La polizia ringrazia

È il 1972. Sono trascorsi quattro anni dai movimenti giovanili del ’68 e in Italia stanno cominciando i famigerati Anni di Piombo. La strage di Piazza Fontana è del 1969, nel 1970 viene fatta scoppiare una bomba nella stazione di Gioia Tauro, nella notte tra il 7 e l’8 Dicembre dello stesso anno fallisce il golpe Borghese. L’anarchico Pinelli che nel ’69 muore cadendo da una finestra della Questura durante gli interrogatori sulla bomba di Piazza Fontana e la morte di Giorgiana Masi nel 1971 hanno minato la fiducia delle persone nella polizia, vista come uno strumento di repressione fascista. Rapine, attentati, gambizzazioni e omicidi, scontri di piazza tra movimenti di Destra e di Sinistra, tutto contribuisce a creare nel Paese un clima di pericolo e tensione. In quegli anni sembrerà che la Democrazia sia ad un passo dalla fine.

Mentre in quegli anni gli sforzi della stampa e degli organi di informazione saranno rivolti al tentativo di indicare il terrorismo rosso come principale colpevole delle morti che stanno sconvolgendo l’Italia, il mondo del cinema, a sorpresa, interpreta alla perferzione la situazione e reagisce con un film dalla capacità di analisi e di predizione del futuro quantomeno sconcertante.

Il film in questione è La polizia ringrazia, per la regia di Steno. Steno non è altro che il nome d’arte di Stefano Vanzina, autore di altri film importantissimi quali Guardie e ladri (insieme all’altro gigante della cinematografia italiana, Mario Monicelli) o Febbre da cavallo; nota a margine, Stefano Vanzina è anche padre di Enrico e Carlo Vanzina, autori di tante commediacce anni ’90 e 2000 con il gruppo Boldi, Greggio e De Sica.

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Con questo film, Steno darà il via al cosiddetto genere poliziottesco, una serie di film polizieschi in cui, esattamente come nell’horror, si prenderanno gli elementi fondanti del genere per estremizzarli. Accanto a questa spettacolarizzazione, però, viene aggiunto anche un profondo sottotesto sociale e politico, particolarmente evidente in questo primo film.

La trama è presto detta: l’opinione pubblica viene sconvolta da una rapina compiuta da due malviventi a seguito della quale due cittadini vengono ammazzati e una giovane ragazza rapita. La polizia inizia le sue ricerche, guidata dal commissario Bertone, mentre contemporaneamente per la città gira una squadra di vigilantes che si occupa dell’esecuzione dei criminali, in sostituzione della polizia. Mentre Bertone continua la sua caccia all’uomo, indaga anche su questa banda, nell’indifferenza generale dei suoi superiori che vogliono considerare gli omicidi come normali regolamenti di conti tra criminali. Con il proseguire delle indagini, Bertone scoprirà che dietro alla banda si muove un gruppo di politici, magistrati e magnati della finanza, il cui scopo è sfruttare la situazione di violenza e caos che si sta creando per condizionare l’opinione pubblica e predisporre il tutto per un colpo di stato e l’instaurazione di una dittatura.  Il film si conclude con l’omicidio dello stesso Bertone, tradito dai suoi stessi colleghi e incapace di affrontare l’orrore che si sta scatenando.

Vedendo adesso questo film, e alla luce delle scoperte fatte a seguito delle indagini svolte su quegli anni sanguinosi, non si può non restare sorpresi dalla perfetta descrizione delle forze in campo che viene fatta. L’infiltrazione delle forze dello Stato nella malavita, usata per condizionare una parte sempre più consistente dell’opinione pubblica è adesso un elemento ben noto e accettato, stiamo parlando di quella che è stata definita strategia della tensione. Tutto il film può essere visto come una drammatizzazione di quello che fu il già indicato fallito tentativo di golpe del 1970, nonchè come un monito per quelli che sarebbero stati gli anni a venire.

Non si deve però pensare a La polizia ringrazia come ad un film di denuncia, documentato, freddo, scientifico. Siamo di fronte invece ad un prodotto d’intrattenimento intelligente ed ottimamente confezionato. L’azione non manca, le scene di violenza non mancano e, anzi, come detto vogliono spingersi al massimo possibile per sconvolgere lo spettatore, con quella tipica voglia di stupire che costituisce il cinema di quei tempi.

La sceneggiatura è perfettamente congegnata, le scene si incastrano alla perfezione e non abbiamo mai cadute di tono o momenti morti. Tutto avviene seguendo una logica e lo spettatore viene condotto verso quel finale tanto amaro quanto inevitabile. La colonna sonora, di Stelvio Cipriani, potrebbe tranquillamente essere usata in un film contemporaneo: tesa, vibrante, fa da perfetto contrappunto alle scene che vengono mostrate su schermo.

Ma dove il film riesce meglio, è nella descrizione del personaggio di Bertone: se, negli anni futuri, la figura del poliziotto outsider che indaga da solo contro la volontà dei propri superiori diventerà uno stereotipo abbozzato, un clichè, in questo caso il tutto è figlio del tempo in cui il film viene realizzato. Il senso di impotenza che Bertone prova, è lo stesso che prova la gente in quegli anni, l’inadeguatezza della polizia e della macchina giudiziaria mostrata nel film è la stessa che caratterizza quegli anni, travolti da un’ondata di violenza senza pari. Inoltre, Bertone non è un giustizialista sfrenato che vuole opporsi alla legge e non vuole accettare che qualcuno si sostituisca alla polizia. Quando la squadra clandestina anticrimine entra in azione e inizia a uccidere i criminali, lui è uno dei pochi ad indagare attivamente per scoprire i colpevoli ed arrestarli, contrariamente ad altri suoi colleghi che invece ritengono non sia necessario fermarli. Questo perchè Bertone si rende conto di come accettare pacificamente una cosa simile significhi aprire le porte ad un escalation che non possa non portare ad altro che alla dittatura. Nel momento in cui i rappresentanti dello Stato perdono di significato e di autorità, nel momento in cui le leggi cessano di avere validità, allora la Democrazia crolla.

Questo è il grande messaggio del film, che contrariamente ad altri suoi epigoni futuri, non si può definire giustizialista tout-cour.

Note a margine: oltre all’ottima interpretazione di Enrico Maria Salerno nei panni di Bertone, abbiamo le buone prove di Mariangela Melato e Mario Adorf. Il produttore Roberto Infascelli è il padre del regista Alex. Un mese dopo l’uscita del film, nel maggio 1972 verrà ucciso il commissario Calabresi, all’epoca colpevole secondo molti della morte di Pinelli e bersaglio per lungo di tempo di una feroce campagna stampa nei suoi confronti.

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