Vedo la gente morta

Stephen King è sempre stato un oggetto strano nel panorama dell’editoria mondiale. Ancorato e bollato ad un genere, quello horror, ritenuto per antonomasia un genere minore a cui sono relegati scrittori di scarsa capacità, in realtà ha sempre dimostrato come questa idea sia completamente folle ed errata. Tutto questo senza contare che il genere horror, o macabro, o gotico, o soprannaturale o chiamatelo come volete, ha sempre trovato casa nel mondo della letteratura “seria”: cosa è la Divina Commedia se non un horror del 1300? O il Faust, sia nella versione di Marlowe che in quella di Goethe? O ancora, i grandi nomi del fantastico di fine Ottocento: Poe e Lovecraft che hanno influenzato e indirizzato mezza letteratura del secolo successivo, nonchè quello che ritengo essere uno dei mattoni su cui si è costruito il concetto di Romanzo Moderno, ovvero il Moby Dick di Melville, a tutti gli effetti un romanzo d’orrore (lo stesso autore lo definirà “il libro malvagio”). Che la definizione di scrittore horror gli sia rimasta stretta, al buon Stephen, è diventato via via sempre più evidente, soprattutto negli ultimi anni. Pensando infatti a una delle sue ultime opere, Joyland, per esempio, rimane lampante come l’elemento soprannaturale (il classico fantasma di una ragazza uccisa che infesta il luna park teatro della sua morte) sia stato appiccicato giusto perchè doveva essere un libro “horror” di Stephen King. In realtà nel romanzo le parti più importanti riguardano quei temi che hanno sempre interessato l’opera dello scrittore di Bangor: il passaggio tra gioventù ed età adulta, il vero orrore del tempo che scorre e corrode affetti e ricordi, la fine del’amicizia, le bellezze e le brutture dell’amore. L’impressione che si ricava dalla lettura di Joyland è quella descritta in modo divertente in uno sketch di Family Guy. Sempre in uno degli ultimi lavori del Re, 22/11/63, viene poi affrontato il romanzo storico in salsa Ellroy, in cui lo scrittore affronta uno degli eventi cardine della storia americana, se non Occidentale: l’omicidio di Kennedy. Mentre scrittori come appunto Ellroy (e molti altri) affrontano l’evento incistandolo in complotti più o meno complessi, King mostra un approccio e una convizione personale assolutamente sorprendente: unico americano al mondo, probabilmente, a credere che l’omicidio di Kennedy sia avvenuto solo per mano di Oswald, basa il romanzo sul tentativo di un uomo venuto dal futuro di fermare l’assassino solitario in barba a quanto dimostrato dal filmato di Zapruder. Ed è questa convizione assolutamente contraria al sentire comune, che fornisce lo spunto di questo articolo per parlare di un’altra idea del Re che lascia basiti molti dei suoi estimatori (il caso Kennedy lasciamolo ai Cospirazionisti, ai Mesmeristi, agli Illuminati e ad Adam Kadmon, per ora). Stiamo parlando, ovviamente, del caso Shining. Stephen King, come è noto, non ha mai amato il film che Stanley Kubrick ha tratto dal suo romanzo del 1977. Esatto: uno dei registi più geniali del XX secolo, forse il più geniale, prende un tuo libro (e a quell’epoca sei ancora uno scrittore novello) e decide di realizzarne una trasposizione. Se anche dovesse decidere di affidare la parte di Jack Torrance a Grocuho Marx dovresti esserne esaltato e invece che fai? A opera finita definisci il film come: “Una bella macchina senza motore.” Già, E non stiamo parlando di un film in cui Grocuho Marx interpreta Jack Torrance, ma di uno dei più inquietanti film prodotti, interpretato da un Jack Nicholson che farà la storia della recitazione, diventando a dir poco leggendario.

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Quando nel 2013 King pubblica il sequel di Shining, ovvero Doctor Sleep, nella nota finale al libro cita en passant anche il film di Kubrick e per farlo usa queste parole:

Poi naturalmente c’era la faccenda del film di Stanley Kubrick, che per motivi a me ignoti molti ricordano come assolutamente terrorizzante.

Esatto, a 33 anni di distanza l’opinione di King su Kubrick non è cambiata di una virgola. Il suo disappunto nei confronti della trasposizione kubrickiana è tale che nel 1997 King appoggerà un nuovo adattamento in forma di miniserie e affidato all’ottimo mestierante (ma niente più) Mick Garris. Seppure il risultato finale non sia da disprezzare completamente (considerando che il 1997 non era ancora il periodo d’oro delle serie tv e che queste erano ancora principalmente prodotti di seconda fascia, solitamente luogo di rifugio per attori in declino e in necessità di pagare le bollette  e mettere il pane in tavola), il confronto con l’opera originale del 1980 è impietoso. Nonostante, o forse proprio per questo, una maggiore aderenza al canone kinghiano iniziale. Forse sta tutto qui, il problema. King stesso si è sempre definito come il Big Mac e patatine della letteratura. Se da un lato la sua qualità di scrittura sia sempre stata una spanna o due al di sopra di molti altri colleghi più blasonati o celebrati (ammazzatemi pure, ma nella capacità di creazione dei dialoghi siamo ai livelli di un Hemingway secondo me), a livello di creazione di trame e di sottigliezze narrative si mostrano molti più problemi. King è eccezionale nel creare il contorno, nel gestire le psicologie dei personaggi, nella creazione di scenari reali e nel descrivere quello che succede con una passione e una bellezza stilistica senza pari. Ma è proprio quello che succede nei suoi romanzi che spesso è semplicistico e molto buttato lì (forse sempre per il problema che un romanzo di King debba essere obbligatoriamente horror anche quando l’autore non vorrebbe che lo fosse). Quando Kubrick prende Shining, quindi lo raffina, spostando grossa  parte dell’orrore dalla dimensione fisica del romanzo kinghiano ad un livello più psicologico e, quindi, inquietante. Via quindi le siepi che si animano, l’estintore serpente e la caldaia che esplode uccidendo Jack Torrance nel più cormaniano dei finali e dentro invece la sua morte per assideramento e la foto finale che ritrae Jack ad una festa dell’Overlook Hotel nel 1929 e su cui ancora mezzo mondo si interroga. Il risultato è più profondo ed entra maggiormente nell’animo di chi guarda ma, ovviamente, anche più traditore dello spirito del romanzo del Re, che invece voleva essere maggiormente d’intrattenimento. Da qui, il rifiuto. Ma lasciatelo dire, Stephen. Ad avercene di Kubrick che adattano così le tue opere. O preferisci forse i vari CujoCose Preziose, The Stand e IT che sono venuti successivamente? Ripensando a Lee Oswald, magari sì. Giusto per concludere, in una cosa la miniserie era infinitamente migliore rispetto alla versione di Kubrick: Wendy Torrance, interpretata da Rebecca De Mornay.

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4 pensieri su “Vedo la gente morta

  1. Post DIVINO.
    Quando parli delle abilità letterarie di King mi si è aperto il cielo: erano anni che cercavo qualcuno che la pensasse come te e ora finalmente lo trovo!!!!
    Il King SCRITTORE è francamente uno delle migliori penne degli ultimi 50 anni e chi sostiene il contrario o è stupido è in malafede. Che poi il King NARRATORE abbia prestato il suo talento a romanzi horror o comunque non lontanissimi da quell’universo intellettualoide tanto caro ai vincitori di premi Nobel e frequentatori assidui di salotti-bene è un altro paio di maniche.
    Non è casuale infatti che 3 dei suoi racconti più belli in assoluto siano tutto fuorchè horrorifici e centrino in pieno gli obiettivi della poetica kingiana da te enunciati:
    – The Shawshank Redemption (da cui è tratto il film capolavoro “Le ali della libertà”)
    – Ricordo di un estate (da cui è tratto un altro film molto bello, “Stand By Me”)
    – Cuori in Atlantide, racconto che dà il titolo all’omonima raccolta.

    E poi, sarà pure un po’ horror e un po’ fantascientifico è un po’ pataccone, ma se leggete The Stand e poi pensate ancora che King non sia un maestro, allora meritate di essere rinchiusi in un TSO 😀

    1. Che poi non ho mai capito questa avversione per i romanzi horror o di fantascienza. “Bello, ma è un horror” oppure “Bello, ma è di fantascienza”. Se è bello è bello. Tanto più che a trattarli bene horror e fantascienza possono raccontare molto meglio rispetto ad altre forme quelle che sono le brutture e le derive del mondo in cui viviamo. King in questo è spettacolare, che poi ogni tanto si faccia prendere la mano e scelga soluzioni un po’ facili ci può stare. Ma è e rimane un grande.

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