The walking dead, so far

Strana vicenda, quella di The walking dead. La serie tv del canale AMC ha inanellato sin dalla prima stagione una serie di record di ascolti da far impallidire concorrenti ben più blasonati e rappresenta insieme a Mad Men il fiore all’occhiello dell’emittente. Eppure, nonostante la seconda stagione sia stata un crescendo di spettatori, è stata anche duramente criticata e al suo termine lo showrunner Frank Darabont è stato sostituito da Glen Mazzara. Quest’ultimo ha inaugurato la terza stagione e nella sua prima metà ha saputo eliminare quei difetti che erano stati portati alla luce fino a quel momento, eppure la AMC ha annunciato la sua defenestrazione e il conseguente nuovo showrunner per la season numero quattro: Scott M. Gimple. Questo, nonostante il continuo crescere degli ascolti e gli apprezzamenti unanimi per il nuovo corso dato allo show. Non a caso, forse, nella seconda metà della terza stagione si noterà una involuzione e un ritorno agli stilemi della season 2.

Ma vediamo la faccenda più in dettaglio. The walking dead viene tratta dall’omonima serie a fumetti di Robert Kirkman, qui anche in veste anche di produttore esecutivo. La serie racconta di un mondo post-apocalittico in cui i morti sono tornati in vita e si cibano dei pochi vivi sopravvissuti. Contrariamente a tanti film e storie dell’orrore del
passato con protagonisti gli zombi, Kirkman nel suo fumetto ha cercato di sfruttare i morti viventi come pretesto per raccontare invece le interazioni sociali di gruppi di
persone più o meno ristretti, quando gli stessi vengono sottoposti a situazioni estreme e in cui ogni forma di controllo istituzionale viene meno. In parole povere: se togli alle persone ogni forma di controllo, se le spingi a fondo in una situazione in cui gli scrupoli morali possono essere pericolosi come, se non più, delle armi stesse, cosa
succede? Quando la civiltà organizzata collassa, le persone che la componevano possono mantenere un barlume di decenza, o diventano delle bestie, primitive quanto gli zombi stessi?

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Per raccontare questa deriva, Kirkman si affida principalmente al suo protagonista principale, lo sceriffo Rick Grimes. Nel primo numero del fumetto lo troviamo appena
risvegliatosi dal coma in un ospedale deserto. Scopriamo subito che è stato gravemente ferito durante un’azione di polizia poco prima che il mondo crollasse a seguito dell’invasione degli zombi. Grimes al suo risveglio è quindi inconsapevole della situazione e si trova in una situazione di svantaggio rispetto a tutti gli altri
sopravvissuti: mentre gli altri hanno avuto modo di affrontare la situazione, venendone più o meno trasformati, Rick è ancora “integro”, ancora perfettamente ancorato ai valori di un mondo che non esiste più. Anzi, ancor peggio: da ex-difensore di una legge che non ha più motivo di esistere, è doppiamente svantaggiato poichè ora concetti quali legge, ordine, onore, sono non solo svaniti, ma addirittura pericolosi. Nel corso della serie a fumetti, lo sceriffo riuscirà a ritrovare la sua famiglia, composta dal figlio Carl e dalla moglie Lori, unitasi ad un piccolo gruppo di sopravvissuti capitanati dall’ex collega ed amico di Rick, Shane. Al di là di svariati elementi “di distrazione” che servono a rendere la trama avvincente, quali una notte di passione passata da Lori con Shane quando ancora loro credevano che Rick fosse morto, e la conseguente rivalità tra i due uomini che sfocierà nella morte di Shane per mano del piccolo Carl, la serie a fumetti si distingue per la magnifica descrizione psicologica che viene fatta dei personaggi. Chi non mostra capacità di adattamento finisce per soccombere e in questo la trasformazione graduale di Rick è emblematica e perfettamente descritta: dal paladino del bene che è all’inizio della storia, sempre alla ricerca della soluzione migliore per salvare tutti, lentamente l’ormai non più tutore dell’ordine diventa un dittatore e un uomo dal senso pratico, che non sprecherebbe una pallottola per salvare uno sconosciuto e che non esita a sparare a sangue freddo ad un ex detenuto che si frappone fra la salvezza, rappresentata dalla permanenza in una prigione semi-abbandonata, e il gruppo. Il fumetto si contraddistingue anche per la sua crudezza e la sua imprevedibilità: chi è inutile o inadatto, come detto, muore, ma non solo. Anche personaggi che in una normale serie a fumetti sarebbero intoccabili, qui se l’evento è utile alla narrazione muoiono. Esempio clamoroso è la morte della moglie Lori e del bambino appena nato, uccisi dal Governatore al termine del ciclo dedicato alla prigione (numero 48 della serie). Nessun fumetto seriale avrebbe mai osato tanto, prima d’ora.

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La serie televisiva ricalca grosso modo le vicende raccontate nel fumetto e la conclusione della terza serie ci porta allo scontro tra Rick e il Governatore. Anche la serie televisiva vuole sfruttare gli zombi come pretesto e affrontare l’apocalisse da un punto di vista maggiormente intimista. Per portare a termine il compito si sceglie di
puntare su Frank Darabont, un ottimo regista che ha dimostrato più volte di essere in grado di avere questi temi nelle proprie corde. Sue sono ad esempio alcune delle migliori trasposizioni di romanzi del Re Stephen King: Le ali della libertà, Il miglio verde e The mist. Da notare come Le ali della libertà e Il miglio verde siano due opere dal profondo carico emozionale ed umano, mentre The mist sia la storia di un gruppo di persone assediata all’interno di un piccolo supermercato da un’orda di mostri . Tutti temi e atmosfere che possiamo trovare in The walking dead, insomma. La mano di Darabont si vede anche nella scelta di alcuni elementi del cast, tra cui possiamo trovare Laurie Holden nella parte di Andrea, già vista in The mist e The majestic (altro film strappalacrime sull’America delle persecuzioni maccartiste con protagonista un serissimo Jim Carrey) e Jeffrey DeMunn, quasi un attore feticcio per il regista visto che lo troviamo in Le ali della libertà, Il miglio verde, The mist e The majestic.

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Mentre la prima serie, composta da soli sei episodi, frantuma ogni aspettativa in fatto di ascolti e di ricezione, pone le basi nella descrizione del mondo post-apocalittico e
si interessa dell’introduzione dei suoi protagonisti, (aggiungendo peraltro alcuni personaggi non presenti nel fumetto originale) i problemi cominciano a sorgere con la seconda stagione. Si passa per prima cosa da sei a tredici episodi. La lunghezza quindi raddoppia e questo non sarebbe un grosso problema, se non si decidesse di ambientare l’intera stagione all’interno della fattoria degli Hershel dove i nostri fuggiaschi si rifugiano. Nella serie originale, questa storia occupa un arco di tre soli numeri, mentre le vicende raccontate nella prima serie ne occupavano nove. La matematica non mente: il doppio degli episodi, per un terzo delle vicende. La seconda stagione può essere divisa in due tronconi: i primi sei episodi raccontano delle ricerche di una bambina scomparsa, Sophia, e dell’uso della fattoria come campo base provvisorio, mentre gli ultimi sette episodi raccontano della accettazione definitiva del proprietario della fattoria Hershel del gruppo e della distruzione della fattoria per mano di un’orda gigante di zombi. Visto il numero elevato di episodi e il numero limitato di eventi che viene raccontato, l’attenzione viene spostata da Darabont dalla lotta contro gli zombi alle lotte intestine del gruppo, dove vigono molteplici punti di vista su come confrontarsi con gli zombi e con gli altri sopravvissuti. Si creano così molteplici schieramenti formati da chi vuole seguire vie d’azione più esplicite, a chi vuole semplicemente restarsene nascosto, a chi non vuole abbandonare la propria umanità rifiutandosi di eliminare preventivamente chiunque possa spifferare l’esistenza della fattoria ad altri gruppi di sopravvissuti. Il problema è che tredici episodi di drammi morali e di discussioni filosofiche sono eccessive e il ritmo ne soffre altamente. Fortunatamente non mancano momenti gore di altissimo livello e la tensione che viene accumulata per svariati episodi alla fine deflagra con violenza: è il caso dell’epurazione degli zombi presenti nel fienile al termine del ciclo dedicato a Sophia e della battaglia finale contro l’orda di zombi. Ma far dire qualcosa ai protagonisti in modo esplicito è molto meno potente rispetto a farlo capire tramite le azioni.

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Gli ascolti salgono, ma si vede che ai dirigenti della AMC e a Robert Kirkman la piega che stanno prendendo gli eventi non piace più di tanto e così prima che la seconda
stagione finisca si annuncia il successore di Darabont: Glen Mazzara, già autore di alcuni script interessanti per la serie.

Mazzara, sin dal primo episodio, mette in chiaro la sua personale opinione di come vada gestita la serie: via i tanto temuti pistolotti filosofici, dentro più azione e
praticità. La storia riprende mesi dopo l’ecatombe che ha chiuso la serie precedente. I protagonisti sono sopravvissuti all’inverno girovagando per l’America devastata e hanno imparato che per sopravvivere devono agire velocemente e in silenzio. Perfetto contrappunto alla precedente gestione è l’incipit del primo episodio, muto, in cui i fuggiaschi si impadroniscono di una catapecchia senza dirsi una parola, sparando agli zombi con pistole equipaggiate con rudimentali silenziatori. Praticità ed ingegno. Nel corso della prima metà della stagione Mazzara fa piazza pulita dei personaggi che per intere puntate si sono trascinate senza uno scopo o che ormai non avevano più nulla da dire e si occupa di descrivere la trasformazione di Rick e dei suoi compagni. In questo spicca ulteriormente la metamorfosi di Carl, che da ragazzetto irritante diventa uno spietato giustiziere: non si farà infatti scrupoli ad ammazzare un ragazzo arresosi durante l’attacco alla prigione nel season finale.

Successo di critica e di ascolti sembrano un toccasana e una protezione sufficiente e invece a sopresa arriva l’annuncio della AMC: a causa di divergenze artistiche anche Mazzara a fine stagione verrà sostituito. Voci dicono che non sia piaciuta a Kirkman la sua idea di far morire Andrea, personaggio che nella serie a fumetti è ancora vivo e vegeto (per altre differenze tra serie tv e fumetto potete guardare QUI). Comunque, la serie prosegue e nuovamente ci ritroviamo nella situazione di avere i protagonisti che girano a vuoto per molti episodi, in attesa dell’evento finale, lo scontro tra gli abitanti della prigione e gli abitanti della cittadina-fortezza Woodbury.

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Nonostante nel corso della seconda metà della stagione vi siano alcuni degli episodi migliori della serie, tra cui il sottoscritto vorrebbe mettere Clear, quello che nasce dalla sua visione è un senso di frustrazione: tante cose potrebbero accadere, viste le premesse, e poco in realtà accade. Il disappunto maggiore poi è per il season finale, quando la tanto attesa battaglia viene mostrata come una scaramuccia di pochi minuti e lo scontro tra il Governatore e Rick non si consuma, con il Governatore in fuga e disperso nel nulla. Un bel dito medio alla nostra attesa, insomma.

Con adesso il dubbio di quello che potrebbe succedere, nel prosieguo della storia per quanto, unica nota positiva, il nuovo showrunner sarà l’autore del già menzionato Clear. Ma tra lo scrivere un buon episodio e il gestire uno show la differenza è molta. Se poi si parla di una serie in cui gli showrunner hanno la stessa longevità degli zombi di cui stanno raccontando, allora c’è poco di cui essere ottimisti.

Per inciso, contrariamente a tante critiche che ho letto, ritengo comunque migliore la seconda serie rispetto alla terza (o meglio, alla seconda metà della terza). Nonostante il ricorrere a discorsi moralistici e a un continuo avvitamento su se stesso degli eventi, il lavoro degli attori è nettamente più interessante (Shane su tutti) e la presenza delle scene madri a metà e fine stagione sono comunque più soddisfacenti per lo spettatore di quanto non sia lo scialbo finale di questa ultima stagione. Non possiamo fare altro che aspettare e sperare (da qualche parte c’è una mano che deve essere ancora amputata, come i lettori del fumetto ben sanno).

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