12 years a slave

Ammetto che la prima volta che mi è capitato di sentire la frase: “Film diretto da Steve McQueen,” erano i tempi di Shame e mi è venuto spontaneo pensare alle seguenti cose:

  1. Ho capito male.
  2. Steve McQueen non è un attore?
  3. Ma Steve McQueen non è morto?
  4. Che mangio per cena?

Povero illuso, non avevo ancora avuto modo di entrare nel fantastico mondo di questo giovane regista che con la doppietta Hunger – Shame si è già portato a casa più soddisfazioni di quante molti mestieranti potranno mai ottenere nell’arco di una carriera decennale. I film di Steve McQueen sono sempre un interessante miscuglio, in cui una certa freddezza documentaristica e un taglio estremamente crudo nella presentazione degli avvenimenti che si svolgono su schermo, viene accompagnata però ad un viscerale amore per i personaggi che abitano quelle storie. Ecco ad esempio che in Hunger, il taglio documentaristico con cui vengono presentate le condizioni di vita dei prigionieri irlandesi negli H Block è controbilanciata dalla passione con cui viene raccontata la figura di Bobby Sands. Idem dicasi per il sessuomane di Shame, sempre interpretato dal fantastico Michael Fassbender, che ben lungi dall’essere una macchietta di cui è facile prendersi gioco, viene dipinto invece in tutta la sua complessità umana.

ImmagineNon fa eccezione questo ultimo 12 years a slave, adattamento cinematografico del libro autobiografico di Solomon Northup. Come si suol dire, spesso la realtà supera la fantasia e infatti sembra quasi impossibile che quello che stiamo vedendo sia realmente accaduto. Probabilmente stiamo parlando di uno dei film che meglio riescono a raccontare quel grande buco nero della Storia americana che è lo schiavismo. Se infatti abbiamo da un lato centinaia di film ambientati durante la Guerra Civile e Steven Spielberg ci ha regalato due film sull’argomento (Amistad e Lincoln), comunque ben pochi sono i film che prendono così di petto la vita degli schiavi in America ed evitando tra l’altro due facili trappole.

La prima, è che quando vuoi raccontare le brutalità commesse dagli uomini nei confronti di altri uomini, è facile perdere la misura di quanto si sta mostrando e scadere in una parata di orrori visivi in cui ossa e carne vengono devastate, trasformando così un film di denuncia in un film dell’orrore con una motivazione ideologica di fondo come giustificazione. McQueen intelligentemente misura attentamente quello che ci vuole mostrare. C’è l’orrore, sì. Ci sono le schiene segnate dalle cicatrici. C’è una fustigazione che è quasi impossibile da sopportare per la sua crudezza e di cui comunque si vede poco, molto poco, ma quel poco è più che sufficiente. Il fatto è che McQueen racconta più che altro l’orrore dell’essere schiavo, del perdere la propria umanità e divenire un oggetto, una proprietà. È in questo che sta la grandezza del film.

Immagine

Il secondo errore che viene evitato è quello di scadere nella retorica più semplicistica (problema che invece affligge da sempre il buon Spielberg). Che la schiavitù sia tremenda si sa, non c’è bisogno di ribadirlo continuamente e infatti McQueen non lo fa. A parlare sono le sue immagini e la storia che racconta. Fino quasi alla fine del film, quando compare il personaggio interpretato da Brad Pitt (qui anche produttore), non c’è un solo scambio verbale sulle implicazioni morali della schiavitù.

La potenza della storia, la bellezza delle immagini nella loro crudezza, le interpretazioni degli attori (Michael Fassbender è qui uno schiavista da brividi, ma a rubare la scena completamente è il sorprendente Chiwetel Ejiofor) ti entrano dentro come raramente altri film hanno fatto in questi ultimi anni.

Una parola infine sulla colonna sonora di Hans Zimmer che attraversa tutto lo spettro emotivo della storia, esaltando le scene mostrate da McQueen, con momenti eccezionali, quali ad esempio la composizione oscura e martellante che accompagna l’uccisione di un compagno di Solomon durante la traversata sul traghetto e quella che viene usata per commentare la quasi impiccagione dello stesso, elettrica e simile a delle rasoiate.

Per concludere mi sembra poi giusto sottolineare come in Italia, ovviamente, nel poster del film l’attore protagonista sia in secondo piano, mentre in primo piano ci siano Brad Pitt e Michael Fassbender. Sappiamo sempre farci riconoscere.

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