Cose che i tuoi amici non capiranno mai pt.2: Rocky

Non c’è nulla da fare: Stallone porta sulle spalle il fatto di essere Stallone e quando sei Stallone, allora niente conta più del fatto che tu, sì, sei Stallone e quindi puoi guardare tutti dall’altezza del tuo essere Stallone perdendo però nel contempo la possibilità di farti prendere sul serio andando al di là del fatto che sei Stallone.

Ok, volevo scrivere il più possibile il nome Stallone nella frase d’apertura dell’articolo. Piccole follie e manie di un cinefilo reietto che ha amato e tutt’ora ama il cinema fracassone e burrascoso americano degli anni ’80, quel cinema fatto di acconciature e abbigliamenti improbabili e attori muscolari che gridano STEROIDI proprio così, in capital letter che servono a giustificare quella abbondanza di muscoli e sudore che pompa a ritmo di grancassa elettronica. Stallone (ancora), Schwarzenegger (noto come lo Stallone con accento austriaco), Carl Weathers, Dolph Lundgren, Steven Seagal, il Chuck Norris pre-Chuck Norris facts sono tutti nomi che in chi ha bazzicato quel tipo di cinema scatenano reazioni pavloviane incontrollate.

Stallone è diventato il padrone di Hollywood grazie fondamentalmente a un film piccolo piccolo a cui nessuno credeva veramente. Stiamo parlando ovviamente di Rocky, il capostipite di una serie in cui nel terzo capitolo avremo la scena di training più omoerotica degli anni ’80 e che nel quarto contribuirà al crollo del Muro, al Disgelo tra le Superpotenze, al crollo definitivo del Comunismo e, insomma, in generale alla salvezza del mondo dalla distruzione termonucleare. Per inciso, Rocky 4 diventa anche uno dei film di Natale meno proiettati a Natale della storia del cinema. Un bel modo di ringraziare il nostro Stallone per aver salvato il mondo e con uno splendido voltafaccia di rapidità inaudita, dopo che pochi mesi prima aveva polverizzato mezzo esercito russo in Afghanistan nel terzo capitolo della sua seconda grande creatura: Rambo.

Pacificare il mondo, un cazzotto in fazza dopo l'altro
Pacificare il mondo, un cazzotto in fazza dopo l’altro

Come dicevo, il primo Rocky è un film di piccole dimensioni, soprattutto dal taglio che viene dato alla storia e che le successive incarnazioni del personaggio porteranno a snaturare e a far sparire dalla mente degli spettatori. Il Rocky di Rocky 4 è un supereroe, un superuomo che si erge a simbolo di un mondo che rischia di finire a causa del conflitto USA-URSS. Non a caso è uno dei capitoli che più vengono considerati dai fan della saga: è caciarone, esplosivo, un film d’azione fatto e finito, dove Stallone anzichè impugnare una mitragliatrice indossa dei guantoni. Ma siamo negli stessi luoghi dell’Epica, negli stessi canoni dell’Azione: approfondimento psicologico nullo, stereotipi su Russi e Americani, acceleratore a palla sui tasti emozionali dello spettatore e via andare.

L’esatto opposto di Rocky. Che era un film estremamente realistico. Stallone interpreta un fallito, un ragazzo francamente stupido, che viene sbeffeggiato da tutti nel quartiere in cui abita e che per vivere fa il galoppino per un criminale di mezza tacca della zona. La sua carriera di pugile è ad un punto morto, nessuno lo vuole allenare perchè nessuno pensa che possa combinare mai qualcosa di buono. Sentimentalmente è un disastro, è innamorato di una ragazza che non se lo fila manco di striscio e l’unico amico che ha è il fratello ubriacone della stessa.

Quando finalmente arriva il momento dello scontro contro Apollo Creed, succede quello che succederebbe nella vita vera: un pugile dilettante contro un pugile campione del mondo, perde. E Rocky perde. Dignitosamente, arrivando all’ultima ripresa quando nessuno l’avrebbe creduto possibile e mettendo in difficoltà il campione del mondo, ma in ogni caso perde. Il film finisce così, con Rocky interessato solo alla donna di cui è innamorato e che è riuscito a far entrare nella sua vita.

Semplice e lineare. Lo scontro tra i due pugili occupa gli ultimi dieci minuti di un film di due ore abbondanti. La sceneggiatura è opera dello stesso Stallone il quale verrà candidato all’Oscar grazie ad essa (oltre che ottenendo una seconda candidatura come Miglior Attore) e racconta in modo stupendo una Philadelphia che mai verrà raccontata così intensamente, almeno fino ai titoli di testa del film omonimo con Tom Hanks (anche se in quel caso potrebbe essere più merito di Bruce Springsteen). I sobborghi della città, abitati da disadattati, da gente povera che lotta tutti i giorni della propria esistenza, vengono fotografati con amore, ogni immagine è perfetta. Sentiamo il freddo che ammanta la città, sentiamo vibrare la nostra casa quando passa la metropolitana. Rocky stesso è un personaggio con cui entriamo subito in sintonia, per cui riusciamo a provare un moto di empatia, proprio perchè Rocky è un personaggio vero, realistico. Qualcuno che nella vita non ha mai ottenuto nulla, che nonostante il grande cuore di cui è dotato non è mai riuscito ad emergere dalla nullità in cui si ritrova e che per caso si trova tra le mani il biglietto vincente della lotteria e ne rimane spaventato.

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Tutti i personaggi sono perfettamente calibrati, le interazioni tra di loro sono bilanciate e, lo ripeto ancora, perfettamente realistiche. Paulie, Adrian. Mickey, sono entrati nella Storia del Cinema passando prima attraverso i nostri cuori e sono lontani mille miglia dalle figure di cartone che abiteranno i film successivi.

Stallone stesso sembra raccontare nel film la propria storia personale. Nessuno crede al progetto del giovane attore, che lotta fino ad ottenere che il film si faccia, mollando la presa sulla propria intenzione di dirigerlo, ma aggrappandosi con le unghie alla volontà di interpretarlo. Il resto, come si suol dire, è Storia: campione di incassi in tutto il mondo, vince tre Oscar (Miglior Film, Miglior Regia a John G. Avildsen e Miglior Montaggio) e una montagna di altri premi in giro per il mondo. Non fosse stato per i seguiti, ora tutti lo tratterebbero come un capolavoro, Invece è diventato un ricettacolo di scene strappate dal loro contesto (la più celebre è forse l’urlo finale), che servono solo a strappare qualche sorriso ed alimentare parodie di terza categoria.

Ma noi cinefili reietti sappiamo benissimo quale sia la Verità, anche se i nostri amici non potranno mai capire (come mai capiranno Rob Zombie).

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