47 Ronin in fila per sei

Questo è un film che, pur essendo un blockbuster al 100% di natura americana, ci pone di fronte ad un interrogativo di sostanziale importanza ontologica per cui nuove guerre religiose potrebbero scoppiare, facendo sembrare le lotte tra cristiani e prostestanti in Germania una mera scaramuccia tra amici di vecchia data. L’interrogativo è, grosso modo, questo: perchè Diavolo Rick Genest è presente in praticamente ogni versione della locandina del film e ne ha addirittura una dedicata solo a lui? Non solo il tuo unico merito è quello di esserti sei tatuato in modo da apparire come un cadavere ambulante, ma per di più in questo film compari per venti secondi cronometrati in cui pronunci una sola battuta per poi sparire nel nulla. Niente pistola. Niente azione. Nessuna interazione con i protagonisti principali. Davvero bastano dei tatuaggi vistosi e qualche collaborazione con Lady Gaga per sembrare il protagonista di un film?

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Al di là di questo emblematico caso di follia da parte dei responsabili del marketing dietro a questo film, poco altro si può dire. Keanu Reeves interpreta in modalità Chuck Norris un mezzosangue che troverà nella vendetta una strada per ottenere il riconoscimento da parte degli altri 46 Ronin del titolo. Peccato che questo servirà a ben poco, visto che nel finale l’impresa dei quarantasette valorosi guerrieri sarà la morte autoinflitta per aver sfidato la volontà imperiale.

Curiosamente il film vuole mischiare gli elementi chiave di una storia vera ed estremamente importante per la cultura giapponese, con altri di matrice chiaramente fantasy. Il miscuglio tra realtà e fantasia non è però perfettamente amalgamato. Il fantasy spicca, anche inutilmente, così che nessuno viene spinto a credere che effettivamente quei quarantasette uomini sono realmente esistiti e sono andati volutamente incontro alla propria morte. Questo comporta, inevitabilmente, ad uno smorzamento empatico nei confronti dei protagonisti. Che vivano o muoiano ci lascia abbastanza indifferenti. Più che ad assistere ad un film profondamente radicato nella storia e nel mito giapponesi, sembra di sorbire una ennesima puntata sbiadita di Pirati dei Caraibi, a cui però all’istrionismo di Johnny Depp si sostituisce il monolitismo dell’ex Eletto. Al di là di qualche accenno al bushido e qualche stereotipo saputo e risaputo sull’importanza dell’onore, abbiamo poco altro.

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Il film è poi rivolto chiaramente ad un target il più ampio possibile, così i mostri sono i meno spaventosi ed innocui possibile e nonostante si tratti di un film in cui la gente si combatte con delle affilatissime katane, non una sola goccia di sangue bagna lo schermo cinematografico. La sensazione di trovarsi così di fronte ad una puntata gonfiata di una qualche serie televisiva su AMC si fa ancora più forte ed ingombrante.

A questo punto, dovendo guardare un film ambientato nell’antico Giappone, con protagonista uno straniero in terra straniera, tanto vale guardarsi The man with the iron fists. Almeno ci sono Russel Crowe in una delle interpretazioni più divertenti della sua carriera e, soprattutto, Lucy Liu che gestisce un bordello.

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