Dell’arte di fare un remake pt.2

La fresca uscita di Oldboy di Spike Lee, remake dell’omonimo film del 2003 di Park Chan-wook, è un buon pretesto per tornare a parlare del fenomeno dei remake, argomento di cui avevo brevemente trattato nei primi giorni di vita di questo blog. In quell’articolo si diceva di come di per sè l’idea di realizzare un remake non sia obbligatoriamente sinonimo di prodotto scadente e poco originale. Questo a patto che chiunque sia coinvolto nella sua realizzazione abbia delle forti convinzioni riguardo quello che sta creando, con una ben definita idea artistica da sviluppare.

Oldboy-Macello

Il caso del film di Spike Lee dimostra chiaramente quello che succede quando questo non si realizza. Sia chiaro, non siamo di fronte ad un pessimo film. Non lo si guarda pensando ogni tre secondi che si tratti di una schifezza e che le nostre ore di vita non torneranno più indietro. Ma, e questo è il difetto che sottende l’intera operazione, al film di Spike Lee manca l’intera ragion d’essere che invece permeava il film originale. Prima di tutto, l’opera di Park Chan-wook si piazza al centro della cosiddetta Trilogia della Vendetta e quindi contribuisce alla realizzazione di un disegno più ampio in cui il regista esplica una sua visione del mondo, della violenza, dei concetti di giustizia e vendetta. Al contrario, il film di Spike Lee è un oggetto estraneo alla cinematografia più pura del regista ed è chiaramente più una marchetta che altro; se poi vogliamo considerare le ultime prove del regista che non ne azzecca una da lungo tempo, e l’inferiore spregiudicatezza tecnica mostrata nella realizazzione del film, ecco come tutti i nostri puntelli posti come conditio sine qua non per la realizzazione di un ottimo remake vengano a cadere. Confrontare ad esempio la famosa scena in piano sequenza presente nel film originale in cui il protagonista si batte armato di martello contro una gang di criminali, e qui girata come una classica scena di combattimento di un normalissimo film americano medio, rende l’idea della diversità artistica dei due progetti. Poco conta poi che il tema di fondo resti uguale o che in certi frangenti la violenza sia addirittura maggiore al suo progenitore.

Quindi, a denti stretti, cosa può far fallire un remake? Nel caso di Oldboy abbiamo puntato l’accento sulla inferiore capacità tecnica e all’estraneità del regista nei confronti del soggetto del film. Se Park Chan-wook ci regala una terrificante analisi globale dell’uomo e dei suoi lati più oscuri, partendo da caratteristiche incredibilmente universali (la stupidità involontaria degli adolescenti, l’incapacità di comprendere l’influenza delle proprie azioni sulle vite degli altri, l’incapacità di perdonare gli altri e sè stessi) il tutto decantato attraverso i mezzi di un ottimo cinema d’azione e di tensione, Spike Lee al contrario respinge il campo connotando il suo film di elementi dichiaratamente politici e non solo: politici dal punto di vista americano. Josh Brolin è il tipico americano sbruffone e all’inizio del film rappresenta tutti gli stereotipi che nel male caratterizzano l’immagine del film. La potenza universale del film originale viene quindi diluita e banalizzata.

Portando questo discorso ad un livello globale cinematografico, e quindi non relegandolo al singolo Oldboy di Lee, elemento fondamentale per il successo del film deve essere l’adeguamento corretto del messaggio di fondo del film d’ispirazione al linguaggio e alla mentalità del pubblico di fruizione del remake. Se il film originale ha delle premesse che culturalmente pretendono delle determinate attenzioni e se queste caratteristiche sono talmente radicate nella mentalità dello spettatore d’origine, trasporle pari passo nel remake diventa garanzia d’incapibilità e di insuccesso, così come il totale stravolgimento può comportarne la banalizzazione e l’appiattimento.

Nemmeno la replica tale e quale, passo per passo e inquadratura per inquadratura sono garanzie di successo. Basti pensare a due casi eclatanti quali lo Psyco di Gus Van Sant e il Funny Games di Haneke (il secondo addirittura opera dello stesso regista dell’originale). Entrambi i film sono la fotocopia del film di partenza. Stesse battute, stesse inquadrature, stessa partitura musicale. A cambiare sono solo gli attori. L’effetto che ne risulta però è straniante e, soprattutto, povero. Vedere lo stesso film originale con unico cambiamento quello degli attori porta all’ovvia domanda: perchè non guardare il film originale allora? Che differenza esiste tra il vedere uno Psyco degli anni Sessanta o uno degli anni Novanta (tra l’altro il primo in uno splendido bianco e nero, seppure scelto da Hitchcock per motivi economici), oppure nel vedere una o l’altra versione di Funny Games di Haneke (sebbene in questo caso si possa ascrivere la scelta del regista come volutamente provocatoria come per dire: voi americani apprezzate il mio cinema ma non volete perdere tempo con i sottotitoli, così ecco che vi do la mia personale versione di doppiaggio). Nessuna. Ed ecco che, ancora, in mancanza di un’idea artistica forte ed unica, il senso del remake viene perduto.

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In definitiva, ed è questo che molti dovrebbero tenere a mente: non conta quanto fedelmente il film originale venga seguito. Su Internet è pieno di talebani che eseguono esami autoptici di ogni scena, paragonando i film minuto per minuto, rilevando ogni minima deviazione dalla trama originale e gridando allo scandalo. No, questo è veramente uno dei dettagli meno importanti. A contare, ragazzi, sono le idee. Sempre e comunque.

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