Ce la faremo?

Così, ieri Paolo Sorrentino ha vinto il premio BAFTA per il miglior film straniero con il suo La grande bellezza. Ora, che Sorrentino sia uno dei più presuntuosi registi presenti in Italia è difficile da negare. Altrettanto difficile da negare è, però, il fatto che sia anche il più talentuoso dei registi italiani di questi anni. Se all’estero si guarda alla nostra cinematografia con un certo interesse e non solo parlando di “quanto erano meravigliosi i film di Fellini e Antonioni”, lo si deve principalmente a lui.

I suoi film saranno stilisticamente pretenziosi, pomposi e magari con un certo autocompiacimento, ma sono anche una festa per le nostre povere menti italiote, tormentate in casa nostra da film minimalisti con famiglie che lottano contro i drammi della vita rinchiuse tra quattro mura, o commedie con questo o quell’altro comico di Zelig (da notare tra l’altro come in questi casi si dica sempre che il film è di quell’attore comico, il regista non viene mai menzionato, come se non contasse niente).

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Nel cinema di Sorrentino, invece, il genere viene mescolato con l’anima intimista italiana, il tutto amalgamato con una perfezione nella realizzazione della confezione che davvero non ha eguali nel panorama cinematografico italiano odierno (fatta eccezione forse per il Sollima di Romanzo criminale, vero e proprio apice produttivo del Bel Paese, e alcune cose di Michele Placido). Dal killer de Le conseguenze dell’amore, al dramma dell’Olocausto rivisitato in modo originale in This must be the place, o lo strozzino de L’amico di famiglia, ogni film di Sorrentino presenta situazioni, azioni, personaggi al contempo misurati eppure potenti, che restano impressi nella mente. Per non parlare del film che maggiormente abbandona le quattro mura del cinema italiano per narrare prepotentemente la vita di quella entità, di quella scatola nera memoria e demiurgo del nostro Stato che è stato Giulio Andreotti, ne Il Divo. Il tutto è ovviamente possibile grazie anche alla sua enorme capacità di dirigere gli attori e di estrapolarne il meglio, sia a partire dal suo attore feticcio Toni Servillo fino a quanto riguarda i più cani (nessun nome, please).

Questa vittoria ai BAFTA lo avvicina di un altro passo alla vittoria del Premio Oscar per il miglior film straniero, riconoscimento che manca da lunghissimo tempo in casa nostra e che, definitivamente, accrescerà smisuratamente il suo ego già enorme, fino a renderlo un satellite particolare di Giove. Ma questo è un altro discorso.

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