Una nuova vita

Mettiamo subito in chiaro le cose: quando nel 2010 è arrivato nelle sale la trasposizione cinematografica di Dylan Dog,, Dylan Dog Dead of Night, ad opera di uno sciagurato Kevin Munro, due cose sono balzate subito chiare agli occhi dei poveri telespettatori. La prima, che il signor Munro e chi per esso, non aveva la benchè minima conoscenza di quello che era stato Dylan Dog nella sua forma originaria. La seconda, che uno dei maggiori fumetti italiani oltre ad avere buttato nella spazzatura una buona possibilità farsi conoscere ed apprezzare nel mondo oltre che in Italia, stava subendo anche un terribile declino nelle edicole.

L'orrore
L’orrore

Come spesso ha fatto notare Roberto Recchioni, uno dei più agguerriti autori di fumetti di questi ultimi anni, l’atteggiamento terribilmente provinciale di noi italiani ci impedisce di sfruttare appieno certe potenzialità che in altri ambienti sarebbero una fonte inesauribile di successo. Mi spiego: chi segue attentamente il mondo del fumetto italiano non può fare a meno di imbattersi in continue dichiarazioni di gente che parla di un mercato in crisi, di vendite ridotte, di albi invenduti eccetera. Quello americano, spesso e volentieri, viene indicato come il mercato dei sogni. Tutti vorrebbero scrivere e disegnare per Batman, o Wolverine, o Spiderman. Però poi bisogna guardare i numeri e, a guardarli, si resta interdetti.

Perchè in America il fumetto più venduto è sì Batman, ma con circa 100.000 copie vendute. Centomila copie in America, popolazione 300 milioni di abitanti. E sappiamo benissimo come Batman abbia ricevuto un trattamento negli altri media a dir poco mugnifico: dalla trilogia di Nolan, oggi, ai film di Tim Burton, passando poi per gli infiniti videogiochi, serie animate, merchandising vario. Centomila copie. Su 300 milioni di abitanti.

In Italia il fumetto più venduto è Tex, l’immortale, l’inarrestabile, l’irrefrenabile Tex. Quante copie vende? Ducentomila. Il doppio di Batman. E la popolazione italiana è di 60 milioni di abitanti. Cinque volte di meno. Ripeto ancora, per chi non capisse: Tex vende il doppio di Batman a fronte di un mercato inferiore di cinque volte. E cosa abbiamo per Tex? Qualche rozzo videogioco della Simulmondo dei primi anni ’90 (dalle vendite di tutto rispetto, comunque), un film del 1985 di Duccio Tessari e poco altro.

Poi qualcuno dirà: certo ma Batman non ha le vendite solo in America. I suoi albi vengono pubblicati in tutto il mondo. E io rispondo: vero. Ma questa apertura al mercato estero è avvenuta perchè gli uomini della DC hanno saputo sfruttare quelle che erano le potenzialità del personaggio, moltiplicandolo nei vari media e tramite questo aumentare la visibilità della loro creatura, aprendo le porte dei mercati esteri.

Dylan Dog è il secondo albo più venduto in Italia, con circa 120.000 copie (e nei tempi d’oro degli anni ’90 vendeva più di Tex, giungendo per un certo periodo alla cifra mostruosa di 500.000 copie, cinque volte Batman) ed è, soprattutto, il fumetto horror più venduto nel mondo. In America in questo momento a spopolare è The Walking Dead, con 90.000 copie. Risultato? Dylan Dog ha avuto l’orrore di Kevin Munro, The Walking Dead sta per arrivare alla sua quarta stagione televisiva dopo aver distrutto ogni record di ascolti.

Quello che ha fatto Kevin Munro è stato, in pratica, togliere ogni possibilità di successo in America a Dylan Dog e l’ha fatto girando un film in cui al di là dei cambiamenti imposti da ragioni prettamente commerciali (l’assenza di Groucho per non pagare i diritti d’autore alla famiglia Marx, per esempio) a non essere rispettata al massimo è l’atmosfera del fumetto Dylan Dog. Il film è una puntata di Buffy, in cui Dylan convive con zombi, licantropi, vampiri e demoni vari (potrebbe richiamare anche un poco il Sandman di Neil Gaiman, volendo, ma non c’è abbastanza intelligenza nella pellicola per consentire un simile paragone). Il fumetto, almeno nella sua accezione originale, era una dolente indagine sull’animo umano, sugli orrori della società moderna, il tutto mixato con gusto insieme a della buona azione, qualche genuino spavento e trame oniriche e poetiche che per qualche anno lo hanno reso uno dei prodotti più interessanti in commercio.

Il distinguo sulla sua accezione originale non è però casuale. Come detto all’inizio infatti, la visione del film rispecchiava la caduta libera del fumetto anche nelle edicole. Perchè, per quanto sia dura ammetterlo, il film di Dylan Dog nella sua trama e nella sua impostazione, non era molto diversa da certi episodi pubblicati in edicola negli ultimi anni. Se da un lato, al di là di alcune perdite di vendita dovute alla crisi di mercato (che sì, comunque c’è, questo bisogna ammetterlo), le vendite degli albi sono comodamente stabili sopra le 100.000 copie al mese, il malcontento dei lettori verso il corso seguito dalla serie negli ultimi anni è diventato via via sempre più palpabile. Con l’allontanarsi dalla testata di Tiziano Sclavi, il suo geniale creatore, e di un altro ottimo interprete quale ad esempio Claudio Chiaverotti, abbiamo assistito al progressivo dissolversi delle trame oniriche, sostituite da storielle maggiormente gialle, in cui l’elemento soprannaturale diventa solo un pretesto scomodo e spesso risolto con escamotage alla Scooby Doo. Lo stesso Dylan, prima eroe anticonformista, diventa monolitico, apatico, irritantemente buonista, incapace di rappresentare così perfettamente i lati oscuri della società moderna come accadeva una quindicina di anni fa. Al di là di alcuni sprazzi eccezionali, opera spesso di Paola Barbato, calma piatta.

Fino ad oggi. Perchè Tiziano Sclavi finalmente ha deciso di interrompere la china discendente del personaggio e ne ha affidato le cure al già nominato Roberto Recchioni il quale sta operando le operazioni di svecchiamento del personaggio e di ripristino delle sue caratteristiche iniziali. I primi frutti si sono già visti con il n. 325 della serie, uscito nelle edicole il 27 Settembre e dal titolo “Una nuova vita”. Leggendolo non posso non confermare come si respiri un desiderio di rialzare le sorti di un personaggio di importanza storica per il nostro ambiente culturale. Sebbene la storia sia stata scritta tempo fa, già le modifiche ai dialoghi, resi più scattanti e meno pedanti, restituiscono quella voglia di leggere che da troppo tempo mancava.

La speranza
La speranza

Che altro aggiungere? Non resta che sperare che tutto prosegua bene. E che, se proprio qualcuno volesse vedere un film con Dylan Dog, allora è meglio che si rivolga a Dellamorte Dellamore di Michele Soavi, l’ultimo film horror degli anni ’90 prima del buco nero di questo ventennio.

PS: per maggiore completezza, le statistiche di vendita dei fumetti USA comparati con quelli italiani le potete trovare QUI.

Canti del caos

Ci sono libri che sono un vero e proprio mistero. Libri che sono oggetti estranei editoriali, talmente al di fuori da ogni possibile catalogazione da essere letteralmente “al di fuori del tempo”. Quando questi libri trovano incredibilmente la via della pubblicazione e lo fanno attraverso una grande casa edittice, non restano che due cose da fare: la prima è stupirsi, poichè vuol dire che quella casa editrice ha deciso di prendersi un grosso rischio investendo tempo e risorse in un progetto atipico, anzichè sfruttarli per un libro autobiografico di un calciatore o di un personaggio dello spettacolo; la seconda è affrontare detto libro tentando di comprendere come questo possa porsi nei confronti della letteratura italiana non tanto nel suo momento presente, ma in quello che sarà il futuro.

Antonio Moresco ci regala questa opera monumentale, questo volume che anticipa i tempi senza volerli anticipare e lo fa con il suo Canti del caos. Inutile girarci attorno: non ho mai affrontato in vita mia un libro che abbia odiato più di questo leggendolo, ma che sia poi cresciuto altrettanto dentro di me una volta finito. È qualcosa di misterioso e incomprensibile eppure è quanto avvenuto.

Immagine

Questi Canti del caos, pubblicati nella forma definitiva da Mondadori hanno una storia editoriale travagliata, paragonabile a quella del suo autore. Antonio Moresco ha tentato per anni di pubblicare la prima parte del romanzo senza successo, fino a quando Feltrinelli non dà il via libera nel 2001. Nel 2003 la seconda parte viene pubblicata da Rizzoli, per poi giungere alla forma definitiva, composta da tre parti unite in un unico tomo, rilasciato per i tizi di Mondadori nel 2009.

Cosa si può dire di questa opera monstre, di questo romanzo/non-romanzo che sembra voler dipingere un Girone Infernale calato nella realtà quotidiana? Parlare di trama sarebbe impossibile, in quanto le oltre mille pagine del volume non hanno una trama definita, trattandosi per lo più di una unità tematica che scorre sottotraccia. All’incirca possiamo dire che nella prima parte uno scrittore deve indagare sul rapimento della segretaria del suo editore e durante tale indagine sprofonderemo con lui nel mondo della prostituzione e della pornografia; nella seconda parte seguiremo invece la preparazione di una campagna di marketing in cui il prodotto da vendere sarà la Creazione stessa e il committente Dio; nella terza parte, a seguito della vendita della Creazione assisteremo al suo disfacimento e al suo collasso.

I personaggi che incontriamo nel romanzo sono assurdi, onirici: si va dal programmatore informatico che crea un videogioco in cui due squadre si combattono con violenza e che la notte prende misteriosamente vita, al Traslocatore, un uomo impegnato a traslocare continuamente di casa in casa, ossessivamente; dal ginecologo spastico, al papa che scioglie la Chiesa, dall’uomo che pesta le merde alla musa; il tutto in un vorticante caleidoscopio di follie e perversioni, in cui i passaggi più scatologici vengono contrappuntati da momenti di dolce poesia.

Stilisticamente parlando il libro è difficile, si pone con durezza nei confronti del lettore. Le immagini più crude vengono descritte con dovizia di particolari in aperta sfida alla sensibilità del lettore. Lo stesso stile di scrittura sembra voler essere refrattario ad ogni forma di semplificazione: abbiamo parole ripetute allo sfinimento, costruzioni di frasi complesse, passaggi letterari che sembrano volerti costringere ad abbandonare la lettura e a scagliare il libro fuori dalla finestra. Tutta la terza parte del romanzo, volendo rispecchiare la dissoluzione della Creazione, la sua implosione, sceglie di affrontare gli avvenimenti declinando ogni azione in tre tempi verbali, come se il tempo stesso fosse diventato un unico punto in cui tutto accade contemporaneamente nel passato, nel presente e nel futuro.

Eppure, come detto, nonostante il disappunto e l’odio che può istigare questo libro, qualcosa sembra impedirti di abbandonarlo e, una volta giunti alla sua conclusione, lo puoi sentire ancora dentro di te, che scava e macina. Questo perchè al di là della sua forma onirica, o forse grazie a questo, Moresco rappresenta tutto quanto è presente nella nostra società, dalle ossessioni per il sesso e la pubblicità, alle insicurezze dei rapporti tra le persone, dal ruolo della tecnologia a quello della spiritualità. Tutto può ed è rappresentato. Ogni genere viene preso in considerazione: l’horror, il fantasy, il thriller, la commedia, Pasolini e Joyce.

È senza alcun dubbio possibile dire che con Canti del caos ci troviamo di fronte a una delle opere che potranno segnare i primi anni di questo secolo e che, retrospettivamente, segneranno maggiormente la letteratura italiana contemporanea (basti pensare ai riconoscimenti ottenuti da Moresco da parte di Giuseppe Genna, tra i tanti).

Di seguito eccovi un assaggio di quello che potrebbe aspettarvi tra le pagine di questa sconvolgente opera d’arte. A parlare è la Donna dalla Testa Espansa:

Ci sono anch’io, sono qui anch’io, su questa corriera in viaggio per chissà dove. Tutta la massa della mia testa si è messa in viaggio per chissà dove. Sono stata finalmente snidata, individuata. Sono salita anch’io come gli altri su questa corriera ferma a motore acceso sulle superfici di quella piazza, sollevando, sollevando nell’aria il macigno del mio cranio collocato sui muscoli in tensione delle spalle, del collo, dopo avere camminato da sola per le strade, di notte, vicino all’ombra spropositata della mia bella testa che si spostava sui muri delle case, al mio fianco, quando passavo contro le zone di luce dei lampioni. Cos’è successo al suo interno? Perché non ha accettato i limiti di specie della sua crescita? Cos’è avvenuto nelle sue ossa, nelle sue cartilagini? Perché sono andate avanti occupando una zona orbitale così estesa all’interno dell’aria, dello spazio, mentre tutte le altre teste sono rimaste ferme al loro posto, rimpicciolite, man mano che la mia testa continuava a espandersi seguendo le sue dinamiche d’esplosione, alla cuspide dei filamenti dei loro piccoli colli, collegate ai grovigli di vene, di arterie, di capillari? Dove si fermerà? Perché non ha smesso di occupare spazi sempre più estesi all’interno dello spazio, in mezzo alle altre masse cellulari in gravitazione? Le mie ossa craniche non cessano di rigenerarsi.

Lo dico e lo ripeto: Antonio Moresco è forse uno dei massimi scrittori viventi, esempio di come sia possibile una letteratura “altra”, il cui risultato è un’opera letteraria nel suo complesso che o si ama o si odia. Di Canti del caos si è detto tutto e il contrario di tutto. Chi lo ama lo indica come uno dei pochi libri italiani che verranno ricordati tra cento anni, chi lo odia lo pone sullo stesso livello di una pubblicazione pornografica. Moresco è alternativamente un genio o un pazzo, un fine letterato o un pervertito, il futuro della nostra letteratura o il prodotto di scarto di una società alla deriva. La verità, secondo me, è che Moresco è l’indispensabile elemento anarchico che deve distruggere le certezze della nostra vita letteraria, sfasciando tutte quelle sensazioni di sicurezza che ci derivano da una serie di prodotti senza anima che ci cullano nell’idea che tutto possa andare bene anche quando non è così. Non c’è catarsi in Moresco, non c’è riconciliazione con il mondo, non abbiamo il lieto fine ad accompagnarci a letto. Non ci si sveglia da un incubo e, contestualmente, non ci si abbandona al sogno. In Moresco sogno e realtà non hanno distinzione, il suo mondo è il nostro mondo in cui tutte le barriere sono crollate e in cui camminando per strada possiamo incontrare i prodotti delle nostre perversioni e delle nostre aspirazioni, in una sorta di punto d’incontro tra le visioni lisergiche di Burroughs e il viaggio nell’Oltretomba di Dante.

Rush

Si può dire che tutto inizi e finisca al Nürburgring nel 1976. Il film di Ron Howard prende avvio sulla griglia di partenza del Gran Premio di Germania, mostrandoci immediatamente la tensione che scorre tra i due protagonisti (James Hunt e Niki Lauda), e idealmente raggiunge il proprio climax nell’incidente che capita allo sventurato Lauda al secondo giro. Nel mezzo, tra la partenza e l’incidente, un lungo flashback ci racconta l’incontro tra i due piloti, la loro rivalità e i loro differenti approcci alla vita e alle corse.

Ron Howard non è un’artista estremo, non è un sottile e complesso creatore di mondi. Il suo cinema è semplice, essenziale, se vogliamo a volte troppo diretto nella sua retorica. Rush non fa eccezione. Il film non brilla di certo per originalità, nè di stile nè di approccio alla narrazione. Siamo di fronte al più classico dei biopic, con tutte le caratteristiche del genere. Sia chiaro, non è un brutto film. Anzi, è un ottimo film.

Le corse automobilistiche vengono ricreate in modo spettacolare, montaggio e sonoro riescono a catapultarci nel mezzo della pista a quasi trecento chilometri orari. Ma non sono le gare ad attirare Howard. Queste sono solo il fine a cui tendono i suoi protagonisti. Quello che il regista vuole raccontare è la vita dei due rivali, il loro modo di rapportarsi con gli altri e con loro stessi. Da un lato abbiamo l’inglese James Hunt, bello, spavaldo, che vede il successo in gara come un modo per potersela spassare dopo. Dall’altro c’è l’austriaco Niki Lauda, freddo e calcolatore, mal sopportato da tutti, anche dai propri compagni di squadra, che come ammetterà, corre con le monoposto perchè è l’unica cosa che sa fare bene. Avesse avuto altre capacità, avrebbe fatto altro.

Immagine

Più che la battaglia tra i due uomini per la vittoria, ad emergere sono le battaglie personali che essi affrontano. Hunt, al di fuori di una macchina è uno sbruffone vuoto, incapace di vivere una vita normale, che ha bisogno di vincere a tutti i costi per dimostrare a sè stesso di essere qualcuno e non importa che questo comporti il doversi spingere fino al limite delle proprie possibilità rischiando la vita. Lauda è invece introverso, chiuso al mondo esterno e disinteressato all’esistenza degli altri. Il suo mondo si svolge tutto tra la macchina e il garage, in mezzo ai motori lui trova la sua via per realizzarsi e per questo motivo arrivare secondo sarebbe la peggiore delle sconfitte.

L’incidente di Lauda al Nürburgring diventa però il punto di svolta per le loro esistenze. Hunt trova un minimo di umanità poichè si sente in colpa per aver spinto per gareggiare nonostante le condizioni della pista fossero ben al di là dall’essere sicure. Lauda invece si stacca da quel mondo fatto di pistoni e benzina, diventando finalmente un essere umano reale e non un freddo pilota robot. Al suo ritorno in pista, dopo soli cinquanta giorni dall’incidente, la folla lo osanna, donandogli quel calore che forse nemmeno lui sapeva di cercare.

Da lì in poi il film di Howard prosegue per la sua strada avendo ormai raccontato quello che doveva raccontare. Abbiamo così la parte più dinamica della pellicola, con le ultime gare della stagione in cui Hunt e Lauda si sfidano per il titolo del mondo, fino all’ultimo Gran Premio, in Giappone dove a causa della pioggia torrenziale Lauda si ritirerà dopo due soli giri mentre Hunt correrà la gara della sua vita aggiudicandosi il titolo di campione del mondo con un solo punto di differenza rispetto al rivale.

Molto buona soprattutto l’interpretazione di Daniel Brühl nella parte di Lauda. L’attore tedesco, già apprezzato in Bastardi senza gloria di Tarantino, interpreta perfettamente la parte di un uomo prigioniero di sè stesso e della propria ambizione alla perfezione, freddo e distaccato ma che, incredibilmente, rinuncia ad un titolo mondiale rendendosi conto di come questo sia meno importante della propria vita e di quella della donna che ama.

Hunt viene invece interpretato da un buon Chris Hemswort, che ha vita facile nel mostrare quello che è fondamentalmente un buffone anarchico, un giullare egoista interessato soltanto a sè stesso che però, durante i lunghi anni di rivalità con Lauda, riesce a maturare un minimo di empatia e di coscienza. Non a sufficienza per salvare sè stesso, comunque: Hunt morirà a causa di un arresto cardiaco dopo quarantacinque anni vissuti sempre oltre il limite.

Forse possiamo dire che finalmente anche il mondo delle auto ha avuto il suo film rappresentativo dopo innumerevoli tentativi falliti (Giorni di tuono, Driven).

The Crews in Bulgaria

The Expendables 3 ci stava costando Jason Statham. Yep. A raccontarlo è Terry Crews a Jay Leno, nel suo classico stile ironico che tanto mi fa adorare questo attore. Ricordiamoci che è stato l’unico ad essere riuscito a proporre una scena davvero divertente in Tutto in famiglia.

Comunque Statham sta bene, il film prosegue la sua marcia e tra non molto potremo vedere nuovamente degli arzilli vecchietti pronti a menarsi a pizze in faccia e a spararsi di tutto, dappertutto.

Oldploitation? Il genere MILF applicato alla boxe

Ora, giusto per non essere accusato di avere preconcetti, metto subito in chiaro che a me l’ultimo Rocky non è dispiaciuto. Venti volte superiore al quinto capitolo (il peggiore della saga), lontano dagli eccessi cafoni dei numeri 3 e 4 con tutte le loro paraphernalia anni ’80, nello spirito e nelle aspirazioni molto simile al primo, inimitabile capitolo. Seppure l’idea di un pugile sessantenne impegnato in un incontro promozionale contro un pugile con meno della metà degli anni sulle spalle sia assurda, a Stallone non interessava lo scontro in sè e per sè, quanto il dare una nostalgica e degna conclusione alle vicende di un personaggio che, nel bene e nel male, ha accompagnato tutta la sua carriera artistica.

Detto ciò, quando ho visto questo trailer mi sono detto: “Seriously, Sly? Are you fuckin’ kiddin’ me?” Davvero, visto che con Rocky ti è andata abbastanza di lusso, adesso anzichè un vecchietto sul ring, ne metti due? Della serie, dato che nel porno spopola il genere MILF allora applichiamolo anche all’ambito sportivo. Il vecchio tira.

E invece no. Non funziona così. Se poi pensiamo che l’altro contendente è Robert De Niro. Anche tu Bob. Vabbè che dopo Heat (anno domini 1996, mica l’altro ieri), si può dire che beccare un film decente con te protagonista sia più difficile di avere un mutuo di questi tempi, però cavolo. Hai interpretato Jake LaMotta in Toro Scatenato, se proprio vogliamo pensare ad un altro film di impianto pugilistico. Proprio non puoi ritirarti in campagna, regalarci un cammeo ogni due/tre anni giusto per rammentarci della tua grandezza e stop? Please.

Poi il film ancora non l’ho visto. Magari sarà una dolente riflessione sulla vecchiaia, sullo spirito cannibalico del mondo dell’intrattenimento che non si ferma di fronte a niente pur di ottenere profitti, farcito di interessanti considerazioni sulle fiere rivalità sportive che si prolungano una vita intera in contrapposizione alla grettezza degli ideali materialisti di oggi. Il tutto guarnito da una intelligente ironia di fondo. Poi però guardo il regista: Peter Segal. Autore di: Una pallottola 33 1/3, La famiglia del professore matto e, mai lo perdonerò, 50 volte il primo bacio. E a quel punto vorrei riceverlo io, un pugno.

PS: Ma Stallone un allenamento normale no? Prima le carcasse animali prese a pugni, poi l’allenamento tra le nevi russe spaccando la legna, adesso traina un camion. Non per ripetermi ma: “Seriously?”

Cani arrabbiati

Del Mario Bava precursore del genere slasher con più di un lustro d’anticipo si è già parlato QUI. Poi abbiamo il Bava gotico, maestro dell’orrore, il Bava inventore del giallo all’italiana (Dario Argento “ruba” mezza iconografia al regista sanremese, primo elemento fra tutti l’assassino neroguantato). C’è poi il Bava anticipatore invisibile del genere pulp con Cani arrabbiati. Invisibile perchè sebbene questo gioiello sia del 1974 (e quindi di vent’anni antecedenti al Pulp Fiction tarantiniano che sdoganerà definitivamente il genere, rendendolo elemento appetibile per i critici più ortodossi e raffinati) non verrà distribuito a causa del fallimento della casa di produzione.

Ecco l’amaro destino di certi cineasti: già Mario Bava era uomo che non apprezzava facilmente molte delle sue opere e, anzi, ne disprezzava una buona quantità. Di solito la repulsione nasceva dai mille problemi produttivi che il cineasta incontrava durante la lavorazione dei suoi film, problemi che dovevano poi portarlo a scendere a compromessi con le proprie idee pur di portare a termine il progetto. Quando poi riesce a realizzare un prodotto estremamente personale e dalla forte connotazione autoriale, come nel caso di Cani arrabbiati, il film viene bloccato e finisce nel dimenticatoio.

Un vero peccato, perchè nel film di Bava assistiamo all’espressione di tutte quelle atmosfere che poi caratterizzeranno il cinema pulp futuro. Il soggetto stesso viene ripreso da un racconto di Ellery Queen, nel quale è già previsto il finale a sorpresa, mentre la messa in opera vuole essere sopra le righe dal punto di vista della costruzione della tensione, della presentazione dei personaggi e dell’uso della violenza (sia fisica che psicologica), vi si contrappone dall’altro un impianto scenografico scarno, se non minimalista.

Cani-arrabbiati-Maurice-Poli-George-Eastman-Lea-Lander-Don-Backy-e-Riccardo-Cucciolla

Quasi l’intero film si svolge all’interno della macchina dell’ostaggio rapito insieme a quello che si ritiene essere il figlio malato. Ad eseguire il sequestro sono tre rapinatori in fuga dopo aver rapinato le buste paga di una ditta farmaceutica. Insieme a loro, una donna presa in ostaggio in precedenza durante la sparatoria con la polizia. Durante tutto il film, un road movie claustrofobico, assistiamo alla contrapposizione verbale tra i tre rapinatori e le vittime dalla quale emergono le caratteristiche animalesche, esagerate, pulp, dei criminali. La violenza psicologica del gruppo di criminali cresce progressivamente durante il viaggio per poi esplodere fisicamente prima nell’omicidio di uno dei rapinatori, Trentadue (interpretato dal sempre grande George Eastman) colpevole di tentare una violenza sessuale ai danni della donna rapita.

Essendo l’impostazione scenica quasi teatrale, è la caratterizzazione dei personaggi ad essere particolarmente curata, dipingendo delle figure che si stampano con forza nella mente dello spettatore: George Eastman, nei panni di Trentadue, è uno psicopatico assetato di sesso che fatica a tenere a freno tutte le proprie pulsioni fisiche, siano esse sessuali o meno. Don Backy interpreta in modo sorprendente Bisturi, un criminale efferato succube del proprio capo, tanto da giungere ad ammazzare il proprio amico Trentadue quando gli viene ordinato. L’ultimo criminale è il Dottore, interpretato da Maurice Poli, freddo e determinato, deciso ad eliminare ogni ostacolo tra sè e il bottino al di là di ogni considerazione morale.

I due ostaggi sono invece interpretati da Riccardo Cucciolla e Lea Kruger, nei panni rispettivamente di Riccardo e Maria. Cucciolla regala al proprio personaggio una intepretazione compassata, fredda e misurata che trova la propria giustificazione nel finale, mentre Maria è l’unico personaggio realmente innocente del film e protagonista della scena più esplicitamente pulp: fuggita dalla macchina durante una sosta, viene raggiunta da Bisturi e Trentadue e costretta ad urinare di fronte a loro.

rabid-dogs-cani-arrabbiati-1974

Curiosamente, sarà proprio grazie all’interessamento di Lea Kruger che questo film sarà finalmente distribuito. Di questo film esistono sei versioni le cui differenze si concentrano fondamentalmente nella scena finale, più o meno lunga e nell’inserimento o meno di un prologo con la presenza della donna piangente. Solo una delle sei versioni, quella curata dal figlio di Bava, Lamberto e dal titolo Kidnapped, presente scene aggiuntive e montaggio, colonna sonora e doppiaggio alternativi.

Resta il rammarico per un film provocatoriamente anticipatore e dalla forte carica polemica nei confronti dell’essere Uomo, rimasto ingiustamente non distribuito per ben vent’anni.

Il coraggio, la dedizione, l’entusiasmo, la follia di un esordiente

Mi piace immaginare un discorso simile tra Steve McQueen, regista alla sua opera prima, e i produttori di Hunger:

– Voglio realizzare un film sul conflitto tra Regno Unito e Irlanda del Nord.

– Va bene.

– Sarà basata sul diario di Bobby Sands.

un-giorno-della-mia-vita

– Ottimo.

– Bobby Sands lo faccio entrare in scena dopo una trentina di minuti, però.

– Mmmmh… ok. Coraggioso, ma si può fare. In fondo si tratta dell’entusiasmo dell’esordiente.

– Inoltre Bobby Sands sarà interpretato da un attore tedesco.

– Tedesco? Tedesco? E dovrebbe fare l’accento irlandese? Non è che mi diventa una cosa simile al milanese di Kim Rossi Stuart in Vallanzasca (NdA: so che il film Vallanzasca è successivo ad Hunger, ma serve per rendere l’idea).

– No, no. Sono sicuro che il mio attore farà bene, anzi benissimo.

– Va bene. In fondo si tratta dell’entusiasmo e dell’incoscienza dell’esordiente.

– Ne sono così convinto, anzi che imposterò su di lui un piano sequenza di venti minuti su di lui che parla con un prete.

– Aspetta, aspetta. Un piano sequenza di venti minuti? Ok, si tratta dell’entusiasmo, dell’incoscienza e della sbruffonaggine dell’esordiente.

– A camera fissa.

– Un momento: un piano sequenza di venti minuti a camera fissa?

– Esatto.

– Ricapitoliamo: vuoi realizzare un film in cui il protagonista irlandese, interpretato da un tedesco, entra in scena dopo mezz’ora di film e vuoi aggiungere un piano sequenza di venti minuti a camera fissa in cui due persone semplicemente parlano? Va bene siamo di fronte all’entusiasmo, all’incoscienza, alla sbruffonaggine e alla follia dell’esordiente. Ma si può fare.

– (bisbigliando) Per non parlare delle molte scene mute.

– COSA?

Il produttore sviene, McQueen frega il malloppo per produrre il film, chiama Fassbender e girano Hunger, portandosi pure a casa il premio come miglior opera prima al festival di Cannes. Fassbender, tra l’altro, sfoggia un accento irlandese degno di un irlandese e sì, ok, è naturalizzato irlandese e vive in Irlanda da quando ha due anni, ma secondo me a Steve McQueen piace giocare.

Questo, poi è il famigerato piano sequenza. Da vedere, studiare, ammirare e venerare.

Un’altra Terra, un cosmonauta russo e tutte le nostre colpe

Al di là dell’inevitabile carico di pregiudizi che da sempre li accompagnano, i generi horror e sci-fi sono tra i più duttili quando si vogliono affrontare argomenti scottanti e dal profondo impatto. L’horror può raccontarci tutto il male e il tormento che si annida all’interno dell’animo umano. Che si tratti di una storia di possessioni demoniache, o che si parli degli omicidi di un serial killer efferato, se la storia viene raccontata con onestà e con intelligenza, allora un buon film horror può raccontare molto di come è l’individuo nel nostro presente e nel nostro quotidiano.

La sci-fi, invece, sempre quando non in mano a cialtroni ma diretta da gente con una visione decisa e preparata su quanto si vuole raccontare, può raccontarci bene quello che sarà la nostra società estremizzando le caratteristiche del nostro quotidiano. Semplificando: l’horror è il nostro psicologo, la fantascienza il nostro filosofo. Se pensiamo a film come Blade Runner o Matrix o District 9, possiamo vedere come l’elemento fantascientifico sia stato utilizzato per affrontare temi radicati nel nostro essere quotidiano e riferentisi a temi quali il razzismo, la lotta tra classi sociali, la guerra. Non sto scoprendo l’acqua calda, è sempre stato così. Negli anni ’50 c’era il terrore dell’invasione comunista e avevamo i film con le invasioni da parte dei marziani (esiste niente di più rosso di Marte, il pianeta rosso per eccellenza?). Negli anni ’70 c’era il problema delle riserve energetiche, le tensioni con gli Stati Arabi e la presa di coscienza dell’esistenza di un Terzo Mondo ed ecco spuntare prodotti come Soylent Green. Insomma, la fantascienza è sempre stata ancorata al presente per potersi proiettare nel futuro.

Esistono poi prodotti fantascientifici più rari, che trattano l’esistenza con un approccio ancor più astratto, più filosofico. Blade Runner era una perfetta analisi delle questioni filosofiche che hanno attanagliato l’Uomo da sempre: chi sono, cosa vuol dire essere vivi, cosa è la coscienza? Tutte domande a cui si cerca una risposta tramite l’artificio dei Replicanti.

Tutto questo preambolo per parlare di un piccolo film fantascientifico uscito nel 2011: Another Earth. Il film rappresenta nella sua interezza una delicata riflessione sul senso dell’esistenza e sulle colpe che tutti noi portiamo dentro durante il corso della nostra vita. Il punto di partenza del film è semplice quanto improbabile: improvvisamente nel cielo compare un secondo pianeta Terra, esattamente identico al nostro. Non solo: si scoprirà che è anche abitato da nostre copie esatte che hanno vissuto all’incirca le nostre identiche vite, almeno fino al momento della scoperta della reciproca esistenza. Ma il pianeta resta sospeso nello sfondo della trama, che invece ruota interamente attorno a Rhoda Williams (Brit Marling), una giovane studentessa che una sera commette uno stupido errore: messasi al volante dopo aver bevuto ad una festa, ha un incidente ed uccide una madre con il giovane figlio, mentre il marito, John Burroughs (William Mapother), sopravvive. Uscita di prigione e afflitta dai sensi di colpa vuole conoscere Burroughs e lo incontra nella sua casa dove l’uomo trascina un’esistenza priva di scopo. Fingendosi una donna delle pulizie e non rivelando la sua identità, si instaura un tenero rapporto tra i due, animato dai rispettivi dolori.

Immagine

Stiamo parlando di un film fantascientifico estremamente poetico, in cui vengono affrontati i concetti di colpa e redenzione e di destino. L’altra copia di Rhoda avrà infatti anche lei ucciso quelle persone, visto che ora la sincronicità delle copie è andata perduta e considerato che l’incidente è avvenuto proprio nel periodo della scoperta? Nel finale Rhoda rifiuterà al viaggio vinto per andare su Terra 2 e lo cederà a Burroughs nella speranza di farlo ricongiungere con la sua famiglia sull’altro pianeta, mentre lei incontrerà la propria copia su Terra 1 e chiudendo così il cerchio di questa storia.

Tra le tante ottime scene del film, spicca quella del monologo della ragazza che cercando di staccare dal torpore Burroughs decide di raccontargli una storia su di un’astronauta russo, metafora perfetta di come tutti noi dobbiamo alla fine soccombere alle nostre colpe e imparando a convivere con esse. Impossibile non innamorarsi dell’interpretazione di Brit Marling.

You know that story of the Russian cosmonaut? So, the cosmonaut, He’s the first man ever to go into space. Right? The Russians beat the Americans. So he goes up in this big spaceship, but the only habitable part of it’s very small. So the cosmonaut’s in there, and he’s got this portal window, and he’s looking out of it, and he sees the curvature of the Earth for the first time. I mean, the first man to ever look at the planet he’s from. And he’s lost in that moment. And all of a sudden this strange ticking… Begins coming out of the dashboard. Rips out the control panel, right? Takes out his tools. Trying to find the sound, trying to stop the sound. But he can’t find it. He can’t stop it. It keeps going. Few hours into this, begins to feel like torture. A few days go by with this sound, and he knows that this small sound… will break him. He’ll lose his mind. What’s he gonna do? He’s up in space, alone, in a space closet. He’s got 25 days left to go… with this sound. So the cosmonaut decides… the only way to save his sanity… is to fall in love with this sound. So he closes his eyes… and he goes into his imagination, and then he opens them. He doesn’t hear ticking anymore. He hears music. And he spends the sailing through space in total bliss… and peace.

Hitchcock

C’è stato un periodo  in cui Psycho era come un rituale per me. Una visione settimanale del capolavoro di Alfred Hitchcock era praticamente una prassi obbligatoria, arrivando a conoscere alla perfezione ogni inquadratura, ogni gesto, ogni sguardo dei personaggi su schermo.

Hitchcock narra proprio della realizzazione di quel capolavoro cinematografico che per molti versi ha rappresentato uno dei primi casi di horror psicologico mai realizzati. La prova offerta da Anthony Hopkins nel rappresentare il grande regista inglese è impeccabile. L’attore magistralmente sceglie di non gigioneggiare troppo con le classiche maschere con cui è maggiormente noto il regista, relegandole solo a poche scene e in particolare nell’incipit e nell’explicit finale che vogliono richiamare alla memoria i siparietti che Hitchcock interpretava presentando le puntate della serie televisiva Alfred Hitchcock presenta. Quello che vediamo è soprattutto un grande regista, impegnato in una furiosa lotta interiore contro sè stesso e contro le sue paure.

Immagine

Si può dire che Hitchcock nei suoi anni di carriera sia stato il cinema. Basti pensare che il suo primo film risale al 1925 (praticamente ancora agli albori del cinema) e l’ultimo è del 1976 (quando cioè ormai la Vecchia Hollywood tramonta in favore delle nuove leve, composte dagli Spielberg, dagli Scorsese, dai Coppola eccetera). Nel mezzo di questi febbrili anni, Alfred Hitchcock ha lavorato con le più grandi stelle del cinema, da Cary Grant a Grace Kelly, da Ingrid Bergman a James Stewart. Tra tutti i registi attivi all’epoca, egli era forse tra i più amati e i più rispettati. Il suo nome era un marchio di qualità, se non di successo assicurato, ma non solo: Hitchcock rappresentava uno stile che era quello della Vecchia Hollywood, uno stile che veniva rappresentato dai personaggi dei suoi film, tutti legati ad un codice di moralità ed eleganza tipici dell’epoca.

Il rispetto che il regista godeva nell’ambiente non era però ricambiato da un altrettanto eloquente apprezzamento a livello di riconoscimenti. In tutto il film, Anthony Hopkins vuole mostrare il dolore che questa ferita comporta nell’animo del regista: come farà dire al suo personaggio, infatti, Hitchcock ha fatto guadagnare miglioni alle case di produzione, ma nessuno ha mai riconosciuto pubblicamente la sua bravura. Il regista, nel corso della sua lunga carriera, non vincerà mai un Oscar.

Psycho vuole rappresentare il punto di rottura del regista nei confronti della macchina cinematografica hollywoodiana, che vuole da lui la continua riproposizione di film “alla Hitchcock”. Psycho è quanto di più lontano dallo stile del regista sia mai stato realizzato. Non ci sono personaggi dal rigido codice morale, tutti sono colpevoli di qualcosa (basti pensare che il film inizia con una coppia di amanti in una camera d’albergo).

Immagine

Nel film dedicato alla ricostruzione della realizzazione di questa opera, vediamo come il regista abbia dovuto affrontare l’ostracismo di produttori e stampa specializzata, che semplicemente non ritengono Psycho un film degno di essere prodotto, portando l’autore addirittura a ipotecare la casa per autoprodurre il proprio progetto. Molto belli i siparietti che mostrano la scelta dello sceneggiatore e, soprattutto, del protagonista Anthony Perkins, scelti per via dei loro problemi con madri ossessive.

Mano a mano che la realizzazione avanza, assistiamo alle molteplici battaglie combattute da Hitchcock: quella contro gli Studios che vogliono boicottarlo; quella contro la censura, che non vorrebbe concedergli l’autorizzazione alla distribuzione (fantastica ed emblematica la scena in cui ad Hitchcock viene spiegato che in nessun film prima d’ora era stato mostrato qualcuno mettere le mani in un gabinetto); quella infine molto più importante contro i propri sospetti di infedeltà nei confronti della moglie.

Proprio la figura di Alma Reville, interpretata maginificamente da Helen Mirren, emerge con forza dallo schermo facendola diventare la seconda protagonista del film (se non, da un certo punto di vista, la vera protagonista del film). Moglie del regista, gli fornisce forza e sicurezza. Vista dal marito come elemento complementare insostituibile del proprio genio, nel momento in cui decide di dedicare parte del proprio tempo alla realizzazione di un progetto personale con un proprio amico, getta Hitch nello sconforto e nel dubbio. Quando poi avviene il chiarimento definitivo, riesce nell’intento di trasformare un film completo ma che “non vuole nascere”, in qualcosa di totalmente diverso, un capolavoro di suspance che rappresenterà anche il miglior successo commerciale per il regista.

La cura nei dettagli mostrata dalla ricostruzione è maniacale, il make-up di Hopkins strepitoso. L’umanità donata al protagonista lo strappa dal mondo della leggenda per ricollocarlo in quello più terreno del mondo reale, con tutti i suoi difetti e limiti. Se proprio vogliamo trovare un neo al film è l’eccessiva concentrazione sulle dinamiche personali del regista che lascia più in secondo piano la realizzazione di Psycho che invece avrebbe potuto regalare qualche aneddoto interessante per noi cinefili. A parte la mitica scena della doccia, in cui Hitch stesso brandisce il coltello davanti ad una terrorizzata Janet Leigh, poco altro viene descritto dei giorni delle riprese.

Immagine

Si tratta comunque di un limite piuttosto piccolo, che lascia inalterato il fascino di vedere la storia che è ruotata attorno alla realizzazione di uno dei capolavori del cinema mondiale.

Presagi di cose brutte a venire

Non so, forse sono troppo critico. Forse sono prevenuto. Sarà che Robocop è stato uno di quei film che hanno segnato la mia infanzia cinematografica. Ricordo ancora la prima volta che l’ho visto. Quando uscì al cinema avevo cinque anni, ma io lo vidi solo tempo dopo in videocassetta. Non molto tempo dopo comunque. Al massimo saranno trascorsi un paio d’anni. Comunque ero a casa da scuola, e dal videonoleggio i miei genitori portarono questa videocassetta, di questo film con questo tizio che, dicevano, sarebbe stato mezzo robot e mezzo uomo. Che io mi immaginavo proprio un tizio che aveva la metà destra del corpo di un robot e la metà sinistra di un uomo. Non so perchè, vai a capire come funziona il cervello di un uomo. Dubito che i miei genitori immaginassero la violenza presente nel film, o non me l’avrebbero mai portato. Al momento dell’uccisione di Murphy ricordo che pensai: “Adesso arriva Robocop e gli fa un paiolo così a tutti.”

Immagine
Adesso arriva Robocop e gli fa un paiolo così. Poi cresci.

Che volete farci, ero ancora piccolo, avevo la febbre, l’Internet con gli spoiler non era stato nemmeno ancora immaginato da William Gibson, Lana Wachowki si chiamava ancora Larry e insieme i due fratelli non ci avevano ancora incasinato le menti con Eletti, Architetti, Oracoli, bullett time e burly brawl varie. Tempi più pionieristici insomma. Ma tant’è, alla fine compresi come il povero cadavere di Murphy sarebbe diventato Robocop e quando lo vidi comparire per la prima volta su schermo mi sfuggì un WOW d’emozione e da quel momento quel poliziotto-robot, lento, rumoroso, ottuso, si fece un piccolo spazio nel mio cuoricino di cinefilo.

Immagine
Lento. Rumoroso. Esagerato. Come gli anni ’80. Ma era il nostro robo-poliziotto preferito.

Adesso ne fanno il remake. Perchè le (poche) cose buone degli anni ’80 non possono essere lasciate in pace. Ironia della sorte, quest’anno la città di Detroit ha praticamente dichiarato il fallimento, regalando al film originale quella sorta di aura premonitoria di cui purtroppo tanti cittadini avrebbero fatto a meno, e dando contemporaneamente al remake quell’aria di “fuori tempo massimo” di cui sicuramente non saranno felici i produttori.

Comunque, questo è il trailer del film che dovrebbe uscire l’anno prossimo.

Robocop non è lento. E cambia armature come fossero vestiti per andare a ballare.

Murphy muore per una banale autobomba, privando un’intera generazione di ragazzini della più crudele esecuzione di poliziotto su schermo.

In generale, un “bah” con poca fiducia nel futuro. Sperando di essermi sbagliato.