Antropophagus

Che splendore incredibile, l’industria cinematografica italiana fino alla fine degli anni ’80. Non mi stancherò mai di ripeterlo. Il vero indicatore della salute del cinema di un Paese non viene dato dalla qualità delle sue produzioni, ma dalla sua quantità e varietà. Certo, se vengono prodotte solo vaccate e non si azzecca mai un film, qualcuno potrebbe obiettare che tanto varrebbe la pena lasciar perdere. Io non lo ritengo vero.

Anche un’industria cinematografica che producesse a ritmi frenetici solamente film di serie Z, sarebbe comunque meglio di un’ambiente asfittico, in grado di produrre pochi film all’anno, per quanto buoni. So che questo possa sembrare un paradosso, ma una continua produzione di film permette la crescita e l’affinamento di talenti, una forte circolazione di capitali, un continuo ricambio di idee e personaggi. Manterrebbe insomma vivo l’ambiente. E da quello che è vivo, prima o poi qualcosa di buono ne nasce.

Basti pensare a com’era il mondo del CInema italiano dal dopoguerra fino ai primi anni Novanta: avevamo i peplum, gli spaghetti-western, i cannibal, gli zombie e i mondo movies, i poliziotteschi, le commedie più o meno sbocacciate e, a fianco dei Lenzi, dei Mattei e dei Corbucci c’erano i Fellini, i Bertolucci, i Risi e i De Sica. E studiando attentamente sia le maestranze artistiche che quelle tecniche, si può vedere come ci fosse un continuo scambio. Qualcuno poteva partecipare ad un film di Fellini un giorno, per poi il giorno dopo essere del team di un pessimo horror ambientato su un’isola tropicale.

Tutto poteva accadere. E tutto accadeva.

Immagine

Incluso questo Antropophagus, nel 1980. Diretto dal grande Joe D’Amato, questo film si pone fondamentalmente in un ottica tarantiniana per quanto riguarda la gestione del ritmo (l’aspetto artistico è ben altro ovviamente) e presenta alcuni momenti shock davvero degni di nota, che all’epoca non mancarono di suscitare scalpore e che anche al giorno d’oggi potrebbero provocare problemi se realizzate in nuovi film.

La trama è semplice, di una semplicità quasi risibile. Il solito gruppo di amici in vacanza in Grecia, incontra una turista francese (Tisa Farrow) che è rimasta appiedata e non ha potuto seguire i suoi amici su un’isola lì vicina. Ora, a parte il fatto che all’epoca se incontravi Tisa Farrow in un film voleva dire che qualcosa doveva andare obbligatoriamente male, il gruppo decide di darle un passaggio e quando arrivano sull’isola la scoprono abbandonata, eccezion fatta per una misteriosa donna bionda e per una ragazza cieca, la figlia dei francesi. Ovviamente nel prosieguo del film si scoprirà la verità: gli abitanti dell’isola sono stati tutti massacrati da un folle cannibale (interpretato da George Eastman, collaboratore anche del soggetto), fratello della misteriosa donna bionda che nel finale deciderà di impiccarsi.

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Simpatia e bellezza. George Eastman, anche co-autore del soggetto

Quello che distingue questo film dai soliti slasher movie dell’epoca, di cui ovviamente mantiene comunque lo spirito e gli stilemi tipici fatti di finte imboscate e colpi di scena nei punti giusti, è un ritmo completamente diverso. Qualcuno potrebbe aspettarsi durante la visione che gli omicidi comincino a capitare a ripetizione, senza un attimo di respiro, come nei più classici slasher (Halloween era uscito da poco e già faceva scuola e Mario Bava aveva ulteriormente anticipato il trend, così come Dario Argento stava già insegnando al mondo come realizzare film pieni di omicidi brutali). Invece, in questo caso gli omicidi iniziali sono intervallati da lunghi momenti di quiete, in cui il regista cerca di impostare anche un minimo di dinamiche tra i personaggi (i risultati chiaramente non sono magistrali, ma bisogna apprezzarne lo sforzo). Tutto poi converge verso il finale, dove la gente inizia a morire in modo secco, brutale, con una rappresentazione scenica delle morti documentaristica e con un paio di pugni nello stomaco visivi e ideologici incredibili: la cannibalizzazione del feto di una donna incinta, una allora giovanissima Serena Grandi, e l’autocannibalizzazione del folle nella scena finale che, ferito all’addome da un piccone, muore mentre si divora le viscere. Tra l’altro, per la scena del feto D’Amato dovrà rispondere in Inghilterra alle accuse fatte al film di essere uno snuff movie. In realtà il feto era un coniglio squoiato a cui era stato attaccato un budello per simulare il cordone ombelicale.

George Eastman nella scena finale, in cui ferito a morte divora le proprie budella
George Eastman nella scena finale, in cui ferito a morte divora le proprie budella

Sono questi momenti di sublime follia visiva a forte contrasto con la calma quasi noiosa della parte centrale ad elevare questo prodotto al livello di cult, pur il prodotto soffrendo di tutti i classici difetti dei film di questo genere del periodo: recitazione sciatta, scenografia pessima, passaggi di sceneggiatura forzati e di un semplicismo disarmante, difficoltà nella sospensione dell’incredulità.

Ma questo era il film di genere di quegli anni ed era il sostrato da cui poi emergevano i capolavori del futuro.

Piccola nota a margine: a fianco di una giovane Serena Grandi, nel film compare anche un’altra insospettabile. La ragazza cieca che finirà sbranata dal mostro nel finale, altri non  è che, sorprendentemente, una altrettanto giovanissima Margaret Mazzantini, futura scrittrice di successo e moglie di Sergio Castellitto. Giusto per confermare questo continuo rimescolio di alto e basso che contraddistingue un ambiente artistico vivo e vitale.

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Una futura scrittrice italiana
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Un pensiero su “Antropophagus

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