Di Paolo Sorrentino e degli italiani tutti

Mi rendo conto di come un filo rosso colleghi la notte degli Oscar agli ultimi post che ho pubblicato nel blog. Partendo dal conto alla rovescia per la possibile vittoria di Paolo Sorrentino, passando per i guai che hanno perseguitato 12 years a slave nel nostro Paese, fino all’ultimo nostalgico post di un Robert De Niro che non sarà mai più come nel film di Scorsese ma che è quello strano essere visto proprio alla premiazione degli Oscar. Ora il filo rosso si estende, perchè torniamo a parlare di Sorrentino e, soprattutto di quanto successo a seguito della sua premiazione.

Che il regista non sia un personaggio semplice da gestire è alquanto risaputo e io stesso ho scherzato un po’ sul suo ego smisurato. Il fatto è che il ragazzo è bravo ed è perfettamente conscio di esserlo e da questo può derivare un qual suo certo atteggiamento di superiorità rispetto ad altri colleghi o ai membri della carta stampata. Bisogna però ricordarsi che si tratta dell’uomo che ci ha donato in tempi recenti un’apertura come questa:

Cioè, hai vinto e a mani basse per giunta. In pratica è l’apertura di un romanzo di Ellroy, ma ambientato in Italia e trasposto al cinema come, se non meglio, di come avrebbero fatto gli ammericani. Americani che non sono stupidi. Magari ultimamente non se la sentono troppo di rischiare con progetti particolarmente originali. La crisi c’è ed è presente anche nel mondo fatato di Hollywood, così quando si tratta di cacciare la grana più o meno giustamente i produttori preferiscono puntare su prodotti sicuri ed ecco quindi il fiorire di remake, sequel e reboot degli ultimi anni. Però gli americani sanno ancora riconoscere, e premiare, il talento ed ecco quindi che il buon Paolo si fa un viaggio in America, e realizza un film con Sean Penn. E che film. Sorrentino e Penn sono un’accoppiata fantastica e, ancora, ci vengono regalate scene magnifiche.

Immagine

Ma Sorrentino non è solo Il Divo o This must be the place. Abbiamo anche L’amico di famiglia (immagine che verrà poi tristemente copiata da Mr. B) o Le conseguenze dell’amore. Il primo è un noir con tutti i crismi con una gestione del ritmo e delle scene insertate, nonchè un certo gusto nella descrizione dei personaggi, che in certi casi non può non far pensare a David Lynch. Il secondo è un mafia-movie atipico nella sua gestione, una specie di Leon ambientato in Svizzera in cui ancora una volta Sorrentino ci regala scene di un preziosismo tecnico inarrivabile per molti addetti ai lavori italici.

Tutto questo cosa c’entra con la notte degli Oscar? C’entra, eccome se c’entra, perchè dopo la vittoria del regista del premio per il miglior film straniero, il suo La grande bellezza è stato trasmessa in chiaro alla televisione italiana e in quella serata Facebook è stato invaso di commenti sul film apparentemente da parte di tutti gli utenti italiani possessori di un televisore e di un account sul famoso social network. Qui sono iniziati i dolori, perchè grosso modo è stato tutto un commento negativo il cui tono generale era fondamentalmente: “Una palla, come possono aver premiato questo film?” Ora, a prescindere che anche gli altri film candidati non è che fossero dei campioni di azione (no, non c’era il quinto episodio di Die Hard per intenderci), comunque aspettarsi qualcosa di diverso denota quantomeno una certa impreparazione nei confronti del regista. Poi il film può benissimo non piacere, per carità. Vincere un Oscar non è automaticamente indice di alta qualità e in ogni caso anche li film migliore del mondo, quello che si porta a casa tonnellate di premi da ogni Festival conosciuto, può comunque non piacere (e spesso succede). Non siamo tutti uguali, non abbiamo gli stessi gusti e questa è una grande fortuna. Però il racchiudere il tutto al semplice fatto: “Si tratta di un film lento, quindi fa schifo“, è di un banale pazzesco.

A questo punto, come dice una foto circolante per la Rete da qualche giorno, ve la meritate Barbara D’Urso mentre qui in UK da mesi è disponibile il blu-ray de La grande bellezza e si trova in commercio l’edizione tradotta del suo romanzo Hanno tutti ragione. Fatevi due conti.

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