Fare filosofia, questa volta senza dinosauri (To the wonder)

Chiunque ami il cinema, dovrebbe amare Terrence Malick e su questo non ci sono dubbi. Sarei pronto a sottoscrivere questa affermazione anche se minacciato di morte al fine di dire l’esatto contrario. Un regista che dopo un paio di decadi di silenzio assoluto ti spara in faccia, senza nemmeno prima avvisarti, un oggetto cinematografico come The thin red line, merita ogni forma di viscerale ammirazione che qualcuno riesca a mostrargli. Voglio dire, stiamo parlando di un film che prende a ceffoni in faccia il Saving private Ryan di Spielberg (film che curiosamente uscì nello stesso anno di The thin red line e che, in un qual certo senso, ne minò da subito le possibilità commerciali). Il film bellico di Malick presenta da subito gli elementi che andranno a costituire poi l’ossatura del suo dittico filosofico composto da The tree of life e da questo, visto da me recentemente, To the wonder.

Sgombriamo subito il campo dagli equivoci: come avrete capito seguendo questo blog, il mio amore per il cinema è tale da portarmi ad apprezzare film di generi completamente diversi. Proprio oggi ero entrato da HMV in Oxford Street con l’intenzione di comprare il blu ray di The raid e ne sono uscito con in mano una copia del Santa Sangre di Jodorowsky. Per contro, una sera stavo navigando nell’Internet alla ricerca di un box set contenente la tetralogia del potere di Sokurov e mi sono ritrovato a farmi una visione dell’ultimo, sfortunato, Dredd (che non è poi così male e che, nonostante sia uscito nello stesso periodo di The raid e nonostante una trama praticamente identica, osservando le date di produzione ci si può rendere conto di come i due film abbiano storie produttive assolutamente indipendenti). Questa premessa era necessaria per farmi capire come l’opera spudoratamente dalle ambizioni filosofiche di un autore che schifa in modo del tutto evidente ogni forma di cinema commerciale, non solo non mi spaventa od urta di principio, ma addirittura può scatenare le mie salivazioni pavloviane più sfrenate.

Mi sono avvicinato a To the wonder carico di aspettative, dopo essere rimasto affascinato e sbalordito dalla visione di The tree of life.  Il film rappresenta una sorta di espansione del precedente e di questo ne esaspera ulteriormente le caratteristiche di montaggio e rappresentazione. La storia viene ridotta al minimo essenziale: un uomo e una donna si conoscono in Francia, il loro amore sembra perfetto ma quando si trasferiscono in America qualcosa si rompe. Lei torna in Francia, lui prova a riallacciare i rapporti con una vecchia fiamma ma anche questo rapporto finisce male. La ragazza francese ritorna in America e riprovano a impostare il loro rapporto d’amore ma qualcosa si è rotto definitivamente. Lei torna in Francia.

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Il tutto viene scandito con una quasi totale assenza di dialoghi, fatta eccezione per qualche saltuaria battuta e qualche voce fuori campo. Le scene vengono montate per accostamenti visivi che hanno più a che fare con la poesia che con il cinema e il grosso peso della narrazione ricade sulla bellezza delle immagini e sulla grandiosità della colonna sonora. Gli attori protagonisti, (un fortunosamente quasi muto Ben Affleck, Olga Kurylenko e Javier Bardem) si muovono sullo schermo come ipnotizzati, fantasmi di celluloide che proiettano il loro male di vivere allo spettatore. Non parlano e non ce n’è bisogno, soprattutto nel caso di Bardem, fantastico prete in piena crisi, poichè Malick li dirige stupendamente facendo in modo che tutto quello che dovrebbero dire sia in realtà esplicato da quanto mostrato.

Ovviamente siamo di fronte ad un film quasi sperimentale, con un ritmo lentissimo e onirico che fanno sembrare la sua ora e quaranta di durata molto ma molto più lunga. Contrariamente da The tree of life non abbiamo momenti di digressione epica. Non ci troveremo ad un certo punto sul divano urlando “DINOSAURI!” a squarciagola come bambini di otto anni. Malick si ferma a raccontare piccoli momenti di vita quotidiana di persone assolutamente quotidiane, se non noiose. Prende momenti casuali della loro esistenza e li proietta sullo schermo come spezzoni, quadri in movimento di vite del tutto ordinarie.

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Se pensate che un film che affonda le proprie radici nella filosofia possa interessarvi, allora dovreste vederlo. Se non lo pensate, dovreste vederlo ugualmente. Potrebbe piacervi. Poi al massimo potete sempre vedervi un The raid.

Note a margine:

  • anche in questo film continua la propensione di Malick nel presentare personaggi che a livello di storia principale contano poco o nulla: in The tree of life avevamo Sean Penn, qui abbiamo Javier Bardem.
  • altro elemento tipico della cinematografia malickiana è il suo continuo eliminare scene farcite di star. Vittime illustri di questa tornata sono Jessica Chastain, Berry Pepper, Michael Sheen, Amanda Peet e Rachel Weisz.
  • l’ho già detto ma lo ripeto: NON CI SONO DINOSAURI.
No, questa volta non ci sono
No, questa volta non ci sono
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