Quel film che ti fa esclamare “Holy Shit!”: Holy Motors

Tutto il mondo è un teatro e tutti gli uomini e le donne non sono che attori. Così disse un giorno di tanti anni fa un uomo molto più saggio di me (un’altro uomo saggio avrebbe illuminato il mio percorso dicendo: “Yippee ki-yay,motherfucker,” ma questa è tutta un’altra storia). Non c’è questa frase in apertura di pellicola, ma è come se aleggiasse per tutta la sua durata.  Ci sono film che vogliono raccontare tutto del mondo, che vogliono estrapolare verità universali se non la Verità stessa, e che falliscono miseramente crollando sotto il peso delle proprie ambizioni. Poi ci sono film come Holy Motors di Leos Carax in cui il progetto sembra preparato accuratamente per far fallire il regista e le sue intenzioni e invece tutto fila liscio. In quel caso ti ritrovi di fronte ad un prodotto talmente unico da farti sobbalzare per la sorpresa.

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Holy Motors non è niente più e niente meno che un Amèlie lisergico calato all’Inferno, in cui il gioco realtà-finzione è talmente fluido e ramificato che perde di significato porsi la domanda su quanto ci sia di reale di quello a cui stiamo assistendo sullo schermo e quanto sia invece falsità. La struttura ad episodi del film permette al regista di cambiare continuamente tono, mentre seguiamo le peripezie del protagonista, “Oscar” e il suo viaggio giornaliero attraverso nove diversi personaggi.

Lui sta interpretando delle parti, è un attore e il suo lavoro è quello di recitare delle scene prestabilite in vari luoghi di Parigi. Per conto di chi lo fa? Esiste una Società Segreta che vuole assistere ad un cinema/teatro più vero del vero, in cui a volte le morti vengono simulate e altre volte invece sono reali? Volendo ricercare una stretta spiegazione logica, questa potrebbe essere la più adeguata, ma Holy Motors è davvero un film che non vuole richiedere una spiegazione logica allo spettatore. Oscar fa quello che deve fare, forse una Società Segreta esiste davvero (rappresentata dal dialogo del protagonista con Michel Piccoli) e qualcuno muore davvero mentre qualcun altro inscena soltanto la propria dipartita. Non importa, perchè la storia in sè e per sè non esiste. Quello che Carax fa tramite il suo “Oscar” (un nome, un desiderio) è quello di espletare un excursus nei generi cinematografici, regalando a tutti noi un fantastico omaggio al mondo del cinema, talmente bello da poter essere considerato il suo epitaffio.

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La scena iniziale, ambientata proprio in un cinema, inizia il gioco metacinematografico che ci accompagnerà per tutta la durata della pellicola. L’amore di Carax per la Settima Arte è evidente e, al contrario di Paul Schrader che all’inizio del suo The Canyon decide di mostrare immagini di sale diroccate e abbandonate al loro destino, qui ci viene presentata una platea stracolma di spettatori. Per Carax il cinema è ancora vivo, semplicemente si sta trasformando, esattamente come il suo attore feticcio Denis Lavant che si cambia e si moltiplica continuamente e che nel secondo segmento, quello dedicato all’uomo della capture rendering, si trasforma persino in un drago digitale. Il mondo dei bit è entrato nel mondo del Cinema, secondo Carax, ma non l’ha ucciso. L’ha solo trasformato.

Folle ed abissale, il film si basa su immagini e scene che restano incollate alla pelle dello spettatore. Parigi, appena inquadrata, lasciata sullo sfondo e vista come di sfuggita con la coda dell’occhio. risalta ancora di più proprio per questo motivo quando le viene lasciato un poco di spazio in più. Esemplari la scena sul tetto dell’albergo in cui si vedono la Torre Eiffel e Notre Dame, e la scena in cui Denis Lavant interpreta il suonatore di fisarmonica. La malinconia e la bellezza di quest’ultima scena sono struggenti e di una intensità incredibili.

Tra le varie scene e i vari personaggi che ci vengono mostrati, spicca quello dedicato ad Eva Mendes e con Denis Lavant che ripesca il personaggio interpretato in Merde, l’episodio diretto sempre da Carax e presente nel film Tokyo!, opera composta da tre episodi diretti da tre registi diversi (gli altri due sono Michel Gondry e Boong Joon-ho). In questo spezzone il protagonista di Merde rapisce la modella Eva Mendes e la porta nel sottosuolo di Parigi, dove la vestirà con un burka e si denuderà di fronte a lei prima di mangiarle i capelli. Pura follia grottesca, che nelle mani di un altro regista sarebbe stata solo ridicola e che invece in questo caso funziona alla grande (così come funziona in modo incredibile la scena finale con le limousine parlanti).

Insieme a Cosmopolis, il miglior film ambientato per lungo tempo in una limousine, ma al contrario del film di Cronenberg non parte con l’handicap di essere interpretato dal vampiro luccicante. Il viaggio di Oscar attravero la città e il tempo rappresenta una delle migliori esperienze cinematografiche degli ultimi anni.

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