Storie nascoste di un Paese senza memoria

L’Italia non è mai stata unita. Questo sarebbe l’incipit perfetto per un romanzo di storia alternativa, perfetto equivalente de “L’America non è mai stata innocente” di James Ellroy. L’Italia è sempre stata divisa in piccoli Stati impegnati a combattersi tra di loro. La sua unità era il sogno di alcune genti che hanno voluto realizzare un’impresa impossibile basandosi su un passato che non sarebbe mai stato possibile replicare. La Grande Roma era crollata sotto il peso dei barbari, l’Impero era collassato e gli invasori avevano banchettato con i resti dei vinti. Dalla frammentazione che ne era nata, non poteva nascere un popolo unito. Possiamo vederlo ancora adesso. Ci sono due, tre, venti italie e ognuna di esse odia le altre. Abbiamo l’Italia di Destra e l’Italia di Sinistra. Quella del Nord, contro quella del Sud. L’Italia dei cervelloni e quella dei mantenuti. L’Italia dei politici. L’Italia di quelli che vorrebbero essere tedeschi e di quelli che vorrebbero essere svizzeri. L’Italia dei sognatori e quella degli sconfitti. L’Italia dello Stato e l’Italia della mafia.

Chi ha versato il sangue, nel corso delle guerre, lo ha fatto per un sogno che non si è avverato, al di là delle istituzioni.

La mancanza di un senso unitario si riflette nella mancanza di un’epica che narri la nascita del Paese. Pensateci. Tutti noi vediamo la nascita dell’Italia come composta da una scampagnata realizzata da un migliaio di straccioni in camicia rossa, partiti da un piccolo porto con quattro barchette e che man mano che scendevano attraverso la penisola trovavano la gente pronta a consegnarli le chiavi di casa con un sorriso stampato in faccia. La realtà è stata ben diversa. Ci sono state battaglie, sangue, fango, linciaggi. La violenza del popolo contro il popolo. Ideali che sono stati traditi e altri che sono nati dalla morte e dalla sofferenza.

Eppure di tutto questo nella nostra storia raccontata non rimane niente. Le statue che vediamo nelle nostre città non ci raccontano nulla, sono solo ornamenti inutili buoni a farsi corrodere dallo smog e dalla merda di piccione.

L’America ama i suoi padri fondatori, rispetta chi ha lottato per la sua creazione. Un Paese senza storia ha creato l’epica della propria costruzione, trasfigurandola in un genere per tutti, il western. Le guerre indiane, la folle costruzione della linea ferroviaria, la schiavizzazione dei neri e la Guerra d’Indipendenza. Tutto questo è stato assimilato, elaborato, magnificato. Certo, tutto è stato filtrato attraverso gli stili e le menti delle varie epoche. I nativi americani prima sono stati i cattivi per antonomasia, poi sono diventate le vittime di un genocidio. I sudisti erano i cattivi, poi sono diventati combattenti esattamente come i nordisti, uomini mandati al macello per perseguire scopi economici più o meno nobili. Ma tutto è stato raccontato. Alamo. Pat Garrett e Billy the Kid. Su, su, fino alle Guerre Mondiali, alla Guerra del Vietnam, la Storia segreta di James Ellroy, tra CIA, FBI, Cuba, la Guerra Fredda e tutto quello che rappresenta il cuore vivente di una Nazione.

Da noi in Italia, per anni niente di tutto questo è successo. Abbiamo pochissimi esempi di tentativi di creare il nostro mito fondante. C’è Il Gattopardo. Poi c’è un buco nero. Per il nostro cinema e per la nostra letteratura, l’Italia ha valenza narrativa solo dal dopoguerra in poi. Quello che c’è stato prima non attira. Paradossalmente, noi italiani abbiamo contribuito maggiormente alla creazione del loro mito, grazie agli spaghetti western.

Negli ultimi anni sono stati fatti alcuni tentativi di dare una maggiore realtà e consistenza sia alle storie dell’unità italiana sia alla sua Storia recente. Nel campo letterario abbiamo potuto assistere alla nascita del movimento noto come New Italian Epic, così battezzato da Wu Ming 1 nel 2008. Questo movimento letterario comprende molte opere scritte a partire dal 1993 ed è composto da romanzi in cui, accanto a ricostruzioni storiche accurate si accompagnano altre caratteristiche quali: una commistione tra ricercatezza stilistica (punti di vista particolari, soluzioni narrative inconsuete, ricercatezza lessicale), complessità delle trame e atteggiamento “pop”; rifiuto dell’ironia del romanzo postmoderno; rifiuto della storia ufficiale e ricorso a ucronie e storie alternative.

Tra i grandi esponenti del New Italian Epic abbiamo il collettivo bolognese Wu Ming, nato Luther Blissett con il romanzo Q, che ha come scopo principe quello di riportare alla luce storie d’Italia che rischiano di essere dimenticate. Ecco allora che abbiamo i romanzi (alcuni scritti dall’intero collettivo, altri solo da alcuni componenti): 54, sull’Italia post-bellica, Timira sull’Italia coloniale, Point Lenana che racconta di un’incredibile evasione da un campo di prigionia inglese in Africa, Asce di guerra dove si narra dell’ormai dimenticata partecipazione degli italiani alle guerre in Indocina negli anni ’50.

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Proprio dal NIE nasce un tentativo di svecchiare l’immagine del Risorgimento nel 2008 dalla coppia Valerio Evangelisti e Antonio Moresco, con il loro libro Controinsurrezioni. Nella sua metà, Evangelisti mette in mostra la caduta dello Stato Pontificio, descritta in tutta la sua crudezza ed umanità, tra preti linciati, prostitute e scoregge; Moresco, invece, imbastisce una curiosa trama che mescola Leopardi e la batracomiomachia, il rivoluzionario Pisacane e un acceleratore di particelle e un paio di attori porno.

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Anche Umberto Eco, forse fuori tempo massimo, cerca di dare nuovo fulgore al Risorgimento con il suo Il cimitero di Praga, anche qui affidando il compito di narrare le vicende segrete che hanno coinvolto Garibaldi e Cavour, i carbonari e gli anarchici, traghettando il Paese alla sua nascita, ad un losco doppiogiochista impegnato a stringere accordi e a tessere trame pensando più al proprio tornaconto, dando tra le altre cose vita ai Protocolli dei savi di Sion, che verranno poi usati anche da Hitler quale elemento fondante della sua propaganda anti-ebraica. Il risultato forse non sarà ai livelli del miglior Eco, ma comunque è un’ottima lettura.

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Al cinema, invece, mentre gli anni del dopoguerra in primis e, successivamente gli Anni di Piombo, hanno comunque avuto un trattamento più o meno decente, il Risorgimento latita. Solo nel 2010 abbiamo Noi credevamo, di Mario Martone, film monstre che racconta la storia di tre ragazzi del Cilento aderenti alla Giovine Italia di Mazzini.Il film è stato snobbato, lasciando poche tracce e, soprattutto, dando poche speranze per la realizzazione di opere simili (non vogliamo qui considerare le fiction tv che, al contrario di quanto realizzato in altre Nazioni, da noi sono ancora per lo più opere di scarso, se non totalmente assente, valore).

Pensando all’incredibile bacino di storie rappresentato da quegli anni, non possiamo non esserne rammaricati.

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