Dell’arte di fare un remake pt.2

La fresca uscita di Oldboy di Spike Lee, remake dell’omonimo film del 2003 di Park Chan-wook, è un buon pretesto per tornare a parlare del fenomeno dei remake, argomento di cui avevo brevemente trattato nei primi giorni di vita di questo blog. In quell’articolo si diceva di come di per sè l’idea di realizzare un remake non sia obbligatoriamente sinonimo di prodotto scadente e poco originale. Questo a patto che chiunque sia coinvolto nella sua realizzazione abbia delle forti convinzioni riguardo quello che sta creando, con una ben definita idea artistica da sviluppare.

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Il caso del film di Spike Lee dimostra chiaramente quello che succede quando questo non si realizza. Sia chiaro, non siamo di fronte ad un pessimo film. Non lo si guarda pensando ogni tre secondi che si tratti di una schifezza e che le nostre ore di vita non torneranno più indietro. Ma, e questo è il difetto che sottende l’intera operazione, al film di Spike Lee manca l’intera ragion d’essere che invece permeava il film originale. Prima di tutto, l’opera di Park Chan-wook si piazza al centro della cosiddetta Trilogia della Vendetta e quindi contribuisce alla realizzazione di un disegno più ampio in cui il regista esplica una sua visione del mondo, della violenza, dei concetti di giustizia e vendetta. Al contrario, il film di Spike Lee è un oggetto estraneo alla cinematografia più pura del regista ed è chiaramente più una marchetta che altro; se poi vogliamo considerare le ultime prove del regista che non ne azzecca una da lungo tempo, e l’inferiore spregiudicatezza tecnica mostrata nella realizazzione del film, ecco come tutti i nostri puntelli posti come conditio sine qua non per la realizzazione di un ottimo remake vengano a cadere. Confrontare ad esempio la famosa scena in piano sequenza presente nel film originale in cui il protagonista si batte armato di martello contro una gang di criminali, e qui girata come una classica scena di combattimento di un normalissimo film americano medio, rende l’idea della diversità artistica dei due progetti. Poco conta poi che il tema di fondo resti uguale o che in certi frangenti la violenza sia addirittura maggiore al suo progenitore.

Quindi, a denti stretti, cosa può far fallire un remake? Nel caso di Oldboy abbiamo puntato l’accento sulla inferiore capacità tecnica e all’estraneità del regista nei confronti del soggetto del film. Se Park Chan-wook ci regala una terrificante analisi globale dell’uomo e dei suoi lati più oscuri, partendo da caratteristiche incredibilmente universali (la stupidità involontaria degli adolescenti, l’incapacità di comprendere l’influenza delle proprie azioni sulle vite degli altri, l’incapacità di perdonare gli altri e sè stessi) il tutto decantato attraverso i mezzi di un ottimo cinema d’azione e di tensione, Spike Lee al contrario respinge il campo connotando il suo film di elementi dichiaratamente politici e non solo: politici dal punto di vista americano. Josh Brolin è il tipico americano sbruffone e all’inizio del film rappresenta tutti gli stereotipi che nel male caratterizzano l’immagine del film. La potenza universale del film originale viene quindi diluita e banalizzata.

Portando questo discorso ad un livello globale cinematografico, e quindi non relegandolo al singolo Oldboy di Lee, elemento fondamentale per il successo del film deve essere l’adeguamento corretto del messaggio di fondo del film d’ispirazione al linguaggio e alla mentalità del pubblico di fruizione del remake. Se il film originale ha delle premesse che culturalmente pretendono delle determinate attenzioni e se queste caratteristiche sono talmente radicate nella mentalità dello spettatore d’origine, trasporle pari passo nel remake diventa garanzia d’incapibilità e di insuccesso, così come il totale stravolgimento può comportarne la banalizzazione e l’appiattimento.

Nemmeno la replica tale e quale, passo per passo e inquadratura per inquadratura sono garanzie di successo. Basti pensare a due casi eclatanti quali lo Psyco di Gus Van Sant e il Funny Games di Haneke (il secondo addirittura opera dello stesso regista dell’originale). Entrambi i film sono la fotocopia del film di partenza. Stesse battute, stesse inquadrature, stessa partitura musicale. A cambiare sono solo gli attori. L’effetto che ne risulta però è straniante e, soprattutto, povero. Vedere lo stesso film originale con unico cambiamento quello degli attori porta all’ovvia domanda: perchè non guardare il film originale allora? Che differenza esiste tra il vedere uno Psyco degli anni Sessanta o uno degli anni Novanta (tra l’altro il primo in uno splendido bianco e nero, seppure scelto da Hitchcock per motivi economici), oppure nel vedere una o l’altra versione di Funny Games di Haneke (sebbene in questo caso si possa ascrivere la scelta del regista come volutamente provocatoria come per dire: voi americani apprezzate il mio cinema ma non volete perdere tempo con i sottotitoli, così ecco che vi do la mia personale versione di doppiaggio). Nessuna. Ed ecco che, ancora, in mancanza di un’idea artistica forte ed unica, il senso del remake viene perduto.

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In definitiva, ed è questo che molti dovrebbero tenere a mente: non conta quanto fedelmente il film originale venga seguito. Su Internet è pieno di talebani che eseguono esami autoptici di ogni scena, paragonando i film minuto per minuto, rilevando ogni minima deviazione dalla trama originale e gridando allo scandalo. No, questo è veramente uno dei dettagli meno importanti. A contare, ragazzi, sono le idee. Sempre e comunque.

Fare filosofia, questa volta senza dinosauri (To the wonder)

Chiunque ami il cinema, dovrebbe amare Terrence Malick e su questo non ci sono dubbi. Sarei pronto a sottoscrivere questa affermazione anche se minacciato di morte al fine di dire l’esatto contrario. Un regista che dopo un paio di decadi di silenzio assoluto ti spara in faccia, senza nemmeno prima avvisarti, un oggetto cinematografico come The thin red line, merita ogni forma di viscerale ammirazione che qualcuno riesca a mostrargli. Voglio dire, stiamo parlando di un film che prende a ceffoni in faccia il Saving private Ryan di Spielberg (film che curiosamente uscì nello stesso anno di The thin red line e che, in un qual certo senso, ne minò da subito le possibilità commerciali). Il film bellico di Malick presenta da subito gli elementi che andranno a costituire poi l’ossatura del suo dittico filosofico composto da The tree of life e da questo, visto da me recentemente, To the wonder.

Sgombriamo subito il campo dagli equivoci: come avrete capito seguendo questo blog, il mio amore per il cinema è tale da portarmi ad apprezzare film di generi completamente diversi. Proprio oggi ero entrato da HMV in Oxford Street con l’intenzione di comprare il blu ray di The raid e ne sono uscito con in mano una copia del Santa Sangre di Jodorowsky. Per contro, una sera stavo navigando nell’Internet alla ricerca di un box set contenente la tetralogia del potere di Sokurov e mi sono ritrovato a farmi una visione dell’ultimo, sfortunato, Dredd (che non è poi così male e che, nonostante sia uscito nello stesso periodo di The raid e nonostante una trama praticamente identica, osservando le date di produzione ci si può rendere conto di come i due film abbiano storie produttive assolutamente indipendenti). Questa premessa era necessaria per farmi capire come l’opera spudoratamente dalle ambizioni filosofiche di un autore che schifa in modo del tutto evidente ogni forma di cinema commerciale, non solo non mi spaventa od urta di principio, ma addirittura può scatenare le mie salivazioni pavloviane più sfrenate.

Mi sono avvicinato a To the wonder carico di aspettative, dopo essere rimasto affascinato e sbalordito dalla visione di The tree of life.  Il film rappresenta una sorta di espansione del precedente e di questo ne esaspera ulteriormente le caratteristiche di montaggio e rappresentazione. La storia viene ridotta al minimo essenziale: un uomo e una donna si conoscono in Francia, il loro amore sembra perfetto ma quando si trasferiscono in America qualcosa si rompe. Lei torna in Francia, lui prova a riallacciare i rapporti con una vecchia fiamma ma anche questo rapporto finisce male. La ragazza francese ritorna in America e riprovano a impostare il loro rapporto d’amore ma qualcosa si è rotto definitivamente. Lei torna in Francia.

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Il tutto viene scandito con una quasi totale assenza di dialoghi, fatta eccezione per qualche saltuaria battuta e qualche voce fuori campo. Le scene vengono montate per accostamenti visivi che hanno più a che fare con la poesia che con il cinema e il grosso peso della narrazione ricade sulla bellezza delle immagini e sulla grandiosità della colonna sonora. Gli attori protagonisti, (un fortunosamente quasi muto Ben Affleck, Olga Kurylenko e Javier Bardem) si muovono sullo schermo come ipnotizzati, fantasmi di celluloide che proiettano il loro male di vivere allo spettatore. Non parlano e non ce n’è bisogno, soprattutto nel caso di Bardem, fantastico prete in piena crisi, poichè Malick li dirige stupendamente facendo in modo che tutto quello che dovrebbero dire sia in realtà esplicato da quanto mostrato.

Ovviamente siamo di fronte ad un film quasi sperimentale, con un ritmo lentissimo e onirico che fanno sembrare la sua ora e quaranta di durata molto ma molto più lunga. Contrariamente da The tree of life non abbiamo momenti di digressione epica. Non ci troveremo ad un certo punto sul divano urlando “DINOSAURI!” a squarciagola come bambini di otto anni. Malick si ferma a raccontare piccoli momenti di vita quotidiana di persone assolutamente quotidiane, se non noiose. Prende momenti casuali della loro esistenza e li proietta sullo schermo come spezzoni, quadri in movimento di vite del tutto ordinarie.

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Se pensate che un film che affonda le proprie radici nella filosofia possa interessarvi, allora dovreste vederlo. Se non lo pensate, dovreste vederlo ugualmente. Potrebbe piacervi. Poi al massimo potete sempre vedervi un The raid.

Note a margine:

  • anche in questo film continua la propensione di Malick nel presentare personaggi che a livello di storia principale contano poco o nulla: in The tree of life avevamo Sean Penn, qui abbiamo Javier Bardem.
  • altro elemento tipico della cinematografia malickiana è il suo continuo eliminare scene farcite di star. Vittime illustri di questa tornata sono Jessica Chastain, Berry Pepper, Michael Sheen, Amanda Peet e Rachel Weisz.
  • l’ho già detto ma lo ripeto: NON CI SONO DINOSAURI.
No, questa volta non ci sono
No, questa volta non ci sono

Che differenza c’è tra un Levinson e un Bay? (The Bay)

Beh, che un Levinson potrà fare un The Bay, ma un Bay non potrà mai fare un The Levinson.

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Ecco, adesso che con questa battuta mi sono giocato ogni (minima) forma di autorevolezza, posso passare a parlare del film di Barry Levinson: The Bay. In fondo poi non è che me ne possiate fare una colpa. Sarà capitato anche a voi ogni tanto di avere in mente una battuta talmente stupida che non se ne vuole andare via, un po’ come una canzone di Gigi D’Alessio che continua a rintronarvi nella testa. Solo che, nel caso di Gigi D’Alessio, solitamente è prevista un’operazione chirurgica per la sua rimozione, solitamente consistente di due fasi: nella prima viene asportata la parte di cervello colpevole della riproposizione mnemonica dello scempio canoro, successivamente vengono perforati i timpani per evitare che nuovi input sonori possano presentarsi. Nel mio caso, invece, la battuta una volta detta svanisce nel nulla, come lacrime nella pioggia.

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Ma parlavamo di Barry Levinson e di questo POV/found footage, al di sopra della media, ma che sempre di found footage/POV si tratta. Ora, dai tempi di Cannibal Holocaust in poi, il found footage è sempre stato una buona scusa per la povertà di mezzi tecnici impiegati nella produzione del film. La telecamera balla continuamente e le riprese sono fatte alla cazzo di cane? Si tratta di un found footage, rappresenta la realtà! Gli attori recitano in modo cagnesco fino a farti sanguinare i timpani e a farti gocciolare la bile dagli occhi? Sempre di found footage si tratta, quindi la presenza di attori professionisti renderebbe l’esperienza visiva meno realistica. Tra Cannibal HolocaustThe Blair Witch Project (aka L’origine di tutti i mali tra i non estimatori del FF) c’è stato un buco nero nel genere, ma da lì in poi abbiamo avuto una vera e propria orgia di prodotti simili, quasi sempre realizzati da perfetti sconosciuti in cerca di soldi facili. Diciamo che per il sottoscritto, l’unico luogo dove il POV trova la sua vera ragion d’essere è su YouPorn, ma qui forse staremmo a divagare troppo.

Va però detto che quando si tratta di seri professionisti impegnati nella realizzazione di prodotti POV, allora la musica può cambiare e se Cloverfield rappresenta un mezzo passo falso sulla strada dell’auto miglioramento zen, questo The Bay invece risulta essere un film godibile e ben realizzato, decisamente ben al di sopra della media degli altri prodotti dello stesso genere. Barry Levinson non è uno sprovveduto, è un signor regista che al suo arco ha avuto ben più di una freccia: ha diretto il signor De Niro prima che questi iniziasse ad accettare tutti i ruoli rifiutati da Nicolas Cage perchè questi li riteneva poco interessanti (e stiamo parlando di Nicolas Cage, che praticamente accetterebbe di recitare il manuale d’istruzioni del Folletto Vorwerk), più qualche altra sciocchezuola tipo Rain ManSfera e quel fantastico film politico che è Sesso e potere. Quindi risulta ovvio che in mano ad un signore simile, il genere POV possa regalare ottime emozioni allo spettatore. Cosa che puntualmente accade.

Prima di tutto, siamo di fronte ad un prodotto ibrido: sebbene il film sia presentato come una ricostruzione di una serie di filmati digitali provenienti da diverse fonti (telecamere digitali, conferenze Skype, telecamere di sicurezza) che avvicina maggiormente il film al mockumentary, un minimo di montaggio viene fornito. Ecco quindi la presenza di una colonna sonora che sottolinea le scene di maggiore tensione e una serie di montaggi e salti temporali avanti e indietro nel tempo nella presentazione dei filmati che, privando il film dell’unità cronologica di tempo tipica di tutti i POV, aumenta la caratura del film e il coinvolgimento dello spettatore, generando una suspense godibile.

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Levinson gioca con gli stilemi del genere POV mescolandoli con quelli dei film sulle epidemie, raccontando la storia di una nuova specie di parassiti che, tramite l’acqua, abitano i corpi degli abitanti di una classica cittadina americana, divorandoli dall’interno. Levinson rifugge dall’effetto speciale semplicistico e sensazionalistico, regalandoci alcune inquadrature splatter quando e dove lo ritiene necessario per mantenere alti il ritmo e la tensione, mentre non manca di inserire un sottotesto ecologico e politico imputando la causa della nascita della nuova specie di super parassiti all’inquinamento causato questa volta dagli escrementi dei polli nutriti con steroidi e cibi modificati geneticamente.

Sarà forse una lezione trita e ritrita, l’uomo fautore della propria distruzione a causa della sete di profitto, ma nell’economia del film regge piuttosto bene e non appesantisce più di tanto la narrazione. Alla fine del film , non resta che sorseggiare un buon bicchiere d’acqua, magari dandoci prima una bella controllata.

Dylan Dog e BAO, un’onomatopea e un destino

Il rapporto tra Dylan Dog e la BAO prosegue sempre più felicemente. Dopo aver curato l’adattamento in versione cartonata extra-lusso della storia Mater Morbi, scritta da Roberto Recchioni, ora viene dato l’annuncio di un nuovo adattamento delle storie scritte da Marco Bilotta e ambientate in un futuro prossimo venturo, in cui Dylan Dog vive in un pianeta Terra in cui l’Apocalisse zombie predetta nell’ormai lontanissimo numero 25 della serie regolare si è avverata.

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Questo è il link alla pagina facebook ufficiale del fumetto Bonelli: https://www.facebook.com/DylanDogSergioBonelliEditore dove viene dato l’annuncio dell’operazione che vedrà la luce probabilmente nell’estate del 2014. L’operazione di rinnovamento del personaggio prosegue dunque alla grande e queste edizioni lussuose contribuiscono alla sua rinascita e al giusto riconoscimento che deve essere dato a chi ha rappresentato (e vuole di nuovo rappresentare in futuro) un grosso punto di riferimento per la cultura popolare italiana. Tanto più che queste edizioni da libreria possono tentare di smuovere il preconcetto tutto italiano per cui il fumetto sia solo una cosa da bambini, indegna di persone adulte. Concetto del tutto estraneo in altre nazioni: basti pensare all’Inghilterra, dove il Sandman di Neil Gaiman ha subito ogni tipo di trattamento editoriale, dalla raccolta in dieci volumi con ricolorazione computerizzata, alle edizioni Absolute cartonate, fino all’ultima Omnibus in due volumi che definire lussuosi è dire poco.

Che la rinascita di Dylan Dog possa continuare così.

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Stay tuned, stay rejects!

La perfezione in un trailer: The Raid 2

Robert Redford si sta godendo tutti gli apprezzamenti per la sua performance in All is lost e noi possiamo fare i cinici e ridere del fatto di come un attore possa essere apprezzato per la sua performance in un film in cui, in pratica, non dice una parola che sia una e in cui non interagisce con nessun altro che non sia sè stesso. Sinceramente, che clip mostri alla sua premiazione? Quale incredibile scena di dialogo puoi mostrare? Poi certo, facciamo meno i cinici e bisogna ammettere che reggere un intero film sulle proprie spalle non è facile e che fare in modo di mantenere desta l’attenzione dello spettatore a suon di primi piani intensi e silenzi non è il lavoro più semplice del mondo. CI sono esempi ottimi come il recentissimo Gravity e il Cast away di Zemeckis e altri che, semplicemente, no non se ne parla nemmeno. Sì, Will Smith, sto parlando con te, hai capito deh? I am legend merita di sparire nell’oblio, non vale un’unghia del Last man on Earth, girato decenni fa con un milionesimo del tuo budget.

Detto questo, sto parlando di Robert Redford in senso lato perchè da lui si passa alla sua creatura, il Sundance Film Festival che ogni anno regala tanti piaceri e tanti dolori e che oscilla sempre in bilico tra l’essere un Festival interessante in cui il cinema indipendente trova la sua voce e un Festival masturbatorio per hypster che vogliono tanto essere indipendenti ma che in realtà poi non hanno uno straccio di idea originale che sia una e che vogliono solo una occasione per farsi vedere da quelli che contano per entrare nel mondo mainstream più becero.

Dunque Redford, Sundance e quindi? Beh, il Sundance del 2012 verrà conosciuto come il Sundance più importante della Storia, vero punto di svolta della sua esistenza, in quanto presentò senza sapere nemmeno lui perchè The Raid: Redemption, ovvero altresì noto come “il film action che pone fine ad ogni film action”. Sono passati due anni e adesso il Sundance annuncia che presenterà il seguito di quel capolavoro assoluto, di quel Citizen Kane degli action che prende Citizen Kane e lo scaraventa di schiena sulla balaustra delle scale e gode del suono delle ossa che si rompono.

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Il primo film è talmente perfetto che immaginare il suo seguito fa tremare le gambe per il timore della delusione. Le aspettative sono alte, ma la realtà combatte e senti una voce dentro di te che dice: “Non sarà bello, non sarà bello, lascia stare, non rovinarti il ricordo di quel pezzo di storia del cinema.”

In ogni caso, il trailer che è stato da poco rilasciato è, da solo, il miglior film che ci si possa aspettare e Handel dovrebbe alzarsi dalla tomba e ringraziare chiunque abbia inserito la sua Sarabanda come colonna portante. Signori e signori, ecco a voi il trailer di The Raid 2: Berandal.

Cose che i tuoi amici non capiranno mai pt.2: Rocky

Non c’è nulla da fare: Stallone porta sulle spalle il fatto di essere Stallone e quando sei Stallone, allora niente conta più del fatto che tu, sì, sei Stallone e quindi puoi guardare tutti dall’altezza del tuo essere Stallone perdendo però nel contempo la possibilità di farti prendere sul serio andando al di là del fatto che sei Stallone.

Ok, volevo scrivere il più possibile il nome Stallone nella frase d’apertura dell’articolo. Piccole follie e manie di un cinefilo reietto che ha amato e tutt’ora ama il cinema fracassone e burrascoso americano degli anni ’80, quel cinema fatto di acconciature e abbigliamenti improbabili e attori muscolari che gridano STEROIDI proprio così, in capital letter che servono a giustificare quella abbondanza di muscoli e sudore che pompa a ritmo di grancassa elettronica. Stallone (ancora), Schwarzenegger (noto come lo Stallone con accento austriaco), Carl Weathers, Dolph Lundgren, Steven Seagal, il Chuck Norris pre-Chuck Norris facts sono tutti nomi che in chi ha bazzicato quel tipo di cinema scatenano reazioni pavloviane incontrollate.

Stallone è diventato il padrone di Hollywood grazie fondamentalmente a un film piccolo piccolo a cui nessuno credeva veramente. Stiamo parlando ovviamente di Rocky, il capostipite di una serie in cui nel terzo capitolo avremo la scena di training più omoerotica degli anni ’80 e che nel quarto contribuirà al crollo del Muro, al Disgelo tra le Superpotenze, al crollo definitivo del Comunismo e, insomma, in generale alla salvezza del mondo dalla distruzione termonucleare. Per inciso, Rocky 4 diventa anche uno dei film di Natale meno proiettati a Natale della storia del cinema. Un bel modo di ringraziare il nostro Stallone per aver salvato il mondo e con uno splendido voltafaccia di rapidità inaudita, dopo che pochi mesi prima aveva polverizzato mezzo esercito russo in Afghanistan nel terzo capitolo della sua seconda grande creatura: Rambo.

Pacificare il mondo, un cazzotto in fazza dopo l'altro
Pacificare il mondo, un cazzotto in fazza dopo l’altro

Come dicevo, il primo Rocky è un film di piccole dimensioni, soprattutto dal taglio che viene dato alla storia e che le successive incarnazioni del personaggio porteranno a snaturare e a far sparire dalla mente degli spettatori. Il Rocky di Rocky 4 è un supereroe, un superuomo che si erge a simbolo di un mondo che rischia di finire a causa del conflitto USA-URSS. Non a caso è uno dei capitoli che più vengono considerati dai fan della saga: è caciarone, esplosivo, un film d’azione fatto e finito, dove Stallone anzichè impugnare una mitragliatrice indossa dei guantoni. Ma siamo negli stessi luoghi dell’Epica, negli stessi canoni dell’Azione: approfondimento psicologico nullo, stereotipi su Russi e Americani, acceleratore a palla sui tasti emozionali dello spettatore e via andare.

L’esatto opposto di Rocky. Che era un film estremamente realistico. Stallone interpreta un fallito, un ragazzo francamente stupido, che viene sbeffeggiato da tutti nel quartiere in cui abita e che per vivere fa il galoppino per un criminale di mezza tacca della zona. La sua carriera di pugile è ad un punto morto, nessuno lo vuole allenare perchè nessuno pensa che possa combinare mai qualcosa di buono. Sentimentalmente è un disastro, è innamorato di una ragazza che non se lo fila manco di striscio e l’unico amico che ha è il fratello ubriacone della stessa.

Quando finalmente arriva il momento dello scontro contro Apollo Creed, succede quello che succederebbe nella vita vera: un pugile dilettante contro un pugile campione del mondo, perde. E Rocky perde. Dignitosamente, arrivando all’ultima ripresa quando nessuno l’avrebbe creduto possibile e mettendo in difficoltà il campione del mondo, ma in ogni caso perde. Il film finisce così, con Rocky interessato solo alla donna di cui è innamorato e che è riuscito a far entrare nella sua vita.

Semplice e lineare. Lo scontro tra i due pugili occupa gli ultimi dieci minuti di un film di due ore abbondanti. La sceneggiatura è opera dello stesso Stallone il quale verrà candidato all’Oscar grazie ad essa (oltre che ottenendo una seconda candidatura come Miglior Attore) e racconta in modo stupendo una Philadelphia che mai verrà raccontata così intensamente, almeno fino ai titoli di testa del film omonimo con Tom Hanks (anche se in quel caso potrebbe essere più merito di Bruce Springsteen). I sobborghi della città, abitati da disadattati, da gente povera che lotta tutti i giorni della propria esistenza, vengono fotografati con amore, ogni immagine è perfetta. Sentiamo il freddo che ammanta la città, sentiamo vibrare la nostra casa quando passa la metropolitana. Rocky stesso è un personaggio con cui entriamo subito in sintonia, per cui riusciamo a provare un moto di empatia, proprio perchè Rocky è un personaggio vero, realistico. Qualcuno che nella vita non ha mai ottenuto nulla, che nonostante il grande cuore di cui è dotato non è mai riuscito ad emergere dalla nullità in cui si ritrova e che per caso si trova tra le mani il biglietto vincente della lotteria e ne rimane spaventato.

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Tutti i personaggi sono perfettamente calibrati, le interazioni tra di loro sono bilanciate e, lo ripeto ancora, perfettamente realistiche. Paulie, Adrian. Mickey, sono entrati nella Storia del Cinema passando prima attraverso i nostri cuori e sono lontani mille miglia dalle figure di cartone che abiteranno i film successivi.

Stallone stesso sembra raccontare nel film la propria storia personale. Nessuno crede al progetto del giovane attore, che lotta fino ad ottenere che il film si faccia, mollando la presa sulla propria intenzione di dirigerlo, ma aggrappandosi con le unghie alla volontà di interpretarlo. Il resto, come si suol dire, è Storia: campione di incassi in tutto il mondo, vince tre Oscar (Miglior Film, Miglior Regia a John G. Avildsen e Miglior Montaggio) e una montagna di altri premi in giro per il mondo. Non fosse stato per i seguiti, ora tutti lo tratterebbero come un capolavoro, Invece è diventato un ricettacolo di scene strappate dal loro contesto (la più celebre è forse l’urlo finale), che servono solo a strappare qualche sorriso ed alimentare parodie di terza categoria.

Ma noi cinefili reietti sappiamo benissimo quale sia la Verità, anche se i nostri amici non potranno mai capire (come mai capiranno Rob Zombie).

Quel film che ti fa esclamare “Holy Shit!”: Holy Motors

Tutto il mondo è un teatro e tutti gli uomini e le donne non sono che attori. Così disse un giorno di tanti anni fa un uomo molto più saggio di me (un’altro uomo saggio avrebbe illuminato il mio percorso dicendo: “Yippee ki-yay,motherfucker,” ma questa è tutta un’altra storia). Non c’è questa frase in apertura di pellicola, ma è come se aleggiasse per tutta la sua durata.  Ci sono film che vogliono raccontare tutto del mondo, che vogliono estrapolare verità universali se non la Verità stessa, e che falliscono miseramente crollando sotto il peso delle proprie ambizioni. Poi ci sono film come Holy Motors di Leos Carax in cui il progetto sembra preparato accuratamente per far fallire il regista e le sue intenzioni e invece tutto fila liscio. In quel caso ti ritrovi di fronte ad un prodotto talmente unico da farti sobbalzare per la sorpresa.

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Holy Motors non è niente più e niente meno che un Amèlie lisergico calato all’Inferno, in cui il gioco realtà-finzione è talmente fluido e ramificato che perde di significato porsi la domanda su quanto ci sia di reale di quello a cui stiamo assistendo sullo schermo e quanto sia invece falsità. La struttura ad episodi del film permette al regista di cambiare continuamente tono, mentre seguiamo le peripezie del protagonista, “Oscar” e il suo viaggio giornaliero attraverso nove diversi personaggi.

Lui sta interpretando delle parti, è un attore e il suo lavoro è quello di recitare delle scene prestabilite in vari luoghi di Parigi. Per conto di chi lo fa? Esiste una Società Segreta che vuole assistere ad un cinema/teatro più vero del vero, in cui a volte le morti vengono simulate e altre volte invece sono reali? Volendo ricercare una stretta spiegazione logica, questa potrebbe essere la più adeguata, ma Holy Motors è davvero un film che non vuole richiedere una spiegazione logica allo spettatore. Oscar fa quello che deve fare, forse una Società Segreta esiste davvero (rappresentata dal dialogo del protagonista con Michel Piccoli) e qualcuno muore davvero mentre qualcun altro inscena soltanto la propria dipartita. Non importa, perchè la storia in sè e per sè non esiste. Quello che Carax fa tramite il suo “Oscar” (un nome, un desiderio) è quello di espletare un excursus nei generi cinematografici, regalando a tutti noi un fantastico omaggio al mondo del cinema, talmente bello da poter essere considerato il suo epitaffio.

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La scena iniziale, ambientata proprio in un cinema, inizia il gioco metacinematografico che ci accompagnerà per tutta la durata della pellicola. L’amore di Carax per la Settima Arte è evidente e, al contrario di Paul Schrader che all’inizio del suo The Canyon decide di mostrare immagini di sale diroccate e abbandonate al loro destino, qui ci viene presentata una platea stracolma di spettatori. Per Carax il cinema è ancora vivo, semplicemente si sta trasformando, esattamente come il suo attore feticcio Denis Lavant che si cambia e si moltiplica continuamente e che nel secondo segmento, quello dedicato all’uomo della capture rendering, si trasforma persino in un drago digitale. Il mondo dei bit è entrato nel mondo del Cinema, secondo Carax, ma non l’ha ucciso. L’ha solo trasformato.

Folle ed abissale, il film si basa su immagini e scene che restano incollate alla pelle dello spettatore. Parigi, appena inquadrata, lasciata sullo sfondo e vista come di sfuggita con la coda dell’occhio. risalta ancora di più proprio per questo motivo quando le viene lasciato un poco di spazio in più. Esemplari la scena sul tetto dell’albergo in cui si vedono la Torre Eiffel e Notre Dame, e la scena in cui Denis Lavant interpreta il suonatore di fisarmonica. La malinconia e la bellezza di quest’ultima scena sono struggenti e di una intensità incredibili.

Tra le varie scene e i vari personaggi che ci vengono mostrati, spicca quello dedicato ad Eva Mendes e con Denis Lavant che ripesca il personaggio interpretato in Merde, l’episodio diretto sempre da Carax e presente nel film Tokyo!, opera composta da tre episodi diretti da tre registi diversi (gli altri due sono Michel Gondry e Boong Joon-ho). In questo spezzone il protagonista di Merde rapisce la modella Eva Mendes e la porta nel sottosuolo di Parigi, dove la vestirà con un burka e si denuderà di fronte a lei prima di mangiarle i capelli. Pura follia grottesca, che nelle mani di un altro regista sarebbe stata solo ridicola e che invece in questo caso funziona alla grande (così come funziona in modo incredibile la scena finale con le limousine parlanti).

Insieme a Cosmopolis, il miglior film ambientato per lungo tempo in una limousine, ma al contrario del film di Cronenberg non parte con l’handicap di essere interpretato dal vampiro luccicante. Il viaggio di Oscar attravero la città e il tempo rappresenta una delle migliori esperienze cinematografiche degli ultimi anni.