Conoscete Carcosa?

Ovvero: di come anche il vostro cinefilo reietto abbia imparato a non temere, ed anzi ad amare, True Detective. Perchè il problema è sempre quello che affligge un po’ tutti noi: quando un prodotto inizia ad essere additato come “di culto”, “eccezionale”, “memorabile”, allora siamo combattuti tra il guardare la gente dall’alto in basso con l’aria “di chi ne ha già viste di tutti i colori” e quindi non può farsi sorprendere da nulla; oppure si può cedere, sempre mantenendo quell’inconscia punta di snobismo che ci permette di tirare avanti in mezzo alla folla. Ma prima, sigla:

Giusto se ve lo state chiedendo, no la sigla non c’entra niente con True Detective ma era tanto per mantenere quell’atteggiamento snob e un poco hypster cui accennavo poco fa (e sempre per essere chiari, Barry Lindon puoi puppare la fava perchè d’ora in poi Handel appartiene a The Raid). Comunque, si diceva dell’eterno dubbio del cinefilo e di come esso debba o meno cedere alla tentazione di seguire il flusso delle masse. Ecco, diciamolo subito: nel caso di True Detective ne vale assolutamente la pena.

Raramente si è visto su piccolo schermo (ma anche su quello grande, via), una serie con una simile perfezione nello sviluppo di trama e personaggi e nel contempo una compattezza che ne esalta i pregi senza dar troppo sfogo agli eventuali difetti. Otto puntate sono il numero esatto che serve per sviluppare tutte le trame, creare una mitologia coerente, impostare tutte le sottotrame e poi chiuderle in modo dignitoso, senza che la serie muoia per l’eccessivo desiderio di cibarsi di sè stessa (malattia questa nota come Sindrome di Twin Peaks o del perchè ti servono altre quattordici puntate se l’assassino di Laura Palmer l’hai svelato alla sedicesima).

Leggendo qua e là per il web, mille paragoni sono stati fatti riguardo a True Detective. Lo si è accostato a Twin Peaks, proprio, a Lost, si è tirato in ballo David Foster Wallace (ancora? che sia un’ossessione del vostro cinefilo reietto e di questi tempi strani?) più le mille altre allusioni a Carcosa e Ambrose Bierce e a Robert Machen e al suo The King in Yellow. Ma veniamo ad analizzare in modo più schematico ed organizzato il perchè True Detective sia una serie come poche ne sono state fatte.

Ambientazione

Che ve lo dico a fare? Si tratta della Louisiana, luogo magico ed evocativo degli Stati Uniti per eccellenza. Per l’intera durata della serie avvertiamo un senso di claustrofobia, le immagini non si aprono mai realmente ad ampi squarci e quando questo succede, solitamente per mostrare delle riprese dall’alto della macchina dei due detective diretti verso una qualche meta d’investigazione, comunque se ne traggono sensazioni di solitudine e isolamento, con la macchina che corre in mezzo a campi ampi e desolati e con sullo sfondo delle ciminiere fumanti e minacciose. Trattandosi poi della Louisiana non manca quel miscuglio di bigottismo religioso e musica blues pagana, retaggio di riti ancestrali e inquietanti.

Le indagini

Benchè True Detective abbia uno sfondo da vicenda horror/thriller (si parla di sacrifici umani e di una setta di ricchi uomini devoti a Satana), la resa delle indagini compiuta dai due agenti è comunque estremamente realistica nella maggior parte del loro svolgimento. Infatti per lungo tempo non facciamo che assistere che a lunghe chiacchierate, viaggi in macchina, interrogatori che non portano da nessuna parte e un continuo affastellamento di indizi e false piste che rischiano di portare all’abbandono dell’indagine stessa. Quando poi la serie decide di prendere un aspetto più da intrattenimento e meno visceralemente documentaristico, ci regala comunque soluzioni di regia da urlo, quali ad esempio il famigerato piano sequenza di sei minuti alla conclusione della quarta puntata:

La scena viene gestita benissimo, con una costante crescita della tensione e uno sviluppo estremamente realistico, una felice commistione tra il Cuarón di Children of the men (da cui ad esempio può essere tratto il ronzio post-sparo) e la compattezza delle scene di battaglia del Ridley Scott di Black Hawk Down. Interessante poi da notare come la soluzione delle indagini e la scoperta del vero assassino avvenga grazie alla rivalutazione di un singolo dettaglio, esattamente come predetto da Cohle nella prima puntata, ma che non sia il geniale Cohle a notarlo ma il di solito più ottuso Marty.

Gli attori protagonisti

In semplice stato di grazia. Matthew McConaughey e Woody Harrelson forniscono per otto episodi una recitazione degna di un film d’altissimo livello. McConaughey in particolare è in forma da Oscar e il suo fisico reca ancora le tracce del precedente Dallas Buyers Club. I due detective che vengono dipinti sono sì basati sugli stereotipi di ogni film noir che si rispetti e sì, hanno anche alcune delle caratteristiche tipiche dei buddy cop movie, ma al contempo ci vengono regalate anche delle scene di vita reale che ce li rendono umani, a tutto tondo. Cohle è un genio ai limiti dell’autismo, sulla falsariga di Gregory House per intenderci, ma è anche un uomo tormentato da un passato familiare tragico e devastato da un lavoro sotto copertura nella narcotici che ne ha minato profondamente la psiche. Dall’altro lato, Martin Hart è un poliziotto che vorrebbe essere un buon padre di famiglia, ma che a causa di quanto vede al lavoro deve trovare valvole di sfogo quali donne e birra. I due formano una coppia male assortita che però, in qualche modo, riesce a lavorare assieme e a portare a compimento l’indagine.

La mitologia

Veniamo adesso alla tanto famigerata mitologia che coinvolge True Detective e che tanto ha esaltato gli spettatori e che tanti fiumi di inchiostro ha fatto scorrere. Ovviamente i riferimenti più immediati sono alle già citate opere di Ambrose Bierce e Richard Machen, il primo con i continui riferimenti all’immaginaria città di Carcosa, il secondo con la citazione del libro The King in Yellow. Sebbene True Detective sia una serie fortemente ancorata alla realtà e in cui uno dei due protagonisti è un ateo dichiarato che rifugge da ogni forma di misticismo, religione o superstizione, in sottofondo resta sempre una traccia di soprannaturale solitamente pronta a deflagrare con dei riferimenti oscuri fatti da alcuni personaggi. Un esempio può essere questo:

Ma anche questo:

La bellezza del gioco sta però appunto in come tutto rimanga sempre sotto traccia. Mentre la già citatas Twin Peaks faceva esplodere il soprannaturale rendendolo esplicito, per quanto criptico, qui è tutto in potenza. Non avviene nulla di realmente soprannaturale, nulla di magico o scollegato dalla realtà. I morti sono morti, gli assassini sono esseri umani. Non ci sono demoni o esseri soprannaturali. Ma i discorsi delle persone coinvolte ci fanno intendere come potrebbero esserci e questo è, francamente, mille e mille volte meglio. Per inciso, Carcosa è una città immaginaria che nel racconto di Bierce viene descritta e vista solo in lontananza da uno dei suoi vecchi abitanti. La città è andata distrutta e lo stesso abitante si ritroverà di fronte alla propria tomba. Egli quindi è come intrappolato fuori dal tempo e questo sembra voler essere rispecchiato nella struttura della serie, in cui storie vengono raccontate dentro altre storie su piani temporali sfalsati, come appunto a ricreare uno scollamento temporale. Il Re in Giallo, invece, o The King in Yellow, è una inesistente opera teatrale citata da Machen nell’omonima raccolta di racconti da lui composta. Tale opera sarebbe talmente potente da rendere pazzo chiunque la legga. Da qualche parte nell’Internet, infine, ho letto di associazioni tra True Detective e l’opera di David Foster Wallace. Se da un lato i deliranti e apprezzabilissimi monologhi di Cohle possano ricordare i personaggi di Wallace, manca l’ironia che permea l’opera dello scrittore americano. Anche il voler accomunare il video inguardabile ritrovato da Cohle e il video killer di Infinite Jest mi sembra francamente eccessivo.

Il finale

Solitamente più una serie è buona, più il finale rischia di deludere. In questo caso per fortuna abbiamo solo otto puntate, quindi la trama è ancora sufficientemente compatta e non troppo tirata per le lunghe, consentendo una conclusione naturale e senza troppi MACCOSA in agguato. Come detto l’assassino viene scoperto grazie ad un piccolo particolare che già si conosceva dalla prima puntata. Il regolamento di conti finale, sempre girato alla perfezione, rispecchia comunque una struttura estremamente convenzionale nell’ambito del genere thriller con il classico salvataggio all’ultimo minuto. Non si tratta però di uno scontro banale e, in fondo, non rovina quanto si è visto nelle puntate precedenti. Anche il discorso finale in ospedale tra Cohle e Martin, seppure creda che sia un parziale tradimento dello spirito originale di Cohle personaggio, è uno dei più originali e ispirati che si siano sentiti da molto tempo ad oggi.

Ed usciron a riveder le stelle
Ed usciron a riveder le stelle

Se insomma tutti i fenomeni di costume fossero come True Detective non ci vedrei nulla di male nell’esistenza dei fenomeni di costume. Lunga vita al Re in Giallo!

PS: Trattandosi di una serie della HBO, un altro motivo valido per vedere True Detective sono tette e culi.

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