Cose che i tuoi amici non capiranno mai: Rob Zombie

Ci sono diritti che sono acquisiti dalla nascita e altri che vanno conquistati con fatica e sudore. Entrambi hanno una cosa in comune: per perderli basta poco. Esattamente come ho perso il diritto di decidere quale film vedere con i miei amici, dopo che mi sono imposto per guardare La casa del Diavolo di Rob Zombie. Ma prima:

Succede che tu sei gasato a mille, continui a ripeterti che stai per elevare il livello delle serate cinematografiche dei tuoi amici, che finalmente riuscirai a staccarli dalle commedie con Renato Pozzetto. Una sera ti dicono che hanno visto La casa dei 1000 corpi. Peggio: hanno visto La casa dei 1000 corpi su Iris, spezzettato dalla pubblicità.

Eppure l’hanno apprezzato, da un certo punto di vista. Quindi il tuo diventa un dovere morale e l’uscirtene con un: “Oh, ragazzi, io ho il DVD del seguito, si intitola La casa del Diavolo [non stiamo qui a sindacare sui voli pindarici dei traduttori di titoli, ne potrebbe uscire un post a sè]. È troppo bello come film, dobbiamo vederlo tutti assieme,” è un tuo diritto/dovere inalienabile. Qualcosa nell’aria dovrebbe averti suggerito che forse non è il caso, che loro si aspettano un prodotto simile al film che hanno visto, tanta ironia, cazzate a profusione, orrore sì, ma di quello caciarone che non fa troppo male. In fondo La casa dei 1000 corpi è un gran film, di quelli che se conosci i modelli ispiratori puoi avere un fremito di piacere lungo il corpo ad ogni scena. Non è un mistero, il primo film di Rob Zombie è il remake non ufficiale di Non aprite quella porta (The Texas Chainsaw Massacre).

La cena in famiglia per antonomasia
La cena in famiglia per antonomasia

Nel 2003 Marcus Nispel realizza un remake e per questo si meriterebbe la pena subita dal Riccardelli ne Il secondo tragico Fantozzi, grazie Nis e non ci stressare più. Nel 2006, poi Jonathan Liebesman è riuscito a realizzare il prequel del remake che è anche peggio. Nispel ha poi diretto anche il remake di Venerdi 13, fregandolo a Liebesman e riuscendo nella non facile impresa di scippare un film ad un incapace per rovinare il ricordo di due classici dell’orrore. Non male.

La casa dei 1000 corpi è anch’esso del 2003. Potrebbe essere uscito prima del remake di Nispel, o forse dopo, ma non ha molta importanza e comunque non ho voglia di controllare. Quello che conta è che, confrontando i due film, non serve un genio per capire che Rob Zombie e chiunque si intenda un poco di cinema abbia commentato con un: “Nispel puppa la fava.”

Ma sto divagando. Dicevo delle migliori intenzioni nel proporre agli amici il seguito di questo cult movie istantaneo e di come loro non avessero la benchè minima idea di quali fossero i film ispiratori del primo episodio. Che di per sè non è un male, intendiamoci. Il film è godibilissimo visto a sè stante e in questo Rob Zombie è stato fantastico. Chiunque può vederlo e soffrire, esaltarsi e divertirsi con quello che è un prodotto da gustarsi di fronte a un bel boccale di birra, tra amici, senza troppe pippe mentali alla Mereghetti. Ma, se uno conosce il materiale di partenza, gode di più e comprende il lavoro che sta alla base della filosofia del regista. Ed è più preparato per digerire il suo seguito.

La casa del Diavolo abbandona l’idea dello slasher movie del capostipite. Non aprite quella porta è stato citato, analizzato e risputato. Ripetere la situazione del primo film sarebbe stupido e inutile. Rob Zombie decide di passare oltre e crea una geniale commistione tra il genere western e il film on the road. Se prima citava registi come Tobe Hooper, adesso il suo obiettivo è il Sam Peckinpah di Pat Garrett & Billy the Kid e, se vogliamo, i film di gangster in fuga come Bonnie and Clyde di Arthur Penn. La regia, che in La casa dei 1000 corpi è delirante, con un montaggio dinamico, veloce, fatto di inserti onirici, adesso diventa asciutta, classica. Qualcuno potrebbe tirare in ballo gente come Howard Hawks e John Ford. Rob Zombie si impone come un Clint Eastwood dell’orrore. La violenza stessa, che nel primo film era cartoonesca, qui diventa reale, malata, perversa.

La fuga dei membri della famiglia Firefly si concluderà poi in modo epico, riecheggiando in modo grandioso sia lo spirito di Peckinpah, sia citando (non so quanto volontariamente), il finale di Thelma & Louise, regalandoci anche un breve istante di empatia nei confronti di quelli che sono, va tenuto presente, degli psicopatici criminali.

Risultato: porti anche una bottiglia di whisky, che non si sa mai e invece non siamo andati oltre la metà del film, quando finisce l’intermezzo nella camera d’albergo (curiosamente la parte più simile a La casa dei 1000 corpi) e ogni diritto futuro di scegliere un film da vedere in compagnia andato perduto. Da allora il nome di Rob Zombie è diventato tabù.

Dopo La casa del Diavolo, Rob Zombie si è dedicato al remake di Halloween. Nonostante il risultato sia meno anarchico della coppia di film iniziale, comunque non faccio fatica ad immaginarmi la cantina del regista dove tiene Nispel e Liebesman legati ad una sedia ed ogni tanto scende per mollargli due ceffoni e dirgli: “D’ora in avanti i remake li fate così!”. Mentre il primo Halloween è piuttosto fedele all’originale e manca maggiormente della personalità del regista, il secondo si allontana dalla strada già tracciata e ne approfitta per inserire una curiosa ed originale variazione, in cui Laurie subisce un maggiore legame con Michael e il retaggio della sua famiglia.

Dopo alcuni curiosi progetti, quali The haunted wolrd of El Superbeasto, quest’anno è infine uscito Le streghe di Salem, in cui la visione cinematografica di Rob Zombie si complica ulteriormente, diventando più barocca, decisamente più pregna di simbolismi e di messaggi nascosti. Il film è sicuramente il più personale e il più complesso del regista-rocker ed è stato accompagnato anche dalla versione cartacea del film, scritta dallo stesso Zombie. Da notare che il romanzo non è la pedissequa trasposizione di quanto visto su schermo, ma diverge in più punti, trasformando il libro in un’opera a sè stante.

Insomma, se inizialmente Rob Zombie poteva essere visto come il Quentin Tarantino dell’orrore, definizione che poteva anche essere giustificata sia per l’enorme cultura cinematografica sciorinata a suon di citazioni nei suoi film e per via della sua presenza tra i fake trailer di Grindhouse (il fantastico Werewolf women of the SS), opera dopo opera questa etichetta sta diventando sempre più obsoleta e semplicistica.

Poi, sia chiaro: tra il comunque godibilissimo Machete e Werewolf women of the SS, se avessi dovuto votare quale trailer trasformare in film sarebbe stato quest’ultimo. Due motivi su tutti: Nicolas Cage che interpreta Fu Manchu nella sua migliore interpretazione degli ultimi dieci/quindici anni e lei, Sheri Moon, musa del regista presente in tutti i suoi film e, diciamolo, ragazza alquanto graziosa.

Un buon motivo per vedere i film di Rob Zombie
Un buon motivo per vedere i film di Rob Zombie
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2 pensieri su “Cose che i tuoi amici non capiranno mai: Rob Zombie

  1. Pingback: The Lords of Salem | Il cinefilo reietto

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