Zombi Horror, l’horror degli zombi

Quanto può essere sottile il confine tra trash e brutto? Guardando Le notti del terrore (altro titolo con cui è conosciuto questo film), potremmo dire che non si tratta di una sottile differenza. Un film è trash quando, vuoi per una congenita mancanza di mezzi, vuoi per una sua certa indole (anche se qui si potrebbe forse parlare più di camp), oltrepassa i confini del genere che vuole raccontare e sviluppa una strana espressione matematica per cui la somma delle singole parti è superiore all’intero che lo costituisce. In poche parole: Attila flagello di Dio è un film trash che considerato nel suo insieme vale pochissimo: storia ridicola, scenografia e costumi pure. Eppure è pieno zeppo di scene che sono entrate a far parte della tradizione cinematografica italiana. Si tratta di un film povero, poverissimo e molto, molto trash. Non brutto. Quando invece ad un film mancano questi elementi di purezza cinematografica che gli permettono di farlo risaltare, allora siamo di fronte semplicemente ad un brutto film.

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Zombi horror per i succitati motivi è un brutto film. Nel 1981 Andrea Bianchi dirige questa pellicola in cui niente, ma proprio niente si salva, al di fuori dei trucchi degli zombi e alcuni effettacci splatter che comunque non contribuiscono a sollevarla dalla mediocrità e dalla bruttezza. Il filone zombesco italiano, dopo praticamente solo due anni (Zombi 2 di Fulci è del ’79) è già stato sfruttato e strapazzato fino al limite possibile e questo Le notti del terrore giunge ormai stanco alla meta. Gli zombi stessi sono diversi da quelli del canone classico. Utilizzano attrezzi per compiere i loro omicidi, con risultati spesso risibili va detto, e organizzano piani d’attacco. Il classico assedio alla villa dei protagonisti, un gruppo di persone di cui vorremmo la morte sin dal primo istante in cui li incontriamo, si protrae in modo stanco e senza guizzi di originalità, mentre le dinamiche tra gli assediati sono sempre un MACCOSA dietro l’altro. A spiccare è soprattutto il rapporto incestuoso tra un bambino, interpretato da un nano adulto e quindi assolutamente incapace di qualsivoglia verosimiglianza, e la propria madre. Tale elemento pruriginoso sfocerà poi in una scena sanguinolenta in cui il bambino ormai trasformato in zombi staccherà il capezzolo della madre ormai impazzita di dolore per la propria morte. I dialoghi sono poi così atroci da risultare dolorosi e tali da ricorrere per difesa alla visione di un film di Tarantino o alla lettura di qualche pagina di Hemingway.

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Yep. Quello è un capezzolo. E tu dovresti essere un bambino.

Oltre alle interpretazioni davvero al limite della cagnaggine, tanto che più volte potreste trovarvi costretti a controllare che non vi stiano sanguinando gli occhi e che le orecchie non si stiano riempiendo di pus, ci troviamo di fronte anche ad erroracci imperdonabili come quello che coinvolge il nostro amato beniamino nano-bambino: gli zombi lo uccidono staccandogli una gamba ma quando lui si ripresenta sullo schermo zombificato, tale gamba è tranquillamente tornata al proprio posto.

Insomma siamo di fronte ad un film che può essere visto solo per due motivi: o si è degli ossessivi-compulsivi intenzionati a completare la visione di tutti i film a tema zombesco italiani, oppure si è dotati di un’ora e rotte di vita di cui non si sa veramente cosa farsene (e comunque una dormita sarebbe più utile). Ah, dimenticavo la terza opzione: stai scrivendo un blog cinematografico, il cui nome è Il cinefilo reietto. Questo implica che la tua è una mente deviata nutrita per anni e anni da ogni sorta di film. Vedere questa opera di Andrea Bianchi diventa naturale come guardare un film di Spielberg. Non è necessario che tu lo faccia. Non c’è onore. Non c’è gloria. Ma comunque lo fai. Per quanto tempo?

50 (anni) per 13 (Dottori), ovvero: come imparai a non temere, e anzi ad amare, la matematica

Così alla fine come è giunto è passato: il Giorno del Dottore, l’episodio speciale commemorativo dei primi 50 anni di attività del simpatico alieno viaggiatore del tempo è stato proiettato in tutto il globo, vincendo anche il Guinness dei Primati come spettacolo con la più ampia diffusione broadcast nella storia del piccolo schermo. Non solo: per celebrare dignitosamente questo evento l’episodio è stato proiettato anche in numerosi cinema britannici, in 3D. Il sottoscritto ha avuto l’onore di assistervi al Cineworld di Londra, a due passi da Piccadilly Circus e devo ammettere che anche il 3D, spesso bistrattato, in questa occasione è stato ben realizzato.

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Ma come è stato questo episodio speciale? Il Daily Mail non ne ha parlato un granchè bene, ma al Daily Mail si può rispondere con la stessa risposta che gli diede Amanda Palmer.

 

Detto questo, bisogna ammettere che si è trattato di una puntata che da un lato chiude (definitivamente?) la sottotrama legata alla Time War e dall’altro, proprio per come avviene questa chiusura, getta le basi per i futuri sviluppi del serial. Sviluppi che, però potrebbero divergere da quello che è stato il corso attuale del Dottore.

Sin dalla sua prima stagione, nell’ormai lontano 2005 il Dottore si è presentato come l’unico sopravvissuto della sua specie alla Time War in cui Signori del Tempo e Daleks si sono distrutti a vicenda. Al termine della quarta stagione poi, si è scoperto come sia stato invece il Dottore a distruggere entrambe le razze per evitare così che la Guerra Temporale potesse devastare l’intero Universo. Al peso della solitudine per essere l’ultimo sopravvissuto, si aggiunge così anche il peso del senso di colpa per aver sacrificato miliardi di vite pur di poter salvare il resto del Creato. L’incarnazione del Dottore che compie questo genocidio compare poi alla fine della settima stagione, palesandosi di fronte ad Eleven. Nell’episodio speciale, il crimine del Dottore viene cancellato. Ten ed Eleven con l’aiuto di Clara Oswald, dopo aver sventato la minaccia degli Zygon (una minaccia piuttosto blanda in effetti, che serve più che altro per introdurre il concetto della pittura tridimensionale), convincono l’incarnazione guerriera del Dottore che esiste un altro modo per salvare l’Universo: congelare Gallifrey e farlo sparire in una sacca temporale in un Universo alternativo,  facendo così in modo che l’intera flotta Dalek che circonda il pianeta finisca per distruggersi nel fuoco incrociato derivante dalla scomparsa del bersaglio su cui si sta concentrando tutta la loro potenza di fuoco.

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Dopo la riuscita del piano però iniziano i problemi che, si spera. le successive stagioni sistemeranno: ora il War Doctor intepretato da John Hurt diventa a tutti gli effetti un Dottore, quindi teoricamente Ten diventa Eleven, Eleven Twelve e il prossimo Dottore, interpretato da Peter Capaldi, Thriteen e, di conseguenza l’ultima incarnazione possibile. Però la rigenerazione di John Hurt era stata indotta artificialmente, quindi non dovrebbe contare e in più resta ancora in sospeso la questione delle rigenerazioni che possono o non possono essergli state donate da River Song in Let’s kill Hitler. Cosa più importante, al di là della matematica, è che adesso il personaggio dovrebbe perdere parte del peso che gravava sulle sue spalle, poichè il genocidio non è più avvenuto (Nine e Ten non cambiano, perchè l’incontro tra i Dottori genera un alterazione del flusso temporale con la conseguenza che non ricordano niente di quanto avvenuto nell’episodio, mentre ricorderà tutto Eleven). Apparentemente, inoltre, adesso il filo rosso delle prossime stagioni potrebbe essere la ricerca da parte del Dottore di Gallifrey, disperso nella sacca temporale. Ma nel finale della quarta stagione il Maestro non riportava indietro il pianeta proprio da una sacca temporale? Bah…

Doctor Who – 50th Anniversary Special - The Day of the Doctor

Per chi inoltre aveva pensato che finalmente questa sarebbe stata l’occasione per spiegare la ragione dello scoppio del Tardis nel finale della quinta stagione è rimasto ancora con la bocca asciutta. Forse con lo speciale di Natale e la nuova rigenerazione, avremo la risposta.

Complessivamente come è stato dunque questo episodio? Divertente? Molto. L’interazione tra i Dottori è stata magnifica, anche se John Hurt se li mangia tutti a colazione quando vuole. Emozionante? Pure. Miriadi di citazioni dalla vecchia alla nuova serie e un cameo di Tom Baker che quando è comparso sullo schermo tutta la sala cinematografica si è alzata per applaudire. La scena finale poi, con tutti i Dottori schierati di fronte a Gallifrey è da pelle d’oca. Pienamente promosso quindi? Non esattamente. Certi personaggi sembrano essere stati messi giusto perchè andavano inseriti (Billie Piper e gli Zygon, per dirne qualcuno) e l’aver disintegrato le basi di tutto quello che è stato il corso di queste sette stagioni può sembrare un azzardo e una presa per i fondelli dei fan. Si può solo dire che, come spesso accade con il Dottore, soltanto gli sviluppi futuri potranno dirci quanto, e se, sia stato importante e azzeccato questo episodio.

Il problema di trovarsi di fronte allo #sbaglio

Quanto può essere facile riunire un cast stellare, costituito da alcuni degli attori più importanti di un dato periodo e riuscire a toppare in maniera clamorosa, realizzando qualcosa non solo di brutto, ma addirittura di imbarazzante? Visto l’ampio numero di volte in cui questo capita, direi che è più facile di quanto possa sembrare.

Nel panorama cinematografico bis italiano, uno degli esempi più clamorosi di quello che può essere hashtaggato come #sbaglio è Io zombo, tu zombi, lei zomba, film del 1979 di Nello Rossati. Studiare il cast del film può far venire un coccolone a qualsiasi appassionato di cinema italiano: Renzo Montagnani, Cochi Ponzoni, Anna Mazzamauro, Gianfranco D’Angelo, Tullio Solenghi, Nadia Cassini, Duilio Del Prete e Daniele Vargas. Insomma, la commedia italiana com’era nel suo momento presente e qualche assaggio di quello che sarebbe stato il futuro.

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Peccato che buoni attori non bastino per avere un buon film e, come si dice in Bronx: “Non c’è nulla di più triste del talento sprecato.” E in questo film il talento sprecato scorre a fiumi, come il sangue alla Battaglia delle Termopili. Solo che qui non c’è un momento catartico in cui Renzo Montagnani urla l’equivalente di: “Questa è Sparta!” e così ci tocca assistere ad un’ora e mezza circa di avvenimenti tirati via in qualche modo in cui gli attori vengono diretti alla bell’è meglio. Il budget è risicato all’osso e lo si nota in ogni singola inquadratura, in ogni scenografia, in ogni posizionamento di luci. I protagonisti evidentemente non credevano troppo nel progetto e lo si vede da come recitano in modo svogliato, con il pilota automatico. Pensare che alcuni di essi abbiano recitato per Monicelli rende l’effetto ancora più straniante. Lo stesso Montagnani in future interviste ricorderà malvolentieri la sua partecipazione a questo progetto.

La ragion d’essere di questo film è quantomeno palese e non affonda le radici nel mondo dell’arte, ovviamente. Semplicemente il 1979 è l’anno di Zombi , il cui successo mondiale potrà cogliere di sorpresa i critici ma non i nostri furbi produttori cinematografici, i quali immediatamente decidono di creare un instant movie che cavalchi l’imperante onda zombiesca. Peccato che il film abbia una trama abborracciata (una formula voodoo presente in un romanzetto da quattro soldi risveglia alcuni cadaveri di un piccolo cimitero di un paesino italiano) e una sceneggiatura imbarazzante. Il tutto poi risolto con il più classico e fastidioso dei finali, ovvero quel “è tutto un sogno” per il quale immagino chiunque di noi provi sempre l’impellente bisogno di legare l’autore che si rifugia in tale semplice espediente ad un palo pronto per la fucilazione.

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Il rammarico cresce perchè certi spunti del film potevano essere sfruttati molto meglio dando modo di realizzare un film nettamente superiori: basti pensare alla presa in giro di certi canoni dei film di zombi, come ad esempio la necessità di mangiare carne umana (e il disgusto al solo pensiero da parte degli zombi senzienti di questo film) o alla camminata tipica del non-morto, qui messa alla berlina.

Come ultima nota dolente, se hai Nadia Cassini in un tuo film e non riesci a farne vedere nemmeno mezzo capezzolo, allora il tuo film è proprio uno #sbaglio.

Il Moloch è vivo: Europe Central

Si può dire che questo è un anno atipico per me, dal punto di vista letterario. Ogni anno infatti mi ritrovo a dover affrontare un vero e proprio Moloch narrativo, ovvero un tomo che per imponenza degli argomenti trattati, per la forma scelta per raccontarli e per le dimensioni del progetto rappresenta per me un vero e proprio tour de force, o meglio ancora un sacrificio al cui termine però posso provare una sensazione di soddisfazione per essere riuscito nell’impresa. Nel 2009 si è trattato di Infinite Jest, nel 2010 di Contro il giorno, nel 2011 di Canti del Caos e nel 2012 ho affrontato Europe Central. Quest’anno, invece, nessun Moloch.

A dodici mesi di distanza comunque, e dopo aver affrontato un discorso su Moresco e sui suoi Canti del Caos, è giunto il momento anche di parlare di quel capolavoro assoluto che è Europe Central, scritto da uno dei più incredibili geni letterari contemporanei: William T. Vollmann. Diciamolo subito: da un punto di vista della visibilità mediatica Vollmann parte svantaggiato: non ha l’aura maledetta e ironica dello scrittore suicida David Foster Wallace, nè la misteriosa identità di Thomas Pynchon. Di consenguenza, quando si parla di romanzo contemporaneo, o meglio ancora di post-modernismo, gli hypster e tutti gli intellettualoidi tireranno fuori i primi due nomi (più magari un DeLillo), mentre difficilmente riporteranno quello dell’autore di Europe Central. Eppure la sua scrittura non ha nulla da invidiare ai due maestri del post-moderno e, anzi, priva dell’arma dell’ironia di cui invece abbondano i suoi colleghi, risulta ancora più secca ed efficace. Vollmann è un Foster Wallace altrettanto erudito e amante delle parole, che però quando si trova di fronte ad un bivio non sceglie la via dell’ironia e della comicità, del surrealismo, ma si butta a capofitto nell’orrore della realtà.

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Proprio questo è Europe Central: una gigantesca immersione nell’orrore della Seconda Guerra Mondiale, raccontato però da punti di vista assolutamente inusuali. Se infatti solitamente siamo abituati a pensare al secondo conflitto mondiale come principalmente una battaglia che schiera da una parte i Grandi Vincitori, ovvero gli Americani, e dall’altra i Tedeschi guidati da Hitler, con magari qualche concessione ad Inglesi e Francesi, la realtà delle cose è molto diversa. Nei primi due anni di guerra Hitler, grazie anche al patto di non belligeranza stretto proprio con la Russia (il famigerato Patto Ribbentrop – Molotov) conquista l’intero continente europeo. Gli Alleati si rifugiano nella ancora libera Inghilterra guidata da Churchill, mentre Hitler compie quello che sarà l’errore che lo porterà alla sconfitta: non fidandosi di Stalin decide di invadere anche la Russia. Il numero di uomini coinvolti, le dimensioni del fronte, la quantità di mezzi coinvolti fanno sì che la campagna di Russia sia in assoluto il teatro di guerra più sanguinoso della storia. Ripeto: della storia. Mentre gli Americani si ritrovano impelagati nel Pacifico e gli Alleati dall’Inghilterra si occupano di cercare di fare più danni possibili alle forze di Hitler in teatri minori, il 90% degli scontri avviene in quello che viene definito “fronte orientale“. Hitler crede di riuscire a convicere il popolo russo a voltare le spalle al terribile dittatore Stalin e grazie a ciò ad ottenere la vittoria, ma questo non avviene. Tra Stalin ed Hitler, i russi scelgono Stalin. Stalingrado resiste ad un assedio lungo un anno, mentre a Leningrado l’assedio si protrae addirittura dall’8 Settembre 1941 al 27 Gennaio 1944 (circa 900 giorni!).

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Ed è proprio di questo che ci vuole parlare Vollmann, calandoci di volta in volta nei panni di russi e tedeschi. Il libro è formato da capitoli-racconti, scritti con un ritmo vertiginoso ed una prosa a dir poco perfetta, dove ogni parola, ogni frase, ha il suo senso di esistere. Meraviglioso il capitolo dedicato ad Hitler, in cui vengono raccontate le serate del dittatore e il suo interesse per le opere di Wagner e la grande mitologia tedesca in generale; eccezionale, soprattutto, come Hitler sia un personaggio non personaggio. Nel corso di alcune decine di pagine, Vollmann descrive quello che è stato il simbolo del Male del XX Secolo, riuscendo nel contempo a rendere l’immagine di una figura indubitabilmente umana ma al tempo stesso non umanizzabile. Leggendo il capitolo dedicato al dittatore sembra di vederlo sempre fuori fuoco, come se un filtro ci impedisse di vederlo. È lì. È un uomo. Mangia, beve e dorme come ognuno di noi. Ma non è come noi. Solo per questo passaggio Vollmann meriterebbe ogni premio letterario disponibile su questo pianeta.

La narrazione salta avanti e indietro nel tempo, dalla Rivoluzione d’Ottobre russa e l’attentato a Lenin, fino a anni dopo la fine del conflitto mondiale, in piena Guerra Fredda. Emergono così le figure di personaggi indimenticabili, da spie russe e tedesche impegnate a monitorare la vita delle persone, agli artisti che si opposero od appoggiarono i due regimi totalitaristici: il regista russo Roman Karmen, l’artista tedesca Käthe Kollwitz e la poetessa russa Anna Akhmatova, l’ufficiale delle SS Kurt Gerstein che cercò di avvisare gli Alleati e il Vaticano dello sterminio nei campi di concentramento e i due protagonisti dell’assedio di Stalingrado, Friedrich Paulus e Andrey Vlasov. Ma ad emergere con prepotenza dalle mille pagine di questa epica moderna sono le figure del compositore russo Dmitrij Dmitrievič Šostakovič e di Elena Konstatinovskaja. Il primo è uno dei più incredibili geni musicali del Novecento, di cui viene ritratta una immagine commovente e umana: pieno di paure, di insicurezze, di blocchi psicologici è però in grado con il suo genio di tenere a bada e sfidare il repressivo regime russo. Più volte minacciato dagli agenti russi per la sua musica non popolare e atipica (e quindi contraria ai precetti del comunismo), riesce con ogni nuova composizione a prendersi gioco dei suoi censori e a creare la monumentale Sinfonia n.7 che fatta risuonare per le strade assediate di Leningrado sarà in grado di dare forza alla gente per resistere. L’altra è la donna che attraversa le pagine come uno spettro. Affascinante e magnetica, con un potere unico sugli uomini, entra ed esce dalle vite dei protagonisti: Karmen, Šostakovič, Andrey Vlasov e persino Anna Akhmatova vengono influenzati dalla donna, soggiogati dalla sua forza mentale. Il compositore la amerà tutta la vita, senza però riuscire ad ottenere niente più del suo corpo, esattamente come per tutti gli altri. Personaggio atipico, rappresenta il collante tra i vari protagonisti e gli intrecci della vicenda, attraversando anni, battaglie, genocidi ed orrori come una sorta di forza salvatrice e venefica al tempo stesso.

Al termine della lettura di questa opera mostruosa rimane in bocca un sapore amaro: abbiamo attraversato infatti grazie al suo autore gli anni più bui del XX Secolo, e la sua bravura nel raccontarceli lascia una sensazione di tristezza e di smarrimento, di insoddisfazione quasi. Esattamente come Šostakovič, alla perenne ricerca del capolavoro, incapace di apprezzare quanto appena scritto e contemporaneamente alla disperata ricerca dell’accettazione da parte del suo amore impossibile. E tutti noi, intanto, non possiamo che chinare il capo di fronte a Šostakovič e al suo cantore, William T. Vollmann:

Best listened to in a windowless room, better than best in an airless room—correctly speaking, a bunker sealed forever and enwrapped in tree-roots—the Eighth String Quartet of Shostakovich (Opus 110) is the living corpse of music, perfect in its horror. Call it the simultaneous asphyxiation and bleeding of melody. The soul strips itself of life in a dusty room.

Happy birthday, mr. Zulawski

Il 22 Novembre 1940 nasceva a Leopoli, Ucraina, Andrzej Zulawski. Di lui si è già parlato in questo blog a riguardo del suo secondo lungometraggio, Diabel in cui racconta della dominazione comunista della Polonia. Regista estremamente controverso, famoso da questo lato della Cortina di Ferro soprattutto per Possession, realizza un cinema difficile, dalla recitazione eccessiva e spesso sopra le righe (specialmente per quanto riguarda i ruoli femminili), che tanto sembra richiamare il periodo del cinema muto o del teatro. Come tutti i grandi artisti che si rispettino, verrà osteggiato dal regime dittatoriale comunista; Diabel verrà proibito in Polonia e Zulawski per questo motivo si trasferirà in Francia dove continuerà a creare le sue opere orgogliosamente irresponsabili e del tutto disinteressate al benessere psichico dello spettatore, come ammette lo stesso Zulawski. Il suo desiderio non è quello di raccontare una storia che faccia sentire al sicuro chi la segue, ma di creare qualcosa che possa causargli disagio e farlo sentire fuori posto, in pericolo. Missione sempre perfettamente compiuta. Tanti auguti, mr. Zulawsky.

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Il Van Damme che vanta innumerevoli tentativi di imitazione

Poco tempo fa si era parlato di QUESTO.

Il video sta diventando virale e, purtroppo, a livello di popolarità sarà per Van Damme l’equivalente dei Chuck Norris facts per Chuck Norris. Comunque anche altri si cimentano nella più epica delle spaccate. Tra questi, Channing Tatum, uno che per arrivare ai livelli di Van Damme deve mangiarne ancora di polvere. Ma tanta.

A voi il filmato. Sempre con Enya. Sempre. Mi sanguinano le orecchie

Piccole coincidenze e Ciccio Crowe

Oggi ho avuto il primo incontro con i Testimoni di Geova inglesi. Che non suonano alla porta la domenica mattina, ma il sabato. E che hanno lasciato questo simpatico opuscoletto:

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Ringrazio. Sorrido. Prendo l’opuscolo e me ne torno ai fatti miei, mentre il simpatico Testimone (che è solo e non in coppia come in Italia) prosegue il suo viaggio dispensatore di speranza e illusioni. Io invece mi attacco all’Internet, in cerca di novità mentre il mio contatore whoviano scala di un altro giorno l’agonia dell’attesa (Moffat, maledetto Moffat!).

E dopo il più ravvicinato incontro con la religione che abbia avuto in anni cosa ti trovo? Il trailer del prossimo film con la custodia di Russell Crowe diretto incredibilmente da Darren Aronofsky. Sì. Quel Darren. Quello di Requiem for a dream e del “culo contro culo” e di The Black Swan e della scena lesbo con Mila Kunis per cui tutti noi ancora piangiamo e ringraziamo. E cosa ci propina il buon Darren, insieme alla versione da specchio ingrassante di Russel Crowe? Noè. La storia vera di Noè. Già. Con l’Arca e con un assedio tipo Fosso di Helm. Roland Emmerich che incontra Werner Herzog e realizza un miscuglio improbabile tra The tree of life e The Lord of the Rings. E con Jennifer Connelly. Sì. Quella del “culo contro culo”. Appunto. A pensarci, adesso come adesso, il suo hashtag su Twitter sarebbe #ilmale.

PS: By the way, the answer is: yes, the dead can really live again. But you wouldn’t like it.

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Voglio una Volvo

Basta, ho deciso! Voglio una Volvo.

La voglio per questo:

Ma soprattutto adesso la voglio per questo:

Jean-Claude Van Damme è un dio e la Volvo è il suo mezzo di trasporto. Quei camion trasportano sicuramente i cadaveri di tutti i suoi nemici sconfitti nel corso degli anni. Sono il suo passato, il suo presente e il suo futuro. E niente si può mettere in mezzo, tranne Van Damme stesso.