The Conjuring

Voglio raccontarvi la storia di un bravo ragazzo che una volta riuscì a sviluppare un’idea in modo talmente geniale da riuscire a dar vita ad uno dei franchise moderni del nuovo millennio e, contemporaneamente, a contribuire alla fondazione di un genere cinematografico: il torture-porn. Ogni decade ha mostrato una determinata declinazione tramite cui mostrare e raccontare quanto avveniva in essa. Senza troppo analizzare, chè servirebbe un saggio di quelli da duemila pagine rilegate in pelle umana e che se letto ad alta voce probabilmente potrebbe scatenare una possessione demoniaca degna di un Evil Dead, possiamo comunque dire che negli anni ’50 la paura della bomba atomica e del comunismo ha generato la fantascienza delle invasioni aliene, poi sono venuti la guerra del Vietnam e il consumismo sfrenato e abbiamo avuto quindi le varie versioni zombiesce, cannibalesche e dei mondo-movies più o meno intrecciate. Nei gloriosi anni ’80, in cui tutto era più grande, il genere che la faceva da padrone era lo slasher con la trinità composta da Freddy Krueger, Jason Vorhees e Michael Myers. Negli anni ’90 il genere horror è caduto in letargo e non abbiamo avuto grandi scossoni e di conseguenza nessuna grossa immagine iconica è stata partorita in quel decennio (no, non voglio considerare tale l’assassino di Scream, Kevin Williamson dovrebbe soffrire per quanto mi riguarda).

James Wan, negli Anni Zero del 2000 è riuscito nell’impresa di creare una nuova icona del terrore, l’assassino moralista che vuole far apprezzare la vita a chi non la ama più e con esso si sono cementificate le fondamenta del torture-porn. Saw ha incassato uno sfracello di soldi, James Wan si è sentito fico e potente, le case di produzione sfornavano un capitolo di Saw all’anno, puntuali come la morte e le tasse.

Dopodichè il nostro Wan è andato oltre e ha iniziato a lavorare ad altri progetti, alcuni più riusciti di altri. Finchè nuovamente sembrerebbe fare centro e sembrerebbe farlo con questo The Conjuring. Spesa abbastanza risibile per un film horror americano che non sia uno straight-to-video e incasso mostruoso che fa presagire la nascita di una nuova serie di successo con protagonisti i due detective del paranormale (Dylan Dog, se ci sei batti un colpo). Basando molto dell’interesse su quella scritta magica che compare ad inizio film, quella sorta di formula che consente a molti registi di sfangarsela con poco sforzo, ovvero BASED ON A TRUE STORY, il film racconta di una casa infestata e di una possessione demoniaca.

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Come dobbiamo trattare il nostro Wan? Certa critica e il pubblico sembrano averlo premiato in questa occasione. Io, personalmente, lo avevo preferito e di molto anche, in Insidious. In The Conjuring tutto scorre sui binari della prevedibilità. Forse sarà colpa mia che ho visto una cifra difficilmente quantificabile di film in cui qualcuno viene posseduto (sì, anche in quel senso, ma non stiamo qui a sindacare e passiamo oltre) o in cui un fatto di sangue fa sì che una casa o un luogo particolare sia maledetto e causi soltanto guai a chi vi abita. Comunque, dicevo, tutto è prevedibile. Dalle manifestazioni iniziali con gambe tirate di notte, ad oggetti che crollano al suolo senza apparente motivo.

Il grosso problema del film consiste, secondo me, che a fronte di una parte iniziale veramente lunga e lenta, in cui le manifestazioni avvengono con il contagocce e tutte abbondantemente annunciate, poi si passi da zero a “Satana abita in questa casa” nel giro di pochi minuti. I due detective del soprannaturale vengono chiamati per indagare e subito viene scoperto tutto quanto si doveva scoprire. Non c’è la sempre presente lotta tra scetticismo e possibilismo, non abbiamo modo di assistere ad una transizione da una fase di diniego ad una di accettazione. Semplicemente, accadono delle cose strane e immediatamente la madre pensa ad una infestazione paranormale. Punto. Mentre nella realtà la famiglia visse per nove anni nella casa infestata, nel film paiono trascorrere pochi giorni, al massimo qualche settimana tra l’inizio della vicenda e la sua conclusione.

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Conclusione che, tra l’altro, appare estremamente semplicistica e apparentemente a lieto fine, nonostante nelle avvertenze iniziali lo spettatore fosse stato informato di come quello che si sta apprestando a vedere sia l’unico caso di cui i due detective del paranormale abbiano tenuto nascosto per lungo tempo poichè eccezionalmente scabroso.

Insomma, mentre attendo di vedere Insidious: chapter 2, non posso fare a meno di pensare che in questo caso il nostro amico Wan sia partito con dei piedi d’argilla nella creazione di questa nuova serie cinematografica. Solo il tempo, e i sequel, sapranno confermare o meno i miei pensieri.

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