Nella strana testa di Spike

Non stiamo parlando di Spike Lee, che dopo il miserabile remake di Oldboy di cui ho parlato già in questo blog, dovrebbe farsi un buon anno sabbatico e ripensare attentamente a quanto sia maggiormente nelle sue corde di narratore. No, stiamo parlando dell’altro Spike: Jonze.

Spike Jonze è uno strano elemento, uno di quei registi di cui è difficile dare una definizione e talmente poliedrico da risultare a volte indigesto. Quattro lungometraggi, uno migliore dell’altro (anche se ancora non posso pronunciarmi sul quarto, Her, uscito da poco tempo nelle sale), e tutti uniti da uno stile unico che mescola romanticismo, surrealismo, malinconia metropolitana, originalità e una spropositata intelligenza nel raccontare le storie. Being John Malkovich è stato il suo biglietto d’ingresso nel mondo dei lungometraggi hollywoodiani dopo anni passati a dirigere videoclip musicali (cosa che il nostro continuerà poi imperterrito a fare fino ai giorni nostri) e come esordio si tratta di uno schiaffo in faccia al pubblico. Il film racconta di amori malati e di un tunnel misterioso che permette di entrare per quindici minuti nella testa di John Malkovich per poi essere risputati in un fosso vicino ad un casello autostradale nel New Jersey. Personaggi borderline, attori abbruttiti e infelicità fanno da scheletro fondante per questo film.

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Nel successivo Adaptation, il gioco metacinematografico si fa ancora più forte. Sempre scritto da Charlie Kaufman come il precendete film di Jonze, l’origine di questo film è alquanto curiosa. Originariamente Kaufman doveva scrivere l’adattamento del romanzo The Orchid thief di Susan Orlean ma trovatosi in crisi e bloccato, trasforma la sceneggiatura in una storia autobiografica in cui lui e il proprio (inesistente) fratello gemello devono realizzare proprio l’adattamento del romanzo di partenza. Mescolando fantasia e realtà, parti del libro e elementi del tutto finzionali, anche in questo caso Spike Jonze si trova alle prese con una storia destinata a lasciare il segno in chi la guarda.

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Con Where the wild things are, Jonze adatta una storia di Maurice Sendak del 1963 e ci fa entrare in un mondo magico visto attraverso gli occhi di un bambino solitario. Anche in questo film la poetica e la visione del mondo di Jonze sono chiare ad ogni inquadratura. Il mondo filtrato attraverso gli occhi del bambino è un mondo magico eppure pericoloso, in cui qualcosa di oscuro e pericoloso è sempre nascosto sullo sfondo, pronto ad entrare in campo e a distruggere quanto si trovi sul suo percorso. La solitudine, l’incapacità di affrontare la vita, le insicurezze e i pericoli del mondo degli adulti, sono qui messi a confronto con il mondo della fantasia che viene creato dalla mente straordinaria di un bambino chiuso in sè stesso.

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Attualmente al cinema con Her, Spike Jonze affronta il mondo della sci-fi, ovviamente prendendola più dal lato esistenzialistico alla Philip K. Dick che non alla fantascienza caciarona di Star Wars (nel 2010 Jonze aveva affrontato i territori della fantascienza con il bellissimo corto I’m here).

Infine, per denotare l’incredibile imprevedibilità di questo artista che sembra fatto apposta per soddisfare gli appettiti dell’hypster più sfegatato, non c’è da dimenticare che Jonze è uno degli ideatori e produttori di quella macchina tritatutto e casa di folli che è Jackass. Esatto. Spike Jonze ha creato Jackass. Non dobbiamo volergli bene?

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