Hitchcock

C’è stato un periodo  in cui Psycho era come un rituale per me. Una visione settimanale del capolavoro di Alfred Hitchcock era praticamente una prassi obbligatoria, arrivando a conoscere alla perfezione ogni inquadratura, ogni gesto, ogni sguardo dei personaggi su schermo.

Hitchcock narra proprio della realizzazione di quel capolavoro cinematografico che per molti versi ha rappresentato uno dei primi casi di horror psicologico mai realizzati. La prova offerta da Anthony Hopkins nel rappresentare il grande regista inglese è impeccabile. L’attore magistralmente sceglie di non gigioneggiare troppo con le classiche maschere con cui è maggiormente noto il regista, relegandole solo a poche scene e in particolare nell’incipit e nell’explicit finale che vogliono richiamare alla memoria i siparietti che Hitchcock interpretava presentando le puntate della serie televisiva Alfred Hitchcock presenta. Quello che vediamo è soprattutto un grande regista, impegnato in una furiosa lotta interiore contro sè stesso e contro le sue paure.

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Si può dire che Hitchcock nei suoi anni di carriera sia stato il cinema. Basti pensare che il suo primo film risale al 1925 (praticamente ancora agli albori del cinema) e l’ultimo è del 1976 (quando cioè ormai la Vecchia Hollywood tramonta in favore delle nuove leve, composte dagli Spielberg, dagli Scorsese, dai Coppola eccetera). Nel mezzo di questi febbrili anni, Alfred Hitchcock ha lavorato con le più grandi stelle del cinema, da Cary Grant a Grace Kelly, da Ingrid Bergman a James Stewart. Tra tutti i registi attivi all’epoca, egli era forse tra i più amati e i più rispettati. Il suo nome era un marchio di qualità, se non di successo assicurato, ma non solo: Hitchcock rappresentava uno stile che era quello della Vecchia Hollywood, uno stile che veniva rappresentato dai personaggi dei suoi film, tutti legati ad un codice di moralità ed eleganza tipici dell’epoca.

Il rispetto che il regista godeva nell’ambiente non era però ricambiato da un altrettanto eloquente apprezzamento a livello di riconoscimenti. In tutto il film, Anthony Hopkins vuole mostrare il dolore che questa ferita comporta nell’animo del regista: come farà dire al suo personaggio, infatti, Hitchcock ha fatto guadagnare miglioni alle case di produzione, ma nessuno ha mai riconosciuto pubblicamente la sua bravura. Il regista, nel corso della sua lunga carriera, non vincerà mai un Oscar.

Psycho vuole rappresentare il punto di rottura del regista nei confronti della macchina cinematografica hollywoodiana, che vuole da lui la continua riproposizione di film “alla Hitchcock”. Psycho è quanto di più lontano dallo stile del regista sia mai stato realizzato. Non ci sono personaggi dal rigido codice morale, tutti sono colpevoli di qualcosa (basti pensare che il film inizia con una coppia di amanti in una camera d’albergo).

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Nel film dedicato alla ricostruzione della realizzazione di questa opera, vediamo come il regista abbia dovuto affrontare l’ostracismo di produttori e stampa specializzata, che semplicemente non ritengono Psycho un film degno di essere prodotto, portando l’autore addirittura a ipotecare la casa per autoprodurre il proprio progetto. Molto belli i siparietti che mostrano la scelta dello sceneggiatore e, soprattutto, del protagonista Anthony Perkins, scelti per via dei loro problemi con madri ossessive.

Mano a mano che la realizzazione avanza, assistiamo alle molteplici battaglie combattute da Hitchcock: quella contro gli Studios che vogliono boicottarlo; quella contro la censura, che non vorrebbe concedergli l’autorizzazione alla distribuzione (fantastica ed emblematica la scena in cui ad Hitchcock viene spiegato che in nessun film prima d’ora era stato mostrato qualcuno mettere le mani in un gabinetto); quella infine molto più importante contro i propri sospetti di infedeltà nei confronti della moglie.

Proprio la figura di Alma Reville, interpretata maginificamente da Helen Mirren, emerge con forza dallo schermo facendola diventare la seconda protagonista del film (se non, da un certo punto di vista, la vera protagonista del film). Moglie del regista, gli fornisce forza e sicurezza. Vista dal marito come elemento complementare insostituibile del proprio genio, nel momento in cui decide di dedicare parte del proprio tempo alla realizzazione di un progetto personale con un proprio amico, getta Hitch nello sconforto e nel dubbio. Quando poi avviene il chiarimento definitivo, riesce nell’intento di trasformare un film completo ma che “non vuole nascere”, in qualcosa di totalmente diverso, un capolavoro di suspance che rappresenterà anche il miglior successo commerciale per il regista.

La cura nei dettagli mostrata dalla ricostruzione è maniacale, il make-up di Hopkins strepitoso. L’umanità donata al protagonista lo strappa dal mondo della leggenda per ricollocarlo in quello più terreno del mondo reale, con tutti i suoi difetti e limiti. Se proprio vogliamo trovare un neo al film è l’eccessiva concentrazione sulle dinamiche personali del regista che lascia più in secondo piano la realizzazione di Psycho che invece avrebbe potuto regalare qualche aneddoto interessante per noi cinefili. A parte la mitica scena della doccia, in cui Hitch stesso brandisce il coltello davanti ad una terrorizzata Janet Leigh, poco altro viene descritto dei giorni delle riprese.

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Si tratta comunque di un limite piuttosto piccolo, che lascia inalterato il fascino di vedere la storia che è ruotata attorno alla realizzazione di uno dei capolavori del cinema mondiale.

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