Meanwhile (tra 25 anni)

Twin Peaks è uno strano posto di cui in futuro parlerò più approfonditamente. Si tratta di un luogo al confine con il Canada, in cui ci sono Logge Nere e Logge Bianche, Nani e Altri Spiriti, gente che spaccia, che tradisce, gente che finisce ad infestare il legno di un mobile, amori traditi, agenti dell’FBI con la passione per il caffè e la torta di mele, una piccola setta segreta che si occupa di tenere sotto controllo le manifestazioni misteriose che puntualmente avvengono in paese, un bordello poco oltre confine e decine di altre storie e stranezze.

Immagine

Siamo giunti ormai a 25 anni da quando Dale Cooper è rimasto intrappolato nella Loggia Nera e, come promesso da Laura Palmer, passati i fatidici 25 anni avremmo dovuto rivederlo. David Lynch ha più o meno sempre dichiarato che il progetto Twin Peaks era morto, visto anche il trattamento riservatogli dalla ABC (primo su tutti, l’imposizione agli autori di rivelare l’identità dell’assassino di Laura Palmer a metà della seconda stagione).

Mentre si aspetta la ricomparsa dello sfortunato agente Cooper, cominciano le prime manifestazioni celebrative del 25° anniversario. A Londra, in occasione dell’annuale Twin Peals UK Festival del 29 e 30 Marzo, si terrà una maratona in cui verranno proiettati tutti i 30 episodi della serie tv e il film prequel, Fire Walk With Me. Alla fine della maratona, uno ci si aspetterebbe di vedersi circondato da Nani e Giganti. E David Bowie. QUI il link per il Festival.

Immagine

E ricordate: i gufi non sono quello che sembrano.

12 years a slave

Ammetto che la prima volta che mi è capitato di sentire la frase: “Film diretto da Steve McQueen,” erano i tempi di Shame e mi è venuto spontaneo pensare alle seguenti cose:

  1. Ho capito male.
  2. Steve McQueen non è un attore?
  3. Ma Steve McQueen non è morto?
  4. Che mangio per cena?

Povero illuso, non avevo ancora avuto modo di entrare nel fantastico mondo di questo giovane regista che con la doppietta Hunger – Shame si è già portato a casa più soddisfazioni di quante molti mestieranti potranno mai ottenere nell’arco di una carriera decennale. I film di Steve McQueen sono sempre un interessante miscuglio, in cui una certa freddezza documentaristica e un taglio estremamente crudo nella presentazione degli avvenimenti che si svolgono su schermo, viene accompagnata però ad un viscerale amore per i personaggi che abitano quelle storie. Ecco ad esempio che in Hunger, il taglio documentaristico con cui vengono presentate le condizioni di vita dei prigionieri irlandesi negli H Block è controbilanciata dalla passione con cui viene raccontata la figura di Bobby Sands. Idem dicasi per il sessuomane di Shame, sempre interpretato dal fantastico Michael Fassbender, che ben lungi dall’essere una macchietta di cui è facile prendersi gioco, viene dipinto invece in tutta la sua complessità umana.

ImmagineNon fa eccezione questo ultimo 12 years a slave, adattamento cinematografico del libro autobiografico di Solomon Northup. Come si suol dire, spesso la realtà supera la fantasia e infatti sembra quasi impossibile che quello che stiamo vedendo sia realmente accaduto. Probabilmente stiamo parlando di uno dei film che meglio riescono a raccontare quel grande buco nero della Storia americana che è lo schiavismo. Se infatti abbiamo da un lato centinaia di film ambientati durante la Guerra Civile e Steven Spielberg ci ha regalato due film sull’argomento (Amistad e Lincoln), comunque ben pochi sono i film che prendono così di petto la vita degli schiavi in America ed evitando tra l’altro due facili trappole.

La prima, è che quando vuoi raccontare le brutalità commesse dagli uomini nei confronti di altri uomini, è facile perdere la misura di quanto si sta mostrando e scadere in una parata di orrori visivi in cui ossa e carne vengono devastate, trasformando così un film di denuncia in un film dell’orrore con una motivazione ideologica di fondo come giustificazione. McQueen intelligentemente misura attentamente quello che ci vuole mostrare. C’è l’orrore, sì. Ci sono le schiene segnate dalle cicatrici. C’è una fustigazione che è quasi impossibile da sopportare per la sua crudezza e di cui comunque si vede poco, molto poco, ma quel poco è più che sufficiente. Il fatto è che McQueen racconta più che altro l’orrore dell’essere schiavo, del perdere la propria umanità e divenire un oggetto, una proprietà. È in questo che sta la grandezza del film.

Immagine

Il secondo errore che viene evitato è quello di scadere nella retorica più semplicistica (problema che invece affligge da sempre il buon Spielberg). Che la schiavitù sia tremenda si sa, non c’è bisogno di ribadirlo continuamente e infatti McQueen non lo fa. A parlare sono le sue immagini e la storia che racconta. Fino quasi alla fine del film, quando compare il personaggio interpretato da Brad Pitt (qui anche produttore), non c’è un solo scambio verbale sulle implicazioni morali della schiavitù.

La potenza della storia, la bellezza delle immagini nella loro crudezza, le interpretazioni degli attori (Michael Fassbender è qui uno schiavista da brividi, ma a rubare la scena completamente è il sorprendente Chiwetel Ejiofor) ti entrano dentro come raramente altri film hanno fatto in questi ultimi anni.

Una parola infine sulla colonna sonora di Hans Zimmer che attraversa tutto lo spettro emotivo della storia, esaltando le scene mostrate da McQueen, con momenti eccezionali, quali ad esempio la composizione oscura e martellante che accompagna l’uccisione di un compagno di Solomon durante la traversata sul traghetto e quella che viene usata per commentare la quasi impiccagione dello stesso, elettrica e simile a delle rasoiate.

Per concludere mi sembra poi giusto sottolineare come in Italia, ovviamente, nel poster del film l’attore protagonista sia in secondo piano, mentre in primo piano ci siano Brad Pitt e Michael Fassbender. Sappiamo sempre farci riconoscere.

Ce la faremo?

Così, ieri Paolo Sorrentino ha vinto il premio BAFTA per il miglior film straniero con il suo La grande bellezza. Ora, che Sorrentino sia uno dei più presuntuosi registi presenti in Italia è difficile da negare. Altrettanto difficile da negare è, però, il fatto che sia anche il più talentuoso dei registi italiani di questi anni. Se all’estero si guarda alla nostra cinematografia con un certo interesse e non solo parlando di “quanto erano meravigliosi i film di Fellini e Antonioni”, lo si deve principalmente a lui.

I suoi film saranno stilisticamente pretenziosi, pomposi e magari con un certo autocompiacimento, ma sono anche una festa per le nostre povere menti italiote, tormentate in casa nostra da film minimalisti con famiglie che lottano contro i drammi della vita rinchiuse tra quattro mura, o commedie con questo o quell’altro comico di Zelig (da notare tra l’altro come in questi casi si dica sempre che il film è di quell’attore comico, il regista non viene mai menzionato, come se non contasse niente).

Immagine

Nel cinema di Sorrentino, invece, il genere viene mescolato con l’anima intimista italiana, il tutto amalgamato con una perfezione nella realizzazione della confezione che davvero non ha eguali nel panorama cinematografico italiano odierno (fatta eccezione forse per il Sollima di Romanzo criminale, vero e proprio apice produttivo del Bel Paese, e alcune cose di Michele Placido). Dal killer de Le conseguenze dell’amore, al dramma dell’Olocausto rivisitato in modo originale in This must be the place, o lo strozzino de L’amico di famiglia, ogni film di Sorrentino presenta situazioni, azioni, personaggi al contempo misurati eppure potenti, che restano impressi nella mente. Per non parlare del film che maggiormente abbandona le quattro mura del cinema italiano per narrare prepotentemente la vita di quella entità, di quella scatola nera memoria e demiurgo del nostro Stato che è stato Giulio Andreotti, ne Il Divo. Il tutto è ovviamente possibile grazie anche alla sua enorme capacità di dirigere gli attori e di estrapolarne il meglio, sia a partire dal suo attore feticcio Toni Servillo fino a quanto riguarda i più cani (nessun nome, please).

Questa vittoria ai BAFTA lo avvicina di un altro passo alla vittoria del Premio Oscar per il miglior film straniero, riconoscimento che manca da lunghissimo tempo in casa nostra e che, definitivamente, accrescerà smisuratamente il suo ego già enorme, fino a renderlo un satellite particolare di Giove. Ma questo è un altro discorso.

Immagine

Nella strana testa di Spike

Non stiamo parlando di Spike Lee, che dopo il miserabile remake di Oldboy di cui ho parlato già in questo blog, dovrebbe farsi un buon anno sabbatico e ripensare attentamente a quanto sia maggiormente nelle sue corde di narratore. No, stiamo parlando dell’altro Spike: Jonze.

Spike Jonze è uno strano elemento, uno di quei registi di cui è difficile dare una definizione e talmente poliedrico da risultare a volte indigesto. Quattro lungometraggi, uno migliore dell’altro (anche se ancora non posso pronunciarmi sul quarto, Her, uscito da poco tempo nelle sale), e tutti uniti da uno stile unico che mescola romanticismo, surrealismo, malinconia metropolitana, originalità e una spropositata intelligenza nel raccontare le storie. Being John Malkovich è stato il suo biglietto d’ingresso nel mondo dei lungometraggi hollywoodiani dopo anni passati a dirigere videoclip musicali (cosa che il nostro continuerà poi imperterrito a fare fino ai giorni nostri) e come esordio si tratta di uno schiaffo in faccia al pubblico. Il film racconta di amori malati e di un tunnel misterioso che permette di entrare per quindici minuti nella testa di John Malkovich per poi essere risputati in un fosso vicino ad un casello autostradale nel New Jersey. Personaggi borderline, attori abbruttiti e infelicità fanno da scheletro fondante per questo film.

Immagine

Nel successivo Adaptation, il gioco metacinematografico si fa ancora più forte. Sempre scritto da Charlie Kaufman come il precendete film di Jonze, l’origine di questo film è alquanto curiosa. Originariamente Kaufman doveva scrivere l’adattamento del romanzo The Orchid thief di Susan Orlean ma trovatosi in crisi e bloccato, trasforma la sceneggiatura in una storia autobiografica in cui lui e il proprio (inesistente) fratello gemello devono realizzare proprio l’adattamento del romanzo di partenza. Mescolando fantasia e realtà, parti del libro e elementi del tutto finzionali, anche in questo caso Spike Jonze si trova alle prese con una storia destinata a lasciare il segno in chi la guarda.

Immagine

Con Where the wild things are, Jonze adatta una storia di Maurice Sendak del 1963 e ci fa entrare in un mondo magico visto attraverso gli occhi di un bambino solitario. Anche in questo film la poetica e la visione del mondo di Jonze sono chiare ad ogni inquadratura. Il mondo filtrato attraverso gli occhi del bambino è un mondo magico eppure pericoloso, in cui qualcosa di oscuro e pericoloso è sempre nascosto sullo sfondo, pronto ad entrare in campo e a distruggere quanto si trovi sul suo percorso. La solitudine, l’incapacità di affrontare la vita, le insicurezze e i pericoli del mondo degli adulti, sono qui messi a confronto con il mondo della fantasia che viene creato dalla mente straordinaria di un bambino chiuso in sè stesso.

Immagine

Attualmente al cinema con Her, Spike Jonze affronta il mondo della sci-fi, ovviamente prendendola più dal lato esistenzialistico alla Philip K. Dick che non alla fantascienza caciarona di Star Wars (nel 2010 Jonze aveva affrontato i territori della fantascienza con il bellissimo corto I’m here).

Infine, per denotare l’incredibile imprevedibilità di questo artista che sembra fatto apposta per soddisfare gli appettiti dell’hypster più sfegatato, non c’è da dimenticare che Jonze è uno degli ideatori e produttori di quella macchina tritatutto e casa di folli che è Jackass. Esatto. Spike Jonze ha creato Jackass. Non dobbiamo volergli bene?

L’occhio di Lynch

Alla Photographer Gallery di Londra è in corso una mostra in cui sono esposte le foto scattate da tre artisti sacri: Andy Warhol, William S. Burroughs e David Lynch. Ogni artista ha la propria sala dedicata e, come prevedibile, la più inquietante è quella del regista americano, posta all’ultimo piano della Gallery e con una inquietante colonna sonora di sottofondo realizzata da Lynch stesso. Nelle foto del regista appaiono fabbriche abbandonate e paesaggi urbani degradati, con il classico amore dell’autore per angoli di ripresa distorti e per i paesaggi industriali (pensiamo alle inquadrature del semaforo in Twin Peaks o alla più incomprensibile scena di Fire Walk With Me ad esempio).

Ecco alcuni scatti presenti alla mostra.

Immagine

Immagine

Immagine

E questa è la sala dove sono esposte le sue opere.

Immagine