Only God (Refn) forgives

Prologo

Sì, è vero, di clip che scimmiottano la famosa scena de La Caduta è pieno l’Internet, tanto ormai da aver francamente sfrantecato le scatole (con buona pace di Giuseppe Genna e del suo condividibilissimo assunto di non trasformare Hitler in una macchietta). Però era carino da mettere, perchè rende bene la reazione che Only God forgives ha suscitato a Cannes: un coro di fischi e applausi, dove i primi sono stati più numerosi dei secondi. Altrettanto vero che la maggior parte delle persone si aspettavano da Winding Refn e Ryan Gosling un secondo Drive. Il problema è che Drive è Drive, un film che pur essendo smaccatamente autoriale riesce ad essere anche estremamente coinvolgente per lo spettatore medio. Ottenere un simile risultato ha un qualcosa di miracoloso e difficilmente può essere ripetuto. Solitamente la bilancia vuole che il piatto penda o da un lato o dall’altro e, spesso, nemmeno l’autore cerca questo fantomatico equilibrio. Può essere, anzi, che un regista voglia realizzare un film che appaghi le sue visioni e le sue idee e che quindi del creare qualcosa di semplice per il pubblico non sia minimamente nelle sue intenzioni. Qualche esempio? David Lynch e  i suoi conigli; oppure un Abel Ferrara. Giusto per rendere l’idea.

Il surrealismo di una storia senza storia

Questa non è una vera recesione di Only God forgives, poichè il film è già uscito qualche mese e di recensioni è pieno il Web. Questo mi fornisce però l’indiscutibile vantaggio di parlare liberamente di quanto vi avviene, senza il timore che vi siano degli spoiler. In ogni caso: se non avete visto il film, smettete di leggere. Ora. Perchè adesso si comincia a parlare e si comincia dalla fine.

L’importanza del finale per comprendere appieno i debiti di questa opera risiedono tutti in quella magica dedica che compare all’inizio dei titoli di coda:

For Alejandro Jodorowsky

Ecco. La differenza tra Drive e Only God forgives è tutta in questa semplicissima scritta. Mentre Drive è una reinterpretazione assolutamente personale di un genere comunque estremamente codificato e di un genere comunque americano quale può essere l’action-thriller, Only God forgives è un film di chiaro stampo surrealista che, pur affondando le proprie radici nel cinema di genere, non tenta minimamente di essere facile o consolatorio o comprensibile per lo spettatore che vi assiste. Drive, tra le sue mille stranezze, fornisce comunque a chi lo guarda una sorta di mappa concettuale. Sappiamo che ad A seguirà B e poi invariabilmente ci sarà C. C’è una storia d’amore e c’è una rapina che finisce male e che porta poi a delle conseguenze che noi come spettatori sappiamo sempre prevedere. Per quanto autoriale, Drive è una sorta di safe-zone. Ma Only God forgives? No, quella non è una safe-zone, nemmeno lontanamente e nemmeno ci avviciniamo alla follia di Bronson. Anche in quel caso abbiamo un genere cinematografico, il biopic, riletto dalla sensibilità di Refn, ma in ogni caso sappiamo riconoscere quanto ci vuole essere mostrato. L’ultimo film di Refn è in tutto e per tutto una seconda parte di Valhalla Rising, l’altro suo indiscutibile capolavoro.

9RwGv

Only God forgives e Valhalla Rising sono due film surrealisti in tutto e per tutto, che della trama e del genere se ne fanno beffe. Non sappiamo mai se quello che vediamo su schermo stia accadendo realmente o meno, l’unità di tempo è frammentata. Sono film profondamente sperimentali e con una cura maniacale per l’aspetto visivo. In Valhalla Rising abbiamo immagini di una perfezione addirittura pittorica e lo stesso dicasi per l’ultima opera del cineasta danese, in cui tutto concorre nel creare esperienze visive incalzanti ed ossessive. La Bangkok dipinta nel film è una città immersa nei colori primari, artificiale e minacciosa, un luogo vivo pronto a divorarti dopo averti fatto soffrire a lungo.

Sempre la dedica a Jodorowsky serve ad esplicare anche l’ossessione per le mani che è presente in tutto il film e che abbiamo potuto notare anche all’inizio della clip postata. Durante il corso del film vediamo spesso le mani di Gosling inquadrate mentre si contraggono a pugno, ma non solo; Gosling si fa legare le mani da una prostituta mentre questa poi si masturba; le mani sono centrali in quanto usate durante i combattimenti a mani nude e, nel corso del film, veniamo a sapere di come Julian, il personaggio interpretato da Gosling, abbia ucciso a mani nude il proprio padre; le mani infine sono centrali in una delle scene chiave del film, quando Julian, trovando il corpo della madre uccisa, la sventra e ne inserisce una all’interno della pancia squarciata in un momento che non può non riallacciarsi a Jodorowsky in primis, ma a tutto il movimento Panico poi (basti pensare alla scena finale di Viva la muerte di Arrabal con la donna che amoreggia con il corpo di un uomo cucito dentro la carcassa di una vacca, per esempio). Il debito del regista verso quelli che possono essere definiti i Teorici della Provocazione non appare quindi inopportuno.

Tutto il film si perita di presentarci una situazione famigliare disfunzionale con non troppe velate allusioni incestuose ed edipiche. La madre, una fantastica ed odiosa Kristin Scott Thomas, che magnifica le dimensioni del pene del fratello ucciso e con cui il povero Julian non potrà mai competere; il già accennato omicidio del padre da parte di Julian su richiesta della madre e del cui motivo non sapremo mai; la scena finale in cui Julian “penetra” la madre con la mano, mano che poi verrà recisa nell’ultima scena. Il tutto mostrato per narrare una storia di vendetta e di colpe. Togli ad un uomo le sue mani e gli togli la sua forza, la sua capacità di imporsi al mondo è, all’incirca, il concetto espresso dal regista stesso in alcune interviste.

La via della Vendetta e della katana corta

Ma di che razza di film stiamo parlando quindi? Si è detto di non aspettarsi un nuovo Drive, in quanto la delusione sarebbe assicurata. Stiamo parlando di un film di chiara ascendenza surrealista, ma non solo. Perchè al di là di simbolismi e ricercatezze visive, un minimo di trama c’è. Ed è qui che casca metaforicamente il nostro asino, in quanto ci troviamo di fronte al secondo grande equivoco che ha colpito il nostro caro spettatore medio (povero sprovveduto che spilucchi Ciak e FilmTv, non sai a cosa vai incontro): poichè ci si aspettava un nuovo film dell’accoppiata Refn/Gosling, in cui il secondo avesse quantomeno un’importanza paritaria rispetto al primo. Invece puppa! Only God forgives è un film di vendetta, ma un film di vendetta al contrario: il fratello di Julian, Billy, viene ucciso e uno si aspetta che nel corso del film Julian farà di tutto per vendicare il lutto famigliare. In realtà l’uccisione di Billy è già una vendetta, perchè Billy ha stuprato e violentato una ragazzina di sedici anni. Julian sarebbe, in teoria, dalla parte dei cattivi perchè dovrebbe vendicare una morte in realtà meritatissima (nel contesto morale cinematografico, non sto qui a dire che la legge del taglione debba essere applicata, sia chiaro). Dico in teoria, in quanto Julian si rende conto di come il padre della ragazzina avesse tutti i diritti di vendicarsi e decide quindi di abbandonare i suoi propositi di vendetta. Ecco quindi la sorpresa: in tutto il film, Ryan Gosling ha solo diciassette battute e poca o nessuna importanza nell’economia del film, fatta eccezione per una scazzottata, che perde, e la scena finale. Per il resto i reali protagonisti sono due: la madre di Julian, decisa a tutti i costi a vendicare la morte di Billy al di là di tutte le sue colpe, e Chang (interpretato da Vithaya Pansringarm) il poliziotto spietato che sarebbe il lato morale della vicenda e vero deus ex machina del film. Da Chang parte tutto, infatti. È lui a spingere il padre della giovane ragazza uccisa ad ammazzare Billy, per poi mozzargli una mano (sempre le mani), poichè comunque la faceva prostituire. Così quando la madre Crystal scopre il suo coinvolgimento dopo aver ammazzato il reale esecutore di Billy, farà di tutto per far ammazzare anche Chang che però appare come invulnerabile e spietato nel seguire la propria indagine alla ricerca dei mandanti del proprio omicidio.

Oltre a Crystal e a Chang, il terzo protagonista del film di Refn è, come sempre, la violenza. In un mare di calma, di scene senza dialoghi e statiche, esplodono istanti di violenza assoluta, dipinti con vividezza e con una precisione anatomica sconvolgente. Dal corpo tagliato in due dalla katana corta di Chang di uno degli attentatori, alla tremenda scena della tortura in un night club, poco o niente viene lasciato all’immaginazione dello spettatore. Non è una novità questa per Refn: ricordiamo ad esempio il corpo sbudellato, smembrato e triturato per essere fatto sparire nel finale di Pusher III, oppure lo sbudellamento in Valhalla Rising. Eliminare la violenza grafica da un film di Refn è impossibile, in quanto parte integrante della sua cifra stilistica e, comunque, assolutamente necessaria nell’economia dello svolgimento del film stesso.

Un riassunto di tutti i suoi film?

Può essere interessante, infine, notare come nel personaggio di Gosling e di Chang si rispecchino un po’ tutti i protagonisti dei film di Refn. Silenziosi fino quasi al livello del mutismo come in Drive e Valhalla Rising, incapaci di avere rapporti normali con la società e gli altri come gli spacciatori della trilogia di Pusher, in crisi con la propria mascolinità (specificamente nel caso di Julian, castrato psicologicamente dalla madre) come in Bronson.

Conclusioni

Come viene fatto notare ad Hitler nella clip iniziale, anche Taxi Driver venne fischiato a Cannes. Da parte mia non posso fare altro che rimarcare come Nicolas Winding Refn sia uno dei registi più sconvolgenti attualmente in circolazione. Se bisogna trovare un difetto, forse, è il rischio che il suo cinema possa avvitarsi eccessivamente in sè stesso, portando la sua ricercatezza formale ad avere il sopravvento su quanto raccontato, diventando uno sterile e manieristico esercizio di stile (colpa in cui caddero per l’appunto anche Jodorowsky, Arrabal e molti surrealisti in genere). Only God forgives gioca pericolosamente su questo confine, rimanendo in questo caso ancora nel lato buono della barricata. Il rischio di un salto dall’altra parte, e di un salto sanguinoso visto lo stile del danese, è però concreto. Intanto godiamoci questo genio e lasciamo fischiare i francesi quanto vogliono.

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