Canti del caos

Ci sono libri che sono un vero e proprio mistero. Libri che sono oggetti estranei editoriali, talmente al di fuori da ogni possibile catalogazione da essere letteralmente “al di fuori del tempo”. Quando questi libri trovano incredibilmente la via della pubblicazione e lo fanno attraverso una grande casa edittice, non restano che due cose da fare: la prima è stupirsi, poichè vuol dire che quella casa editrice ha deciso di prendersi un grosso rischio investendo tempo e risorse in un progetto atipico, anzichè sfruttarli per un libro autobiografico di un calciatore o di un personaggio dello spettacolo; la seconda è affrontare detto libro tentando di comprendere come questo possa porsi nei confronti della letteratura italiana non tanto nel suo momento presente, ma in quello che sarà il futuro.

Antonio Moresco ci regala questa opera monumentale, questo volume che anticipa i tempi senza volerli anticipare e lo fa con il suo Canti del caos. Inutile girarci attorno: non ho mai affrontato in vita mia un libro che abbia odiato più di questo leggendolo, ma che sia poi cresciuto altrettanto dentro di me una volta finito. È qualcosa di misterioso e incomprensibile eppure è quanto avvenuto.

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Questi Canti del caos, pubblicati nella forma definitiva da Mondadori hanno una storia editoriale travagliata, paragonabile a quella del suo autore. Antonio Moresco ha tentato per anni di pubblicare la prima parte del romanzo senza successo, fino a quando Feltrinelli non dà il via libera nel 2001. Nel 2003 la seconda parte viene pubblicata da Rizzoli, per poi giungere alla forma definitiva, composta da tre parti unite in un unico tomo, rilasciato per i tizi di Mondadori nel 2009.

Cosa si può dire di questa opera monstre, di questo romanzo/non-romanzo che sembra voler dipingere un Girone Infernale calato nella realtà quotidiana? Parlare di trama sarebbe impossibile, in quanto le oltre mille pagine del volume non hanno una trama definita, trattandosi per lo più di una unità tematica che scorre sottotraccia. All’incirca possiamo dire che nella prima parte uno scrittore deve indagare sul rapimento della segretaria del suo editore e durante tale indagine sprofonderemo con lui nel mondo della prostituzione e della pornografia; nella seconda parte seguiremo invece la preparazione di una campagna di marketing in cui il prodotto da vendere sarà la Creazione stessa e il committente Dio; nella terza parte, a seguito della vendita della Creazione assisteremo al suo disfacimento e al suo collasso.

I personaggi che incontriamo nel romanzo sono assurdi, onirici: si va dal programmatore informatico che crea un videogioco in cui due squadre si combattono con violenza e che la notte prende misteriosamente vita, al Traslocatore, un uomo impegnato a traslocare continuamente di casa in casa, ossessivamente; dal ginecologo spastico, al papa che scioglie la Chiesa, dall’uomo che pesta le merde alla musa; il tutto in un vorticante caleidoscopio di follie e perversioni, in cui i passaggi più scatologici vengono contrappuntati da momenti di dolce poesia.

Stilisticamente parlando il libro è difficile, si pone con durezza nei confronti del lettore. Le immagini più crude vengono descritte con dovizia di particolari in aperta sfida alla sensibilità del lettore. Lo stesso stile di scrittura sembra voler essere refrattario ad ogni forma di semplificazione: abbiamo parole ripetute allo sfinimento, costruzioni di frasi complesse, passaggi letterari che sembrano volerti costringere ad abbandonare la lettura e a scagliare il libro fuori dalla finestra. Tutta la terza parte del romanzo, volendo rispecchiare la dissoluzione della Creazione, la sua implosione, sceglie di affrontare gli avvenimenti declinando ogni azione in tre tempi verbali, come se il tempo stesso fosse diventato un unico punto in cui tutto accade contemporaneamente nel passato, nel presente e nel futuro.

Eppure, come detto, nonostante il disappunto e l’odio che può istigare questo libro, qualcosa sembra impedirti di abbandonarlo e, una volta giunti alla sua conclusione, lo puoi sentire ancora dentro di te, che scava e macina. Questo perchè al di là della sua forma onirica, o forse grazie a questo, Moresco rappresenta tutto quanto è presente nella nostra società, dalle ossessioni per il sesso e la pubblicità, alle insicurezze dei rapporti tra le persone, dal ruolo della tecnologia a quello della spiritualità. Tutto può ed è rappresentato. Ogni genere viene preso in considerazione: l’horror, il fantasy, il thriller, la commedia, Pasolini e Joyce.

È senza alcun dubbio possibile dire che con Canti del caos ci troviamo di fronte a una delle opere che potranno segnare i primi anni di questo secolo e che, retrospettivamente, segneranno maggiormente la letteratura italiana contemporanea (basti pensare ai riconoscimenti ottenuti da Moresco da parte di Giuseppe Genna, tra i tanti).

Di seguito eccovi un assaggio di quello che potrebbe aspettarvi tra le pagine di questa sconvolgente opera d’arte. A parlare è la Donna dalla Testa Espansa:

Ci sono anch’io, sono qui anch’io, su questa corriera in viaggio per chissà dove. Tutta la massa della mia testa si è messa in viaggio per chissà dove. Sono stata finalmente snidata, individuata. Sono salita anch’io come gli altri su questa corriera ferma a motore acceso sulle superfici di quella piazza, sollevando, sollevando nell’aria il macigno del mio cranio collocato sui muscoli in tensione delle spalle, del collo, dopo avere camminato da sola per le strade, di notte, vicino all’ombra spropositata della mia bella testa che si spostava sui muri delle case, al mio fianco, quando passavo contro le zone di luce dei lampioni. Cos’è successo al suo interno? Perché non ha accettato i limiti di specie della sua crescita? Cos’è avvenuto nelle sue ossa, nelle sue cartilagini? Perché sono andate avanti occupando una zona orbitale così estesa all’interno dell’aria, dello spazio, mentre tutte le altre teste sono rimaste ferme al loro posto, rimpicciolite, man mano che la mia testa continuava a espandersi seguendo le sue dinamiche d’esplosione, alla cuspide dei filamenti dei loro piccoli colli, collegate ai grovigli di vene, di arterie, di capillari? Dove si fermerà? Perché non ha smesso di occupare spazi sempre più estesi all’interno dello spazio, in mezzo alle altre masse cellulari in gravitazione? Le mie ossa craniche non cessano di rigenerarsi.

Lo dico e lo ripeto: Antonio Moresco è forse uno dei massimi scrittori viventi, esempio di come sia possibile una letteratura “altra”, il cui risultato è un’opera letteraria nel suo complesso che o si ama o si odia. Di Canti del caos si è detto tutto e il contrario di tutto. Chi lo ama lo indica come uno dei pochi libri italiani che verranno ricordati tra cento anni, chi lo odia lo pone sullo stesso livello di una pubblicazione pornografica. Moresco è alternativamente un genio o un pazzo, un fine letterato o un pervertito, il futuro della nostra letteratura o il prodotto di scarto di una società alla deriva. La verità, secondo me, è che Moresco è l’indispensabile elemento anarchico che deve distruggere le certezze della nostra vita letteraria, sfasciando tutte quelle sensazioni di sicurezza che ci derivano da una serie di prodotti senza anima che ci cullano nell’idea che tutto possa andare bene anche quando non è così. Non c’è catarsi in Moresco, non c’è riconciliazione con il mondo, non abbiamo il lieto fine ad accompagnarci a letto. Non ci si sveglia da un incubo e, contestualmente, non ci si abbandona al sogno. In Moresco sogno e realtà non hanno distinzione, il suo mondo è il nostro mondo in cui tutte le barriere sono crollate e in cui camminando per strada possiamo incontrare i prodotti delle nostre perversioni e delle nostre aspirazioni, in una sorta di punto d’incontro tra le visioni lisergiche di Burroughs e il viaggio nell’Oltretomba di Dante.

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