinquant’anni di carriera tra teatro e cinema, dagli spaghetti western degli anni Settanta (praticamente imparò l’italiano) ad altri film importanti con registi di prim’ordine: The magnificent seven di John Sturgess, The Misfits di John Huston e poi ancora Skolimowski, Coppola, Kazan in una lista pressocchè infinita.

Ma per tutti avrà sempre un posto speciale nei nostri cuori come Tuco Benedicto Pacifico Juan Maria Ramirez.

 

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Teorema

Ironicamente parlando, Pasolini rappresenta la perfetta applicazione del motto mussoliniano “Molti nemici, molto onore”. Adesso fermi, #testedi’azzo, chè non sto facendo invettiva fascista (piuttosto mi troncherei il braccio destro). Il fatto è che quando un’artista della levatura di Pasolini riesce a realizzare un’opera che lo rende inviso sia alla destra che alla sinistra politiche italiane, allora significa fondamentalmente due cose: la prima è che Pasolini era decenni avanti nella comprensione della società italiana; la seconda, che non solo la miope politica italiana non aveva capito quello che Pasolini aveva visto, ma non aveva capito nemmeno Pasolini stesso.

L’opera con il quale il Nostro riesce a mettere d’accordo tutti nel farsi odiare è Teorema del 1968, sviluppato contemporaneamente sia sotto forma di film che di romanzo. La vicenda narrata è incredibile, per quanto estremamente semplice: una famiglia alto-borghese del milanese riceve un Ospite misterioso che in un arco di tempo non dichiarato ha rapporti sessuali con ogni membro della stessa (il padre-padrone industriale, la madre, il figlio e la figlia e la domestica). Così come arriva, richiamato da un telegramma riparte, lasciando la famiglia sconvolta nelle sue certezze borghesi. La madre, un tempo esempio di fedeltà, si concede a numerosi giovani, la figlia si rinchiude in uno stato autistico e viene ricoverata in manicomio, il figlio abbandona la casa per seguire le sue velleità artistiche, mentre per il padre e la domestica sono riservati i due sviluppi più incredibili: il primo cede la fabbrica di cui è proprietario ai propri dipendenti e poi spogliatosi di tutti i vestiti si perde nella Stazione Centrale di Milano e in un metaforico deserto; la seconda, ritornata nel proprio paese prima sceglie la via dell’ascesi che la condurrà a levitare, per poi scegliere di uccidersi facendosi seppellire nello scavo di un cantiere.

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Pasolini verrà accusato dalla Destra per la sessualità mostrata nel film (che in realtà non viene mai mostrata tout court ma sapientemente suggerita) e dalla Sinistra di essere un reazionario e un mistico. Quello che viene mostrato da Pasolini è in realtà la caduta dell’ideale borghese così come era concepito in quegli anni. L’Italia del Boom ancora non conosceva le brutture della Crisi e il ’68 era lì che stava solo iniziando il suo cammino di distruzione degli assiomi societari dell’epoca, ma Pasolini già aveva le idee chiare su quanto sarebbe successo. Qui, come poi farà con Salò, Pasolini mette in atto quella che è la degradazione della società. Gli ideali borghesi vengono distrutti dall’Ospite. Come dichiarò Pasolini stesso:

Il mio sconosciuto non è Gesù inserito in un contesto attuale, non è neppure Eros identificato con Gesù; è il messaggero del Dio impietoso, di Jehovah che attraverso un segno concreto, una presenza misteriosa, toglie i mortali dalla loro falsa sicurezza. È il Dio che distrugge la buona coscienza, acquisita a poco prezzo, al riparo della quale vivono o piuttosto vegetano i benpensanti, i borghesi, in una falsa idea di se stessi.

Nel film, la distruzione massima avviene per il padre-padrone, il quale nella scena finale si ritrova nudo in un deserto, le cui immagini sono apparse costantemente per tutta la durata del film (e che nel romanzo invece vengono rappresentati da capitoli dissertativi riguardanti il ruolo del Deserto nella vita degli Ebrei dell’Antico e del Nuovo Testamento). L’immagine potente di Massimo Girotti che, disperato, urla nell’immensità che lo circonda è una delle più poetiche e pervasive dell’opera pasoliniana (almeno a mio modo di vedere).

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Pasolini è stato, probabilmente, l’Artista fondamentale del Novecento italiano, un autore che ha indicato la strada da percorrere con anni, se non decenni d’anticipo. Un film come Teorema anticipa i modi di vedere e di raccontare tipici ad esempio di un Lynch mentre le scene nel deserto sono state, a mio modo di vedere, fonte di ispirazione ad esempio per il finale del Faust di Sokurov (vedete i due finali e non ditemi che non hanno, quantomeno, un lontano grado di parentela) e, perchè no, anche per il finale fulciano di E tu vivrai nel terrore… L’Aldilà! Linciatemi pure, se volete, per questi miei pensieri e accostamenti.

Twitter reietto

Buongiorno, cinefili reietti! Se osservate la simpatica colonna a destra, sopra al riquadro dei “like” facebookiani (avete messo il mi piace alla pagine Facebook del Cinefilo Reietto, vero? Contiene tante bellissime cose e in più abbiamo anche i biscotti) trovate anche la timeline nuova nuova, fresca fresca di Twitter. Ebbene sì, il Cinefilo Reietto ora va anche su Twitter. Quindi, mipiaciate e followate, twittate quello che vi viene in mente e buon divertimento.

Tulpa

Questo film di Federico Zampaglione è uno di quelli che, a mio avviso. vorresti tanto volergli bene ma in fondo in fondo qualsiasi cosa egli faccia per renderlo possibile in realtà alimenta in te un senso di disprezzo e fastidio. Ora, che il cinema di genere in generale, e quello horror in particolare, stiano vivendo da decenni un periodo di stagnazione se non di morte vera e propria, è un fatto risaputo e detto e ridetto così tante volte da essere ormai una verità dogmatica inconfutabile. Quindi il film di Zampaglione, già per il semplice fatto che voglia riportare quello che è stato, insieme al western, IL genere cinematografico italiano per eccellenza e per cui maggiormente siamo noti all’estero grazie a gente del calibro di Argento e Bava, si merita appoggio e fiducia.

Quando a inizio film vedi sbucare tra i nomi delle persone coinvolte quello di Dardano Sacchetti, ebbene quel nome lì, proprio quello, un groppo alla gola te lo fa prendere e bello duro, pure. La prima scena, in cui vieni immediatamente sbattuto di fronte ad un omicidio brutale eseguito da un assassino silenzioso con guanti di pelle nera, non fa altro che rafforzare la sensazione che il 1978 sia l’anno in cui stai vivendo e che i quarant’anni successivi te li sei solo sognati.

Zampaglione non cita il cinema giallo italiano. Zampaglione lo fa, esattamente come lo faceva all’epoca Dario Argento, prima che somatizasse #lamorte. Il problema è che insieme a quelli che erano gli indubitabili pregi (l’estetica della morte, con gli omicidi coreografati alla perfezione e spettacolari, un certo amore per la rappresentazione di personaggi bizzarri e per la creazione di atmosfere malate e malsane in cui il quotidiano era solo uno specchio deformante da cui filtrava un orrore sotterraneo) Zampaglione ripropone qui anche i difetti. Solo che nel 1978 potevi anche perdonarli, considerando mezzi e nomi a disposizione. In questo caso, invece, no.

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Siamo nel 2014 e vedere recitazioni del tipo offerte dalla Gerini e da Placido (un attore che può regalare ben altre performance), fa venire voglia di strappare il disco dal lettore e urlare penitenziagite in faccia al primo che passa. Lo sviluppo della trama, con indagini arzigogolate e un twist finale anche abbastanza telefonato, sono altri elementi che sminuiscono questo film, sottraendogli punti.

Poi, lo ripeto: in questo periodo se ne avessero di film come quello offerto da Zampaglione, già meritevole autore di un altro film horror, Shadow da cui mutua uno degli attori più interessanti ovvero Nuot Arquint. Però vedere un’occasione di rilancio trattata così, con questi limiti che potevano essere tranquillamente evitati, lascia un poco con l’amaro in bocca. Forse anche per questo il film è stato al centro di molte polemiche, specialmente nel mondo dell’Internet e di furibondi litigi (ad esempio tra lo stesso Zampaglione e Roberto Recchioni).

E comunque:

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Il teaser che ti sorprende

Ci sono cose che non ti aspetti e che ti colpiscono tra capo e collo, senza nemmeno prendersi il disturbo di avvisarti prima.

Come questa: Iñárritu (e vi sfido a scriverlo correttamente senza copincollarlo dalla pagina della Wikipedia, che quella ci sa tutto), ovvero mr. 21 grams, che dirige Keaton (ovvero l’unico Batman decente dell’era pre-Nolan) in un film tratto da un’opera di Carver. Il teaser trailer è già da salivazione pavloviana.

 

Incipit che ti prendono alla gola: Blood Meridian

Ovvero, come inventarsi una rubrica che ti permette di scrivere articoli senza fatica semplicemente rubando presentando i migliori incipit di alcuni romanzi-capolavoro da questa e quella parte dell’Oceano. Perchè con “Chiamatemi Ismaele” è nata la letteratura moderna mondiale e bisogna difenderla, prima che gente come Federico Moccia e Stephenie Meyer la uccida.

Siamo nel 1985 e 365 giorni dopo l’anno mirabilis cinematografico che ci ha regalato perle come AliensTerminator, anche la letteratura ci fornisce uno dei capolavori del secolo. A firmarlo ci pensa Cormac McCarthy il quale prende il genere più americano che ci sia, il western, e lo declina in una versione apocalittica degna di quello che Melville fece con il suo Moby Dick. Un romanzo violento e disperato non per stomaci deboli e scritto con uno stile secco e ricercato al tempo stesso, marchio di fabbrica di uno dei maggiori scrittori viventi. Ecco a voi, per la vostra gioia, l’inizio della storia di The Kid:

See the child. He is pale and thin, he wears a thin and ragged linen shirt. He stokes the scullery fire. Outside lie dark turned fields with rags of snow and darker woods beyond that harbor yet a few last wolves. His folk are known for hewers of wood and drawers of water but in truth his father has been a schoolmaster. He lies in drink, he quotes from poets whose names are now lost. The boy crouches by the fire and watches him.
Night of your birth. Thirty-three. The Leonids they were called. God how the stars did fall. I looked for blackness, holes in the heavens. The Dipper stove.
The mother dead these fourteen years did incubate in her own bosom the creature who would carry her off. The father never speaks her name, the child does not know it. He has a sister in this world that he will not see again. He watches, pale and unwashed. He can neither read nor write and in him broods already a taste for mindless violence. All history present in that visage, the child the father of the man.
At fourteen he runs away. He will not see again the freezing kitchenhouse in the predawn dark. The firewood, the washpots. He wanders west as far as Memphis, a solitary migrant upon that flat and pastoral landscape. Blacks in the fields, lank and stooped, their fingers spiderlike among the bolls of cotton. A shadowed agony in the garden. Against the sun’s declining figures moving in the slower dusk across a paper skyline. A lone dark husbandman pursuing mule and harrow down the rainblown bottomland toward night.
A year later he is in Saint Louis. He is taken on for New Orleans aboard a flatboat. Forty-two days on the river. At night the steamboats hoot and trudge past through the black waters all alight like cities adrift. They break up the float and sell the lumber and he walks in the streets and hears tongues he has not heard before. He lives in a room above a courtyard behind a tavern and he comes down at night like some fairybook beast to fight with the sailors. He is not big but he has big wrists, big hands. His shoulders are set close. The child’s face is curiously untouched behind the scars, the eyes oddly innocent. They fight with fists, with feet, with bottles or knives. All races, all breeds. Men whose speech sounds like the grunting of apes. Men from lands so far and queer that standing over them where they lie bleeding in the mud he feels mankind itself vindicated.
On a certain night a Maltese boatswain shoots him in the back with a small pistol. Swinging to deal with the man he is shot again just below the heart. The man flees and he leans against the bar with the blood running out of his shirt. The others look away. After a while he sits in the floor.
He lies in a cot in the room upstairs for two weeks while the tavernkeeper’s wife attends him. She brings his meals, she carries out his slops. A hardlooking woman with a wiry body like a man’s. By the time he is mended he has no money to pay her and he leaves in the night and sleeps on the riverbank until he can find a boat that will take him on. The boat is going to Texas.
Only now is the child finally divested of all that he has been. His origins are become remote as is his destiny and not again in all the world’s turning will there be terrains so wild and barbarous to try whether the stuff of creation may be shaped to man’s will or whether his own heart is not another kind of clay. The passengers are a diffident lot. They cage their eyes and no man asks another what it is that brings him here. He sleeps on the deck, a pilgrim among others. He watches the dim shore rise and fall. Gray seabirds gawking. Flights of pelicans coastwise above the gray swells.
They disembark aboard a lighter, settlers with their chattels, all studying the low coastline, the thin bight of sand and scrub pine swimming in the haze.
He walks through the narrow streets of the port. The air smells of salt and newsawn lumber. At night whores call to him from the dark like souls in want. A week and he is on the move again, a few dollars in his purse that he’s earned, walking the sand roads of the southern night alone, his hands balled in the cotton pockets of his cheap coat. Earthen causeways across the marshland. Egrets in their rookeries white as candles among the moss. The wind has a raw edge to it and leaves lope by the roadside and skelter on in the night fields. He moves north through small settlements and farms, working for day wages and found. He sees a parricide hanged in a crossroads hamlet and the man’s friends run forward and pull his legs and he hangs dead from his rope while urine darkens his trousers.
He works in a sawmill, he works in a diptheria pesthouse. He takes as pay from a farmer an aged mule and aback this animal in the spring of the year eighteen and forty-nine he rides up through the latterday republic of Fredonia into the town of Nacogdoches.

 

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London Comic Con 2014

Con praticamente una settimana netta di ritardo sull’evento (ma non sarei reietto se fossi sempre in tempo, ma solo cinefilo), qualche considerazione sulla London Comic Con che si è appena svolta. Non che ci sia molto da dire, in realtà. Di comics veri e propri ce ne sono davvero pochi, più che altro stand di merchandising vari e tanti, tantissimi cosplayer. Che io non l’ho mai capito veramente, il cosplay. Puoi essere un lettore di comics anche senza doverti vestire come un personaggio dei fumetti, no? Anche se poi, ad esempio, ti ritrovi gente così:

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In questo caso, non puoi fare altro che applaudire e pensare che in fondo anche tu puoi presentarti in tenuta steampunk alla prossima edizione di Luglio. Poi incontri un Khal Drogo di ventiquattro chili e capisci che no, il cosplay non è per tutti. Proprio no.

Tra gli ospiti famosi presenti, lo scrittore steampunk Robert Rankin, Scott Adkins e direttamente da Game of Thrones James Cosmo, aka Jeor Mormont. Tra gli ospiti più WTF della storia, Lenny Lies, ovvero Machete Zombie. Per chi non lo sapesse, nel capolavoro di George A. Romero Dawn of the dead, uno zombie si becca un colpo di machete in piena faccia. Così:

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La scena dura giusto il tempo di mostrare il machete che colpisce e nulla più, ma è una delle più iconiche e riconoscibili del film romeriano e a quanto pare il buon Lenny Lies ci si diverte un sacco perchè a quasi trent’anni di distanza è ancora in giro a firmare autografi e dispensare merchandising vario: poster, stampe, pupazzetti, figurine action, magliette, tutto quel che si può spremere, in perfetto stile Kiss. Rispetto per questo eroe del mondo horror.