Only lovers left alive

Jim Jarmusch è un altro di quegli elementi cinematografici atipici, con una loro particolarissima visione di come dovrebbe essere il cinema. Gente insomma che quando realizza un western, non realizza semplicemente un western (Dead Man), e che se gira un mafia-movie non fa una storpiatura de Il Padrino ma ci inserisce un samurai afroamericano e un venditore di gelati madrelingua francese (Ghost Dog). Dall’aver piazzato insieme Roberto Benigni e Tom Waits assieme in tempi sospetti, insomma, fino ai due casi citati poco sopra, il nostro è sempre stato esempio di originalità e di una visione estremamente personale e perseguita giorno dopo giorno, opera dopo opera.

Ecco quindi come anche Only lovers left alive non faccia eccezione in quella cinematografia che lo ha sempre caratterizzato, trasformando un film di vampiri in un film che parla di altro attraverso l’uso dei vampiri. Ma di cosa parla esattamente? Di solitudine, di senso di incapacità, di abbandono e degrado, di musica, letteratura, arte, della morte e della rinascita delle città.

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Il film viene ambientato tra una Detroit spettrale, abbandonata, cimitero morente dell’economia americana (e soprattutto della sua industria automobilistica), dove vive Adam, vampiro musicista auto-reclusosi ed isolatosi da un mondo che non vuole affrontare e che schifa; e Tangeri, città che dai tempi di William Burroughs viene ammantata di mito e vive della fama di rifugio per anime perdute e romantiche, dove invece vive Eve, la compagna di Adam.

Nel corso dello sviluppo del film, dove in fondo nulla accade tranne la monotona esistenza dei due immortali turbata solo dall’arrivo della sorella di Eve, assistiamo allo spettacolo di questi due esseri innamorati che hanno condiviso insieme un’eternità (già la scelta dei nomi non è casuale) e che un’ulteriore eternità hanno di fronte. Tramite i loro incontri scopriamo di come abbiano influenzato la storia artistica del mondo e incontriamo anche Christopher Marlowe, autore del Faust e, scopriamo, vero autore delle opere di Shakespeare.

Tutto il film è una citazione di film e musiche. Quando Eve abbandona Tangeri per raggiungere ad Adam, in una delle scene più toccanti e più umane del film, la vediamo preparare i bagagli riempiendoli con i libri della sua collezione. Assistiamo al suo accarezzarli e selezionarli, sfogliarli e metterli in valigia come tanti figli da selezionare e tra questi possiamo riconoscere il Don Chisciotte e l’Infinite Jest di Wallace (per il quale il vostro cinefilo nutre un’adorazione ossessivo-compulsiva).

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Inutile dire come il ritmo del film sia lento, accomunabile al ritmo di un blues degli anni Venti, ipnotico e malato, dove la luce del sole non è mai presente e dove le uniche scene ambientate all’aperto non servono comunque ad aprire lo sguardo sul mondo: i viaggi in macchina di Adam avvengono tra strade circondate da capannoni industriali abbandonati e illuminati da lampade al sodio giallognole, mentre le scene ambientate a Tangeri avvengono tra vicoli stretti e scalinate dove il cielo non è mai visibile.

Per chi, come me, respira libri e musica dal primo minuto all’ultimo della giornata, questo film sarà un piacere. Per tutti gli altri, potrebbe rappresentare una grossa noia.

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