The Lords of Salem

QUI parlavo di Rob Zombie e di come sia passato dall’essere una sorta di Quentin Tarantino dell’orrore (per quanto apprezzabile nella sua anarchia), all’avere invece una voce registica estremamente complessa e personale. L’ultimo suo film, The lords of Salem è il tassello finale di questa trasformazione, in cui la maturazione del regista giunge a compimento e la sua visione artistica si dimostra matura ed efficace.
Partendo da un avvenimento storico trito e ritrito, se non addirittura banale, quale può essere il processo alle streghe di Salem del 1692, Zombie racconta una storia calata nel nostro presente ed estremamente intima e personale. Mentre tutto il processo con il suo contorno satanistico e folkloristico è stato punto di partenza per molti film horror di basse pretese, in cui si ricercava soprattutto il gore e lo spavento gratuito, in quest’ultima opera gli elementi classici si fondono con un approccio psicologico e filosofico di ben altra caratura.

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L’influsso del Maligno che qui viene rappresentato, è un influsso subdolo se c’è, rappresenta più che altro il dolore psicologico di una donna, interpretata da una sempre stupenda Sheri Moon, che nel suo passato è emersa dal vero Inferno della tossicodipendenza e che adesso sta cercando di vivere la sua vita. L’esistenza interiore della ragazza viene tratteggiata benissimo, nel contrasto tra il suo lavoro “pubblico”, speaker di una emittente radiofonica, e il suo essere chiusa ed isolata dal resto del mondo quando il lavoro si conclude. Le sue giornate sono dominate da un ritmo usuale, fatto di passeggiate con il cane, unico elemento di reale sentimento, chiacchiere con la stramba padrona di casa, le ore trascorse nello studio radiofonico, qualche bevuta con i colleghi, il tutto seguito poi da notti in cui dormire è difficile.

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In questo quadro statico e fragile irrompe poi l’elemento arcano, rappresentato dall’arrivo in redazione di un vinile misterioso della band metal “The lords of Salem”, il cui ascolto scatena in Heidi (e successivamente in tutte le donne che lo ascolteranno alla radio) malessere e flash visivi del famigerato processo alle streghe. Da quel momento inizierà il turbamento psichico della protagonista, il suo progressivo disfacimento mentale e fisico e il suo ritorno all’uso della droga, mentre nel proseguire della trama sembra profilarsi per lei il compito di dar vita all’Anticristo stesso.

Se vogliamo trovare un difetto a quest’opera è forse la forzatura della trama investigativa del secondo protagonista del film, uno scrittore che ha appena pubblicato una ricerca sulla stregoneria, che appare troppo radicata nel mondo reale e che per come si conclude, l’omicidio dello stesso prima che possa intervenire in qualche modo nella trama principale, appare poco importante, se non dannosa. Questa sottotrama, infatti, rischia di rompere quella forma di fragile equilibrio tra delirio e realtà su cui vuole viaggiare il film, tra la possibilità che quelle della protagonista siano solo visioni oppure reali manifestazioni demoniache. Siamo comunque di fronte ad un difetto minimo.

La capacità visiva di Rob Zombie è qui ai massimi livelli; il nostro da vita a scene dall’impatto non indifferente e di rara fascinazione: il sabba iniziale, l’ingresso di Heidi nella spettrale stanza numero 5 accompagnata dal Requiem di Mozart in sottofondo, lo spettrale finale. Ma è l’intera ambientazione ad essere magica, sospesa, la fotografia trasmette un’aura fiabesca alla Salem che vediamo su schermo. La cittadina ci appare immobile, sospesa nel tempo e in attesa di qualcosa che deve avvenire da secoli e che finalmente sta giungendo alla sua naturale conclusione. In questo il regista viene aiutato anche dalla colonna sonora: Rob Zombie, prima che filmmaker è stato, ed è tuttora, un rocker heavy metal e la sua cultura musicale è sempre stata evidente nei suoi film (altro punto in comune con Tarantino). Dalla spettrale presenza dei Velvet Underground con “All tomorrow’s party” e “Venus in furs”, fino ai commenti musicali originali, opera di John 5, tutto cospira nel creare quella atmosfera sognante e lisergica che vuole rispecchiare lo stato mentale alterato della sua protagonista.

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Il finale è un pugno allo stomaco per l’accostamento blasfemo eppure efficace (e al cui confronto la locandina di Pieta di Kim Ki-duk gli fa un baffo) e ci  lascia storditi mentre sui titoli di coda ci vengono ancora riproposte immagini deglle strade di Salem, vuote e spettrali. Del destino della protagonista non ci viene detto niente, sappiamo solo della sua scomparsa. Forse il Maligno ha avuto successo. Forse no. Ma non di questo racconta il film di Rob Zombie. Come ha dichiarato, infatti, è come se Ken Russell avesse incontrato Shining. Qualcuno potrebbe storcere il naso all’accostamento di questi nomi, ma in effetti il background storico e l’approccio psicologico dell’autore de I Diavoli e l’atmosfera spettrale dell’Overlook Hotel sono due pietre di paragone inevitabili. Come nei due titoli citati infatti, sembra chiaro il messaggio del regista: il vero Diavolo non esiste. Non dobbiamo aspettarci corna e odore di zolfo, Il vero Diavolo è sempre stato, tristemente, dentro la nostra testa.

tackyvirginmary

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