Una (strana) Educazione Siberiana

Ringraziando il cielo c’è Gabriele Salvatores che ancora cerca di far uscire il cinema italiano dalle proverbiali “quattro mura” in cui solitamente vengono segregate le sue storie. Nel corso della sua carriera cinematografica non ha avuto timore di affrontare i più svariati generi: c’è il road movie di Marrakech Express e Turnè; il war movie di Mediterraneo; addirittura la fantascienza, un genere mai veramente sentito in Italia,al contrario dell’horror con Nirvana; quello strano oggetto che è Denti, in cui abbiamo un Paolo Villaggio per una volta lontano dalla maschera che si è cucito addosso per tutti gli ultimi trent’anni della sua carriera; il noir atipico di Come Dio comanda e il crime movie di Io non ho paura; la commedia di Happy Family.
Insomma, tutto lo spettro possibile per un cineasta è stato coperto, a volte con estremo successo e con risultati artistici apprezzabilissimi. Non sorprende quindi che Salvatores si sia preso carico della trasposizione del bel libro di Nicolai Lilin Educazione Siberiana. Chi altri avrebbe potuto farlo?Immagine

La trasposizione che ne viene fatta però è strana e straniante per chi ha letto il libro e a volte troppo semplicistica. Particolare strano, al soggetto del film ha lavorato proprio lo stesso Lilin, quindi non si può parlare di tradimento dell’opera originale. Quanto visto su schermo è quanto previsto dall’autore, quindi da quel punto di vista non si possono fare polemiche.

Da un lato la descrizione che viene fatta della comunità criminale siberiana, per quanto molto semplificata rispetto ai mille dettagli forniti nel libro, è coerente e fedele a quanto si è letto. Il disgusto nei confronti dei soldi e della ricchezza in generale, la visione che i criminali hanno di loro stessi come di criminali onesti, la protezione della comunità e dei più deboli ed indifesi (come i cosiddetti pazzi, che vengono chiamati “voluti da Dio” e che vengono visti come esseri superiori in comunicazione con il Signore), la totale mancanza di riconoscimento nei confronti di qualsiasi ente politico o militare che non sia interno alla comunità stessa. Ecco, tutti questi elementi presenti nel libro vengono magnificamente espressi anche nel film.

Quello che viene fatto, però, è prendere uno degli episodi più corposi e centrali narrati nel libro (abbastanza logicamente visto che già leggendolo se ne potevano intuire le potenzialità filmiche) e sconvolgerne il senso, usandolo per narrare altro. Mi spiego: nel libro, una ragazzina con problemi mentali molto attaccata al protagonista Kolima, subisce una violenza sessuale portando così nella comunità in cui vive oltre al dolore per l’atto subito in sè, anche l’obbligo di una vendetta per evitare il castigo derivante dal non essere riusciti a proteggere uno dei “voluti da Dio”. Inizia così una caccia all’uomo negli ambienti criminali della città affidata a Kolima e ai suoi amici, tra cui Gagarin. Nel libro, la ricerca dei colpevoli è un magnifico pretesto per descrivere tutto il substrato criminale che permea la città, suddivisa in settori in base alle etnie criminali (ucraine, georgiane, russe, ecc…) e ai vari racket che le caratterizzano. Per Kolima, inoltre, questa sarà un’iniziazione importantissima, poichè per la prima volta in vita sua verrà concesso il permesso di portare una pistola e di usarla. Alla fine delle loro indagini, tra pestaggi e sbronze, si scoprirà che i colpevoli sono degli ucraini il cui scopo era di compiere svariati atti criminali (rapine, omicidi e stupri), per destabilizzare le comunità criminali della zona e riuscire a imporre un loro giro, il tutto aiutati da un elemento interno di una delle dette comunità.  Nel film, invece, il colpevole risulterà essere l’amico d’infanzia di Kolima, Gagarin che già durante tutto il film mostra un disprezzo nei confronti delle tradizioni siberiane, con il suo desiderio di arricchirsi e di vivere secondo i dettami della più comune, ed occidentale, mafia russa rappresentata dal gruppo del Seme Nero. Kolima, dopo aver scoperto la verità e dopo la scomparsa di Gagarin, si arruolerà nell’esercito per ritrovarlo e giustiziarlo.

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Quello che nel libro era un pretesto per raccontare la frammentata comunità criminale, per evidenziarne le differenti composizioni etniche e culturali e per raccontarne le diverse tradizioni ed ideali, nel film invece diventa il motore per raccontare una più generica distinzione tra un gruppo criminale, quello siberiano, e il più generico mondo criminale classico. Inoltre, l’inserimento della rivalità tra Kolima e Gagarin, uno attaccato al passato, l’altro teso al futuro, per quanto efficace narrativamente, non brilla certamente per originalità. La forza del libro, costituita dal raccontare in modo documentaristico e con cipiglio quasi scientifico una complessa realtà criminale, risulta smorzata nel film, preferendo aderire maggiormente ai canoni del cinema criminale. Non che questo sia necessariamente una brutta cosa, intendiamoci. Salvatores è un ottimo regista e il ritmo nel film è ben sostenuto e il tutto viene raccontato con maestria. Non si tratta in definitiva di un brutto film, tutt’altro. Come ho detto all’inizio dell’articolo, bisogna ringraziare il fatto di avere un regista come Salvatores e questo suo ultimo film lo conferma. Quello che però non garantisce di avere un completo apprezzamento del film è una sua qual certa semplicità e mancanza di originalità, già evidente anche per chi non avesse letto il materiale d’origine, e per questo motivo ancora più fastidiosa per chi lo abbia fatto.

Da annotare infine la coraggiosa scelta di casting. Escludendo i professionisti John Malkovich, Peter Stormare e Eleanor Tomlinson, tutti gli altri attori sono lituani alla loro prima esperienza. Questo credo spieghi anche il perchè del forte accento russo posto da Malkovich nella sua recitazione per evitare di creare un eccessivo distacco tra la sua pronuncia inglese e quella di tutti gli altri attori coinvolti.

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