Le gioie dell’essere un cinefilo reietto

La vita di un cinefilo reietto è un po’ così: piena di felici sorprese. Ad esempio sei a Nottingham e visiti il suo famoso castello, dove scopri che all’interno è presente una galleria d’arte in cui in questi giorni viene allestita questa mostra. Tra le tante cose che ti colpiscono ci sono poi una foto e un documentario in cui il pittoresco protagonista della foto stessa si racconta.

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Ma chi è costui? Si tratta di Adrian Street, wrestler di professione che per anni ha girato i ring di mezzo mondo con il simpatico appellativo di Exotic Adrian Street. Ed ecco che arriva la gioia per il cinefilo reietto che è in me, in quanto poi una breve ricerca permette di scoprire come Street abbia partecipato a svariati film, tra cui il leggendario I racconti di Canterbury di Pier Paolo Pasolini.

Quanto è bello il mondo?

Di Paolo Sorrentino e degli italiani tutti

Mi rendo conto di come un filo rosso colleghi la notte degli Oscar agli ultimi post che ho pubblicato nel blog. Partendo dal conto alla rovescia per la possibile vittoria di Paolo Sorrentino, passando per i guai che hanno perseguitato 12 years a slave nel nostro Paese, fino all’ultimo nostalgico post di un Robert De Niro che non sarà mai più come nel film di Scorsese ma che è quello strano essere visto proprio alla premiazione degli Oscar. Ora il filo rosso si estende, perchè torniamo a parlare di Sorrentino e, soprattutto di quanto successo a seguito della sua premiazione.

Che il regista non sia un personaggio semplice da gestire è alquanto risaputo e io stesso ho scherzato un po’ sul suo ego smisurato. Il fatto è che il ragazzo è bravo ed è perfettamente conscio di esserlo e da questo può derivare un qual suo certo atteggiamento di superiorità rispetto ad altri colleghi o ai membri della carta stampata. Bisogna però ricordarsi che si tratta dell’uomo che ci ha donato in tempi recenti un’apertura come questa:

Cioè, hai vinto e a mani basse per giunta. In pratica è l’apertura di un romanzo di Ellroy, ma ambientato in Italia e trasposto al cinema come, se non meglio, di come avrebbero fatto gli ammericani. Americani che non sono stupidi. Magari ultimamente non se la sentono troppo di rischiare con progetti particolarmente originali. La crisi c’è ed è presente anche nel mondo fatato di Hollywood, così quando si tratta di cacciare la grana più o meno giustamente i produttori preferiscono puntare su prodotti sicuri ed ecco quindi il fiorire di remake, sequel e reboot degli ultimi anni. Però gli americani sanno ancora riconoscere, e premiare, il talento ed ecco quindi che il buon Paolo si fa un viaggio in America, e realizza un film con Sean Penn. E che film. Sorrentino e Penn sono un’accoppiata fantastica e, ancora, ci vengono regalate scene magnifiche.

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Ma Sorrentino non è solo Il Divo o This must be the place. Abbiamo anche L’amico di famiglia (immagine che verrà poi tristemente copiata da Mr. B) o Le conseguenze dell’amore. Il primo è un noir con tutti i crismi con una gestione del ritmo e delle scene insertate, nonchè un certo gusto nella descrizione dei personaggi, che in certi casi non può non far pensare a David Lynch. Il secondo è un mafia-movie atipico nella sua gestione, una specie di Leon ambientato in Svizzera in cui ancora una volta Sorrentino ci regala scene di un preziosismo tecnico inarrivabile per molti addetti ai lavori italici.

Tutto questo cosa c’entra con la notte degli Oscar? C’entra, eccome se c’entra, perchè dopo la vittoria del regista del premio per il miglior film straniero, il suo La grande bellezza è stato trasmessa in chiaro alla televisione italiana e in quella serata Facebook è stato invaso di commenti sul film apparentemente da parte di tutti gli utenti italiani possessori di un televisore e di un account sul famoso social network. Qui sono iniziati i dolori, perchè grosso modo è stato tutto un commento negativo il cui tono generale era fondamentalmente: “Una palla, come possono aver premiato questo film?” Ora, a prescindere che anche gli altri film candidati non è che fossero dei campioni di azione (no, non c’era il quinto episodio di Die Hard per intenderci), comunque aspettarsi qualcosa di diverso denota quantomeno una certa impreparazione nei confronti del regista. Poi il film può benissimo non piacere, per carità. Vincere un Oscar non è automaticamente indice di alta qualità e in ogni caso anche li film migliore del mondo, quello che si porta a casa tonnellate di premi da ogni Festival conosciuto, può comunque non piacere (e spesso succede). Non siamo tutti uguali, non abbiamo gli stessi gusti e questa è una grande fortuna. Però il racchiudere il tutto al semplice fatto: “Si tratta di un film lento, quindi fa schifo“, è di un banale pazzesco.

A questo punto, come dice una foto circolante per la Rete da qualche giorno, ve la meritate Barbara D’Urso mentre qui in UK da mesi è disponibile il blu-ray de La grande bellezza e si trova in commercio l’edizione tradotta del suo romanzo Hanno tutti ragione. Fatevi due conti.

Una questione spinosa

I casi sono due: o 12 years a slave stanotte vincerà il premio Oscar come miglior film, oppure siete tutti razzisti. (Ellen DeGeneres)

Con questa simpatica battuta introduttiva, Ellen DeGeneres ha rimarcato in modo spiritoso ma alquanto puntuale come sia difficile criticare e giudicare un film quando questa tratta argomenti difficili e controversi. Se in questo caso parliamo infatti della schiavitù degli afroamericani nell’Ottocento, qualora qualcuno decida di criticare il film può essere facilmente tacciato di razzismo, esattamente come chi si dovesse trovare a criticare Schindler’s List potrebbe essere additato come nazista (il fatto poi che qualcuno possa trovare qualcosa da criticare in questi due capolavori rimane una faccenda completamente diversa e inspiegabile).

L’affermazione della DeGeneres serve però a mettere nella giusta prospettiva anche quello che è avvenuto tra la Bim e gli USA. La Bim, è bene sottolinearlo, è la società distributiva che si è presa carico della promozione e della distribuzione di 12 years a slave in Italia. Come già accennato nella recensione del film in questo stesso blog, mentre in America nei poster promozionali a campeggiare in primo piano è Chiwetel Ejiofor, il protagonista assoluto del film, in Italia invece quest’ultimo è una macchietta posta in secondo piano, mentre in piena vista sono presenti Brad Pitt e Michael Fassbender.

Ora, se ancora può essere accettabile (ma non lo è), l’uso di Fassbender che nel film ricopre comunque un ruolo estremamente importante rivestendo la parte di uno schiavista sadico e complessato, totalmente inspiegabile sarebbe l’uso di Brad Pitt, che nel film ha una comparsata di pochissimi minuti. Dall’America sono ovviamente giunti polemiche e sberleffi, in cui si tacciava l’Italia di essere razzista e di stare cercando di vendere il film come “una storia di bianchi”.

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Esattamente come dice Ellen DeGeneres, o sei con 12 years a slave o sei razzista. Il problema, visto dal lato italiano, è tutt’altro invece e grosso modo coincide con quanto dichiarato dalla Bim successivamente. Non che io voglia ora negare la presenza di un razzismo più o meno latente in Italia, anzi. Basta osservare con spirito critico molti post su facebook contro rom ed immigrati, basta ascoltare i discorsi da bar e ripensare a certi fatti di cronaca e molti discorsi di politici nostrani per rendersi conto di come il razzismo sia un problema enormemente diffuso nel nostro Paese. Nel caso di 12 years a slave però, credo che il problema risieda maggiormente nella ormai cronica ignoranza cinematografica dell’italiano medio. Pubblicizzare un film con protagonista un attore praticamente sconosciuto fino ad allora, di un regista di culto ma comunque di nicchia e non di grande richiamo commerciale, sarebbe per una compagnia di distribuzione italiana un grosso rischio. Meglio allora sfruttare la presenza di attori meglio noti, come appunto Pitt e Fassbender, di modo che la proverbiale casalinga di Voghera possa dire: “Dai che stasera si va a vedere un film con Brad Pitt.”

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Triste? Sì, molto. Ma che gli italiani non siano più quelli di venti o trenta anni fa lo si sa ormai benissimo. Cinematograficamente parlando, per i nostri connazionali oggi si passa da Fellini e Bertolucci, se tutto va bene, ai cinepanettoni e ai film di Zalone, Bisio e Pieraccioni. Soltanto per quanto riguarda il nostro panorama, provate a parlare di un Vincenzo Sollima, di un Luigi Zampaglione o di un Daniele Vicari. Avrete sguardi spenti e interrogativi.

Che il nostro Paese stia affondando è cosa nota. Che lo stia facendo con tanta dedizione, in ogni campo, e con tanto disinteresse, è ancora peggio.

And the Oscar goes to

Guarda guarda, alla fine il buon Paolo si è portato a casa un premio Oscar a cui l’Italia guardava dai tempi di Roberto Benigni e della sua folle esultanza. Al di là di un discorso di ringraziamento in cui mancava soltanto un the pen is on the table e di alcune scosse telluriche causate dalla reazione del suo ego, tutto è andato per il meglio.

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